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Eccomi

Utente: giacabi

chi sono
Sono un ex vagabondo che ha avuto la grazia, durante il suo vagabondare di incontrare degli amici di Gesù che gli hanno mostrato la Bellezza della vita, quello che il suo cuore da sempre cercava. Ora sono diventato un pellegrino con lo sguardo rivolto alla “Roccia splendente” anche se spesse volte riabbasso lo sguardo verso terra col rischio di perdermi in vicoli ciechi; ma appena rialzo la testa vedo gli amici e la meta di nuovo la realtà riprende forma e colore.



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domenica, 05 luglio 2009

Ogni creatura è buona

 ***

« Omnis creatura bona (…) è la frase più grande di tutta la storia del pensiero umano; perché tutta la storia del pensiero umano divide ciò che è bene da ciò che è male, mentre il Cristianesimo dice: male non è niente, non c’è nessuna creatura cattiva; la cattiveria sta nell’atto di scelta di ciò che è in contraddizione con il tuo destino. Male è solo nell’atto di scelta della libertà; perciò il fattore di peccato è l’uomo, è la libertà dell’uomo; ma anche questa è travolta  dominata da qualcosa d’altro: dal fatto che il destino ti riprende e ti richiama, e ti dà l’energia per riprenderti e richiamarti. Questa energia per riprenderti e richiamarti è venuto a dartela Lui direttamente: è la comunità in cui vivi dentro la Chiesa, a cui appartieni; ti fa appartenere ad una comunità in cui Lui ti aiuta così. La comunità è ciò a cui si appartiene: è più del padre, della madre e della famiglia".

L. Giussani, da “Si può vivere così?” di pag. 97-98

Postato da: giacabi a 21:12 | link | commenti
chiesa, giussani

L’amicizia

 ***

« L’amicizia è un rovesciare la propria esistenza nella vita dell’altro»

Luigi Giussani da "Si può vivere così"pag 100  ed.Rizzoli

Postato da: giacabi a 20:33 | link | commenti
amicizia, giussani

Dio si è fatto carne

 ***

« è una fonte di grande stupore

che qualcuno possa scrutare la meraviglia

di come  Dio è sceso

e si è reso abitante di un ventre,

e come questo Essere

si sia rivestito del corpo di un uomo,

consumando nove mesi in un ventre,

senza ridursi per una tale dimora.

Il mio Dio si è fatto uomo in modo puro,

ed è entrato dal ventre nella creazione.

Prima non c’era nessuno che osasse

 guardare Dio e restasse vivo,

 ma oggi tutti coloro che l’hanno visto

 sono salvati dalla seconda morte.

Egli era nel suo  grembo come un bambino,

 nonostante il mondo intero fosse pieno di Lui»

sant’Efrem il siro

Postato da: giacabi a 19:51 | link | commenti
sefrem il siro

Dio si è fatto carne

 ***

« oh uomo che cosa ti faremo? finché iddio rimane in cielo non lo cerchi. Ora che Egli discende verso di te e con te si intrattiene mediante il Suo corpo, tu non sei disposto ad accoglierlo, ma  cerchi la ragione per cui sei potuto diventare familiare con Dio. Apprendi dunque che Dio è nella carne, perché bisognava che fosse santificata questa carne già maledetta, che fosse corroborata questa carne infiacchita, che fosse ricondotta all’amicizia con Dio questa carne a Lui nemica e venisse riportata in cielo la carne che dal Paradiso era caduta. E qual è l’officina di questa economia? Lo Spirito Santo e la potenza adombrante dell’Altissimo»

san Basilio

Postato da: giacabi a 15:31 | link | commenti
sbasilio

La realtà è segno di Infinito

 ***

Mostra immagine a dimensione intera

«Ciò che conta davvero nell’arte non sono i processi pseudoscientifici ma

i momenti di intensità, di intuito, di visione che non sono riducibili a un

metodo e non sono ripetibili da altri. Ma – e questo è il “ma” importante

– vengono inventati uno alla volta dagli artisti: da Van Gogh che contemplava

le rugosità dei tronchi degli ulivi e le vedeva all’interno di una più

vasta struttura ritmica di nubi e rocce il cui movimento permea tutta la

natura; da Johannes Vermeer che contemplava la strana luminosità di

una perla e notava come le sue lumeggiature richiamassero le goccioline

di saliva sul labbro della ragazza che la portava all’orecchio. Inventare è

vedere; vedere è inventare; e l’arte veramente più grande è l’arte che incarna

le famose parole di William Blake: se le porte della percezione fossero

sgombrate, ogni cosa apparirebbe com’è, infinita»

Robert Hughes Corriere della Sera, 21 giugno 2009

da: www.tempi.it

Postato da: giacabi a 08:21 | link | commenti

Conoscenza attraverso la corrispondenza

 ***

« Una prima consapevolezza del fatto che la bellezza abbia a che fare anche con il dolore è senz’altro presente anche nel mondo greco. Pensiamo, per esempio, al Fedro di Platone. Platone considera l’incontro con la bellezza come quella scossa emotiva salutare che fa uscire l’uomo da se stesso, lo "entusiasma" attirandolo verso altro da sé. L’uomo, così dice Platone, ha perso la per lui concepita perfezione dell’origine. Ora egli è perennemente alla ricerca della forma primigenia risanatrice. Ricordo e nostalgia lo inducono alla ricerca, e la bellezza lo strappa fuori dall’accomodamento del quotidiano. Lo fa soffrire. Noi potremmo dire, in senso platonico, che lo strale della nostalgia colpisce l’uomo, lo ferisce e proprio in tal modo gli mette le ali, lo innalza verso l’alto. Nel discorso di Aristofane del Simposio si afferma che gli amanti non sanno ciò che veramente vogliono l’uno dall’altro. E’ al contrario evidente che le anime di entrambi sono assetate di qualcos’altro che non sia il piacere amoroso. Questo "altro" però l’anima non riesce a esprimerlo, "ha solamente una vaga percezione di ciò che veramente essa vuole e ne parla a se stessa come un enigma". Nel XIV secolo, nel libro sulla vita di Cristo del teologo bizantino Nicolas Kabasilas si ritrova questa esperienza di Platone, nella quale l’oggetto ultimo della nostalgia continua a rimanere senza nome, trasformato dalla nuova esperienza cristiana. Kabasilas afferma: "Uomini che hanno in sé un desiderio così possente che supera la loro natura, ed essi bramano e desiderano più di quanto all’uomo sia consono aspirare, questi uomini sono stati colpiti dallo Sposo stesso; Egli stesso ha inviato ai loro occhi un raggio ardente della sua bellezza. L’ampiezza della ferita rivela già quale sia lo strale e l’intensità del desiderio lascia intuire Chi sia colui che ha scoccato il dardo".

La bellezza ferisce, ma proprio così essa richiama l’uomo al suo Destino ultimo. Ciò che afferma Platone e, più di 1500 anni dopo, Kabasilas non ha nulla a che fare con l’estetismo superficiale e con l’irrazionalismo, con la fuga dalla chiarezza e dall’importanza della ragione. Bellezza è conoscenza, certamente, una forma superiore di conoscenza poiché colpisce l’uomo con tutta la grandezza della verità. In ciò Kabasilas è rimasto interamente greco, in quanto egli pone la conoscenza all’inizio. "Origine dell’amore è la conoscenza – egli afferma – la conoscenza genera l’amore". Occasionalmente –così prosegue – la conoscenza potrebbe essere talmente forte da sortire allo stesso tempo l’effetto di un filtro d’amore". Egli non lascia questa affermazione in termini generali. Com’è caratteristico del suo pensiero rigoroso, egli distingue due tipi di conoscenza: la conoscenza attraverso l’istruzione che rimane conoscenza, per così dire, "di seconda mano" e non implica alcun contatto diretto con la realtà stessa. Il secondo tipo, al contrario, è conoscenza attraverso la propria esperienza, attraverso il rapporto con le cose. "Quindi, fintanto che noi non abbiamo fatto esperienza di un essere concreto, non amiamo l’oggetto così come esso dovrebbe essere amato". La vera conoscenza è essere colpiti dal dardo della bellezza che ferisce l’uomo, essere toccati dalla realtà, "dalla personale presenza di Cristo stesso" come egli dice. L’essere colpiti e conquistati attraverso la bellezza di Cristo è conoscenza più reale e più profonda della mera deduzione razionale. Non dobbiamo certo sottovalutare il significato della riflessione teologica, del pensiero teologico esatto e rigoroso: esso rimane assolutamente necessario. Ma da qui, disdegnare o respingere il colpo provocato dalla corrispondenza del cuore nell’incontro con la bellezza come vera forma della conoscenza, ci impoverisce e inaridisce la fede, così come la teologia. Noi dobbiamo ritrovare questa forma di conoscenza, è un’esigenza pressante del nostro tempo»

CARDINALE JOSEPH RATZINGER PER IL MEETING 2002.

Postato da: giacabi a 07:21 | link | commenti
bellezza, benedettoxvi

La pienezza cristiana

 ***

« Questa è la pienezza cristiana del destino:

essere pronti all’evento, lasciare che la sua forza ci traversi

finche possa riplasmarci e rifonderci »

M. Luzi

Postato da: giacabi a 06:57 | link | commenti
luzi

sabato, 04 luglio 2009

Quando ci s'intruppa

 ***

« Era dolce essere incrollabili. Giudicando gli altri egli affermava la propria forza interiore, il suo ideale, la sua purezza. In questo stava il suo conforto, la  sua fede. Non una volta si era sottratto alla  mobilitazione del partito. Per lui l’affermazione di sé consisteva nel sacrificio di sé. »

«Andava al lavoro , andava alle riunioni di collegio del commissariato del popolo, a teatro, e quando il partito lo aveva mandato a Jalta per curarsi, passeggiava sulla riva sempre con la solita giubba e stivali. Voleva assomigliare a Stalin. Perdendo il diritto di giudicare, perdeva se stesso. E Rubin questo lo intuiva. Quasi ogni giorno faceva allusioni alla debolezza, alla vigliaccheria, ai desideri che si infiltravano nell’anima “concentrazionaria.»

V. Grossman da Vita e destino

Postato da: giacabi a 21:05 | link | commenti
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LA CONSEGNA DELLE PAGELLE AI MIEI BAMBINI

 ***

P. Aldo: consegna delle pagelle in pizzeria

Cari amici,

 

e’ sempre più vero per me che le circostanze sono positive.

Siamo in pizzeria per festeggiare le pagelle del primo trimestre dei miei bambini.

Già vi ho scritto a suo tempo chi sono, da dove vengono e le violenze subite: da quelle sessuali, a quelle fisiche, a quelle psicologiche.

Tutto e’ iniziato il febbraio 2008. Non vi dico in che condizioni sono arrivati: erano come le “scimmie” da una parte e dall’altro marcati dalla violenza. Dopo alcuni mesi erano passati da 0 a 1 nella pagella. Un piccolo segno che erano passati da “nessuno a qualcuno”.

Per me è stato un miracolo che ancora oggi mi stupisce, pensando alla mia vita in cui per passare da 0 a 1 ci sono voluti anni e anni e solo dopo l’abbraccio del Gius.

Perché il vero dramma della vita è passare dal sentirsi “nessuno” a sentirsi “qualcuno” cioè uno che vale.

E oggi chi ti aiuta in questo?

Personalmente vedo in Carròn e in chi lo segue questa possibilità.

Giugno 2008 - Giugno 2009: è passato un anno. Si consegnano le pagelle. Che sorpresa: tutti sono passati da uno a cinque con qualche 2, 3, 4. Qui il massimo voto è 5.

Lascio a voi immaginare la festa.

Pizzeria: la festa dell’autostima. Il papà (P. Aldo) e mamma Cristina festeggiati dai loro figli.

Noi volevamo festeggiare loro per l’accaduto e succede il contrario. Capisco e mi commuovo: è riaccaduto per loro quell’abbraccio di vent’anni fa in via Martinengo, per me, quando il Gius mi accolse dicendomi, unico nella mia vita: (poi sarà P. Alberto) “ti porterò in vacanza con me”. Mi fece compagnia. Ed è tutto quello che vivo e faccio.

I miei bambini, vittime di tanto odio, guardateli come sono felici e orgogliosi……Ma perché si sentono carne della mia carne e di Cristina.

Loro si sentono appartenere e questo uomo, a questa donna, di cui non capiscono come possono essere i loro papà e mamma.

E’ il miracolo della virginità per cui un prete e una donna diventano il modo con cui Dio manifesta la sua Paternità e Maternità.

Amici sono contenti i miei bambini. Quanti bacini per la pagella.

Ma c’è una gioia ancora più grande.  Una di queste bimbe, violenta dal “papà”, dopo un anno è passata da 0 a 1.

Per lei, una festa speciale.

Adesso sorride, cerca i miei bacini, mi guarda con una tenerezza di figlia. Quanto sofferto è una cosa lontana. Si, perché cerco di comunicare loro che loro non sono il frutto del passato, ma di una certezza che mi definisce: “Io sono Tu che mi fai”. Nelle casette di Betlemme non ci sono psicologi (non perché non siano utili…per carità….)ma è chiarissima questa certezza “Io son ora Tu che mi fai”. E qui sta il miracolo.

In fondo aveva ragione Pavese: “qualunque violenza nasce dalla mancanza di tenerezza”.

E con Luglio siamo al secondo quadrimestre.

Pregate perché questa certezza dell’Io sono Tu che mi fai cresca sempre di più.                                                                                       . Padre Aldo 

grazie ad : annavercors

Postato da: giacabi a 12:18 | link | commenti
ptrento

Gius contro il «gulag» della modernità

***

«Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?». Forse nessuno più di Dostoevskij ne I fratelli Karamazov ha posto in modo sintetico e perentorio la sfida davanti alla quale si trova il cristianesimo nella modernità. Don Giussani ha avuto il coraggio di misurarsi con questa sfida storica, radicalizzandola, se possibile. Infatti, scommette tutto sulla capacità della sua proposta educativa di generare un tipo di soggetto cristiano per cui «anche se andassero via tutti – tutti! –, chi ha questa dimensione di coscienza personale (che la fede genera) non può fare altro che ricominciare le cose da solo».

È la stessa, identica, scommessa che lo stesso Gesù non ebbe paura di correre coi suoi. Che cosa avrebbe fatto Gesù nell’ipotetico caso che, davanti alla sfida: «Anche voi volete andarvene?», tutti i discepoli l’avessero abbandonato? Nessuno ha alcun dubbio: avrebbe ricominciato da solo. Che cosa può consentire una tale capacità di ripresa, nelle attuali circostanze storiche? Possiamo incominciare a intravedere la risposta, se cerchiamo di immedesimarci con Gesù: che cosa l’avrebbe potuto fare ripartire da capo? È evidente che Lui non si sarebbe potuto appoggiare su una logica di gruppo, dal momento che, nella nostra ipotesi, era rimasto da solo. Per potere affrontare questa sfida occorre passare «
da una logica di gruppo a una dimensione di coscienza personale». Gesù sarebbe stato costretto a poggiare tutto sul contenuto dalla sua autocoscienza, della sua appartenenza al Padre.

«Qual è il contenuto di questa dimensione di coscienza personale? La definizione dell’io è "appartenenza". L’appartenenza definisce ciò che sono; come l’essere figli è definito dall’appartenenza al padre e alla madre; e non è schiavitù, perché tale appartenenza non è estrinseca. Dire che l’io è rapporto con l’Infinito vuole dire che l’essenza dell’io, nel senso stretto della parola, è appartenenza a un Altro». Così don Giussani indica che quello che potrebbe far ripartire da capo ciascuno è la stessa cosa per cui Gesù ha cominciato: la coscienza della sua appartenenza al Padre. Non è, dunque, una capacità nostra, una energia propria, una nostra bravura, ma è l’esito d’una appartenenza. In questo modo don Giussani non fa altro che identificare lo scopo ultimo dell’opera salvifica di Cristo. Infatti Lui è diventato uomo, è morto e risorto, perché mediante il dono dello Spirito potessimo vivere con la coscienza di figli, come "figli nel Figlio".

Prendere consapevolezza del nostro essere figli, cioè della nostra appartenenza al Padre, è il compito di ogni educazione cristiana, che ha la verifica della sua verità nella capacità dell’io – così educato – di ricominciare da capo, se tutti se ne andassero. Questo chiarisce la strada che ognuno di noi deve cercare di percorrere: che la vita diventi un cammino che ci renda sempre più certi e consapevoli della nostra appartenenza. Ma acquistare questa consapevolezza è possibile soltanto se essa è verificata nelle circostanze della vita: «L’impatto con le circostanze, il rapporto con la realtà, non è nient’altro che l’avvenimento della vita come vocazione, in cui il "soggetto" è l’appartenenza a ciò che ci è accaduto – Cristo dentro la fragilità effimera della comunità –, mentre il contenuto "oggettivo", su cui questo soggetto è chiamato ad agire, è l’incontro con quel complesso di circostanze finalizzate che si chiamano appunto "vocazione", perché Dio non fa nulla per caso. Il complesso di circostanze sollecita il soggetto e questo agisce secondo l’origine totalizzante che ha dentro, secondo quel principio formale, quel principio determinante, che è stato l’incontro».

Raggiungere questa coscienza è una lotta che chiede a ciascuno di noi la disponibilità alla conversione, vale a dire a vivere secondo un’altra mentalità. La ragione è evidente. Questa posizione entra in contrasto con l’atteggiamento diffuso in questo preciso momento storico, in cui siamo chiamati a vivere la fede, e ci penetra molto più di quanto pensiamo: «L’uomo moderno ha creduto di evitare tutto dicendo: "L’uomo appartiene a se stesso", che è la più grande menzogna, perché prima non c’era, perciò va contro l’evidenza più chiara.

"L’uomo appartiene a se stesso" vuole dire: l’uomo diventa possesso del potere, appartiene al potere, cioè appartiene ad altri uomini che lo determinano». Le conseguenze di questa scelta adesso sono più documentabili di quando furono dette queste parole, a metà degli anni Ottanta: «
Amici miei, siamo in un’epoca di una pericolosità sterminata. Siamo in un’epoca in cui le catene non sono portate ai piedi, ma alla motilità delle prime origini del nostro io e della nostra vita. L’Occidente sta, non lentamente, ma violentemente spingendo tutta la realtà umana, anche nostra, verso il "gulag" di un asservimento mentale e psicologico inaudito: la perdita dell’umano, di cui Teilhard de Chardin segnalava già il sintomo più impressionante, che è la perdita del gusto del vivere»

Julián Carrón

 

Postato da: giacabi a 11:21 | link | commenti
giussani, carron

Progetto per gli inni cristiani

***

 

« Per l’ inno al Redentore:

 Tu sapevi già tutto ab eterno, ma permetti alla immaginazione umana che noi ti consideriamo come più intimo testimonio delle nostre miserie. Tu hai provata questa vita nostra, tu ne hai assaporato il nulla, tu hai sentito il dolore e l'infelicità dell' esser nostro, etc. Pietà di tanti affanni, pietà di questa povera creatura tua, pietà dell' uomo infelicissimo, di quello che hai redento, pietà del gener tuo, poichè hai voluto aver comune la stirpe cou noi, esser uomo ancor tu

Per l'inno al Creatore o al Redentore:

 

Ora vo da speme a speme tutto giorno errando e mi scordo di te, benchè sempre deluso, etc. Tempo verrà ch' io, non restandomi altra luce di speranza, altro stato a cui ricorrere, porrò tutta la mia speranza nella morte : e allora ricorrerò a te, etc. Abbi allora misericordia,

A Maria

 E' vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici. E' vero che questa vita e questi mali son brevi e nulli, ma noi pure siam piccoli e ci riescono lunghissimi ed insopportabili. Tu che sei grande e sicura, abbi pietà di tante miserie!

G. Leopardi

Postato da: giacabi a 08:10 | link | commenti
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L’arte

***

Il ruolo dell'arte non è di riprodurre il visibile, ma di renderlo visibile.

Paul Klee

Postato da: giacabi a 07:15 | link | commenti
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