"La Chiesa è il luogo dove tutte le verità si incontrano". Gilbert Keith Chesterton ---------------------------------- CONSULTA L'INDICE PUOI TROVARE OLTRE 3500 ARTICOLI su santi,filosofi,poeti,scrittori,scienziati etc. che ti aiutano a comprendere la bellezza e la ragionevolezza del cristianesimo. PER OGNI VOCE PUOI TROVARE ANCHE 10 PAGINE!
![]()
chi sono
Sono un ex vagabondo che ha avuto la grazia, durante il suo vagabondare di incontrare degli amici di Gesù che gli hanno mostrato la Bellezza della vita, quello che il suo cuore da sempre cercava. Ora sono diventato un pellegrino con lo sguardo rivolto alla “Roccia splendente” anche se spesse volte riabbasso lo sguardo verso terra col rischio di perdermi in vicoli ciechi; ma appena rialzo la testa vedo gli amici e la meta, di nuovo la realtà riprende forma e colore.
Questo blog e' un prodotto amatoriale e non editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7 marzo 2001. Premesso che tutto il materiale pubblicato su Internet e' di dominio pubblico, se qualcuno riconoscesse proprio materiale con copyright e non volesse vederlo pubblicato sul blog, non ha che da darne avviso agli autori del blog , e sara' immediatamente eliminato. Si sottolinea inoltre che cio' che e' pubblicato sul blog e' a scopo di approfondimento, di studio e comunque non di lucro.

utente anonimo in ...
giacabi in ...
utente anonimo in ...
utente anonimo in ...
giacabi in ...
sorgeredelsole in ...
giacabi in ...
graciete in ...
utente anonimo in ...
amaranta69 in ...
Ago86
Amaranta69
anna vercors
aqua
Aurelio Valesi
berlicche
censurarossa
CRISTIANESIMO CATTOLICO
Fabio Cavallari
fontana vivace
germa1967
Graciete
histon
La verità vi renderà liberi
lacittadella
Mi basterebbe l'impossibile
Piogge d'aprile
POLITICUS
pseudopensieri
Radici Cristiane
rapyna
stranocristiano
Una Persona Intorno
oggi
novembre 2009
ottobre 2009
settembre 2009
agosto 2009
luglio 2009
giugno 2009
maggio 2009
aprile 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
aborto
adam
adorno
aelredo
agostino
alberoni
amicizia
amore
arendt
ateismo
auden
avvenimento
aziani
bakhita
barcellona
barsotti
baudelaire
bellezza
benedettoxvi
benoist
benson
benzi
berdiaev
beretta molla
bergman
bergson
bernanos
betocchi
bianchi porro
biffi
bioetica
blondel
bloy
bobbio
bonhoeffer
bourget
brague
brambilla
brandirali
buber
bufalino
bulgakov
buzzati
cabrini francesca
caffarra
calderon della barca
calvino
camisasca
campanile
camus
cantalamessa
canti
caprara
caproni
caravaggiio
carducci
carrel
carron
cattolico
cechov
cesana
chesterton
chieffo
chiesa
cina
cl
claudel
clavel
clement
collins
comunismo
congdon
consumismo
correa
crisostomo
cristianesimo
croce
curato dars
curvers a
da costa alessandrina
dalì
danielou
dannunzio
dante
dawson
de carvalho
de lubac
de tocqueville
de wohl
defoucauld
del noce
delbrel
desiderio
dico
dio
don benzi
don bosco
don calabria
don gelmini
don gnocchi
don orione
don pontiggia
don vittorione
don zeno
dostoevskij
dylan
eccles
educazione
einstein
eliot
embrione
erasmo da rotterdam
ermanno lo storpio
escrivà
esperienza
europa
eutanasia
evoluzionismo
evtusenko
faa di bruno
fabbri
fabro
fallaci
famiglia
fede
felicità
fermi
ferrara
ferretti
finkielkraut
florenskij
frankl
frate cosimo
frate elia
fratel ettore
fromm
frossard
frère roger
g nanzianzeno
gaber
galanskov
gandhi
gaudi
gesù
gheddo
gibran
gide
giovanni paoloii
girard
giussani
giustizia
goeg
goethe
gogol
gomez davila
gozzano
gramsci
green
greene
gregorio di nissa
grossatesta
grossman
grossuet
gryigiel
guardini
guareschi
guitton
habermas
halloween
heidegger
heisenberg
hesse
hillesum etty
hodgson peter
hopkins
horkheimer
husserl
huysmans
ibsen
icone
ideologia
il 68
il credo
il sudario di oviedo
illuminismo
imbecillità giovanile
inquisizione
islam
istintività
jacob max
jannacci
jonesco
jung
kafka
kant
keller
kerouac
kierkeergaard
king martin luter
kolbe
la rosa bianca
lagerkvist
laicismo
langer
lanza del vasto
latino
lejeune
leopardi
levinas
lewis
libertà
lodoli
loi
luzi
m obrien
macciocchi
machado
macintyre
madre teresa
magdi allam
majakovskij
malinconia
malraux
mandelshtam
mann
manoppello
manzoni
marcel
maria
maritain
marongiu
marshall
marx
massa
masters
matisse
mauriac
maurice dantec
mazzolari
mazzoni
mcluhan
medioevo
meeting di rimini
men
meotti
messori
michelangelo
milani
milosz
mimnermo
miracolo
mistero
montale
montanelli
morante
morin
morte
moulin
mounier
mozart
napoleone
natale
nazismo
negri
nembrini
neruda
newman
newton
nichilismo
nietzsche
noia
non senso
norwid
novalis
novoselov
o brien
oconnor
omosessualita
orwell
pace
pacs
padre pio
pampurri
paolovi
papa luciani
papini
parola
pascal
pascoli
pasolini
pasternak
patocka
pavese
pbeduschi
peguy
perle
persona
pessoa
pgfrassati
piccinini
pirandello
pitigrilli
plank
platone
poesie
politica
popper
possesso
povero
preghiere
presepe
profezie
proust
ptrento
pvismara
quasimodo
r follereau
ragione
ranher
reale
rebora
recensioni
religione
ricoeur
rilke
rimbaud
robin
rops
rose busingye
rostropovich
s francesco saverio
saba
sagostino
saintexupery
salberto magno
salmo
sambrogio
san benedetto
san g moscati
san gmvianney
sanselmo
santi
sardegma
sartre
sbasilio
sbatilde
sbenedetto
sbernardo
schweitzer
scienza
scola
scolombano
scruton
sefrem il siro
seneca
senso religioso
sfrancesco
shakespeare
silenzio
sindone
sinjavskij
sireneo
socci
solitudine
soloviev
solzenicyn
sorriso gesù
spaeman
spaolo
speranza
stark
stein
stenone
steresa
steresina
stommaso
storia
stupore
sturzo
tagore
talbot matteo
tamaro
tantardini
tarkovskij
teresa neumann
terzani
testimonianza
testori
thibon
tobagi
tocqueville
tolentino
tolkien
tolstoj
tradizione
tresmontant
trilussa
tristezza
unamuno
undset
ungaretti
van der meer
van gogh
van thuan
ventorino
verità
verlaine
verlinde
veyne
vita
vittadini
vivarelli
voltaire
volto santo
von balthasar
von spyr
waters
weigel
weil
welby
welk korn
werfel
whitehead
wiesel
wilde
wittgenstein
wodds
wu harry
wurmbrant
za
zambrano
zerbini
ziba
zicchichi
zolli
zverina
visitato *loading* volte
|
***
Pigi Colognesi lunedì 23 novembre 2009 Terminavo l’editoriale di quindici giorni fa con alcune frasi in cui Charles Péguy spiegava che cosa sia una vera rivoluzione, cioè un movimento di uomini che costruiscono per il benessere di tutti e che quindi segnano una svolta nel cammino della storia. Lo scrittore francese diceva che una rivoluzione autentica è «l’effetto ben ordinato di una lunga e invincibile pazienza» ed è fatta da «grandi uomini di grande vita interiore». Un esempio luminosissimo è l’abbazia di Cluny, della quale sono iniziati lo scorso mese di settembre le celebrazioni per i mille e cento anni di fondazione. Era infatti il 910 quando Guglielmo il Pio, duca d’Aquitania, firmava la carta di donazione di un terreno perché vi sorgesse un monastero che vivesse in pienezza e libertà la regola di san Benedetto. In pienezza, cioè senza nessuna edulcorazione degli impegni ascetici, altrove poco rispettati. In libertà, cioè senza intromissioni dei poteri esterni, né quelli civili, né quelli ecclesiastici a volte succubi dei primi. A questo scopo Guglielmo pose il nascente monastero dei santi Pietro e Paolo di Cluny direttamente alle dipendenze del Papa. A dirigere la nuova impresa il duca chiamò un monaco deciso e di provata esperienza: Bernone. Nessuno poteva allora immaginare che la piccola fondazione monastica situata nel cuore della Borgogna sarebbe stata l’inizio di una rivoluzione. Ma è quel che avvenne. Lo stile di vita dei monaci raccolti intorno a Bernone suscitò in molti il desiderio di imitarli. Sorsero nuovi priorati e antiche abbazia si affiliarono a Cluny assumendone lo stile di vita, fondato sulla priorità assoluta data alla preghiera comune, intesa come anticipo della gloriosa liturgia del cielo. Nel giro di pochi decenni Cluny si trovò a capo di una rete impressionante: circa duemila monasteri diffusi in tutta la cristianità e, secondo le stime meno azzardate, ventimila monaci. Gli storici si sono chiesti quale fosse il motivo di un simile straordinario sviluppo. Le risposte sono state tante, ma quella che mi pare più convincente è quella offerta da Raymond Oursel nel suo splendido Il segreto di Cluny. Certo è stato decisivo che l’abbazia fosse slegata dal potere locale; è stata importante la saggia amministrazione di chi l’ha guidata e la forma della rete di monasteri legati ad un unico abate. Ma il vero segreto di Cluny è stata la santità dei suoi abati. Sì, proprio la santità personale di uomini che hanno vissuto, coi differenti temperamenti e coi diversi doni loro dati dalla natura, l’ideale monastico ha reso possibile costruire un luogo dove regnava, per usare le parole di Oursel, «reciproca concordia, vicendevole aiuto, gioia quotidiana», che «sfociavano nell’indulgenza e nella compassione verso gli altri». Il luogo di una civiltà autenticamente umana, di una rivoluzione compiuta. Vale proprio la pena di elencare i nomi di questi primi grandi abati di Cluny, che furono in gran parte canonizzati: Bernone, Odone, Aimardo, Maiolo, Odilone, Ugo, Pietro. La chiesa di Cluny all’apice del suo splendore era la più grande di tutta la cristianità; sarebbe stata superata solo dalla rinascimentale basilica vaticana. Il turista che ci andasse oggi troverebbe però solo dei resti: un campanile e mozziconi di colonne. I fanatici di un’altra “rivoluzione”, quella “francese” del 1789, stabilirono che quell’imponente edificio doveva essere considerato come una cava di pietra e tutti potevano estrarne materiale per le proprie costruzioni. Cluny moriva così. Ma era già morta da quando invece della santità era subentrato il calcolo politico, invece della preghiera l’amministrazione, al posto della concordia l’equilibrismo sociale. Anche la più autentica delle rivoluzioni può spegnersi. Ma non si spegne il messaggio e la ricchezza esemplare del suo originale sgorgare. Da: http://www.ilsussidiario.net |
|
Romano Scalfi: vi racconto la resistenza della Chiesa clandestina in URSS *** Romano Scalfi lunedì 23 novembre 2009 Oggi è alla portata di tutti, in Russia come da noi, conoscere le vicende della persecuzione contro la Chiesa e la fede nell’Urss ad opera del comunismo sovietico; sempre che si sia interessati all’argomento. Non si può dire altrettanto dell’attività della Chiesa clandestina, di cui si sapeva poco e molto confusamente. L’impressione generale era che si trattasse di un fenomeno di poca rilevanza. A sfatare questa opinione è uscito recentemente a Mosca il libro di Aleksej Beglov, membro dell’Accademia delle Scienze, noto studioso del fenomeno religioso che ha il merito di aver attinto largamente ai documenti segreti del Soviet per gli affari della religione. Dal suo testo risulta che la Chiesa ortodossa russa, così ricca di martiri, non ha accettato passivamente la persecuzione, ma è stata molto feconda nell’inventare metodi sempre nuovi per conservare la fede. I primi “monasteri domestici” nascono già nel 1920 e si diffondono sempre più con la progressiva chiusura dei monasteri da parte dei comunisti. In un primo tempo i monaci scacciati dalle loro sedi trovano ospitalità singolarmente in famiglie private, ma ben presto, per ricomporre la comunità monastica cercano di sistemarsi in gruppi da tre fino a venti persone. Ogni monaco svolge un lavoro nella società civile a seconda delle proprie attitudini, e alla sera si ricompone la vita claustrale. I monasteri domestici, almeno inizialmente, fanno di tutto per conservare stretti rapporti con i superiori dell’ex monastero, ma con l’intensificarsi della persecuzione i legami si indeboliscono fino al punto che la maggioranza dei monasteri domestici è costretta a gestirsi autonomamente. Prima dell’ottobre 1917 monaci e monache erano 94.477. Nella prima metà degli anni 1920 i monasteri domestici raccolgono circa 30.000 persone; soprattutto la parte occidentale del paese è coperta da una rete di monasteri clandestini. Contemporaneamente ai monasteri domestici nascono delle comunità catacombali, che non provengono da monasteri preesistenti ma sono formate da giovani preoccupati di vivere seriamente la propria vita spirituale. Del resto in questo periodo, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, con l’incalzare della persecuzione crescono le vocazioni monastiche e sacerdotali. Nello stesso tempo si registra il ritorno alla Chiesa di diversi intellettuali, prima affascinati e poi delusi dall’utopismo leninista. Le comunità catacombali giovanili sono meno legate alla regola monastica e più disposte al lavoro pastorale nelle parrocchie (là dove la chiesa è aperta) o in sostituzione della parrocchia quando la chiesa è stata chiusa. Le più famose sono le comunità illegali di Leningrado, promosse dal metropolita Veniamin Kazanskij, in seguito fucilato (1873-1922), e la comunità di Mosca guidata dall’arcivescovo Varfolomej Remov (1888-1935) passato poi alla Chiesa cattolica e pure lui fucilato. Nel 1930 la comunità arriva a contare 200 membri, impegnati per lo più nella parrocchia di San Pietro; alcuni vescovi sostengono clandestinamente le comunità illegali in varie città: Petr Ladygin (a Orenburg), Filipp Gumilevskij e Pitirim Krylov (a Mosca), Aleksandr Trapicyn (a Samara), Arsenij, Stadnickij (a Taskent). In base ai dati si può affermare che l’episcopato ufficiale negli anni 1920-1930 non solo giudicava positivamente la clandestinità cristiana, ma, nei limiti del possibile, la sosteneva anche. La cattedra patriarcale era certamente al corrente del rapporto dei vescovi con le comunità clandestine e lo approvava. Un altro settore della vita clandestina della Chiesa sono “le parrocchie non registrate”. Al primo settembre 1936 nella Repubblica russa le chiese chiuse sono il 64,4 % del totale, in Ucraina il 90 %, in Bielorussia l’89,1 %. Per questo, dal 1930 in poi, in seguito alla chiusura di moltissime chiese, la fondazione di parrocchie clandestine diventa una faccenda normale: quando una chiesa viene chiusa e la comunità parrocchiale smembrata, i fedeli rimasti continuano a radunarsi in preghiera nelle case private, oppure all’aperto. Se è presente un sacerdote (anche clandestino), amministra i sacramenti, altrimenti a dirigere la comunità può essere un diacono, una monaca o un semplice fedele. Nel 1916 le parrocchie ortodosse in Russia erano 35.825, nel 1939 quelle legali sono ridotte a 100, mentre quelle illegali sono 4.153. Nell’anno 1937 il Soviet per gli affari religiosi è costretto a constatare che: “I credenti di fede ortodossa hanno incominciato a riunirsi per conversare, leggere libri religiosi, soprattutto dove sono state chiuse le chiese”. Anche nella vita clandestina non tutto funziona al meglio. La mancanza di un’autorità centrale effettiva che possa garantire l’unità pur nella varietà delle sue espressioni lascia alle comunità un’autonomia che in certi casi finisce per essere in contrasto con la dottrina della Chiesa. Nel 1944 il partito decide di mandare al confino nelle estreme regioni orientale 1.500 membri della Chiesa dei “veri cristiani ortodossi”. Appartengono a un gruppo staccatosi dalla Chiesa ufficiale perché compromessa con il regime comunista considerato l’incarnazione dell’Anticristo. Predicano l’imminente fine del mondo ed arrivano a dichiarare la Chiesa ortodossa ufficiale serva dell’Anticristo. Partendo da questa posizione esasperata sentono il dovere di boicottare tutte le iniziative del governo. Per loro è opera dell’Anticristo andare a votare, avere il passaporto sovietico, ascoltare la radio, andare al cinema, pagare le tasse e perfino frequentale le chiese legalizzate dal governo. Il fondamentalismo è sempre segnato, in tutte le correnti e in tutte le ideologie, dall’ossessione di dover innanzitutto condannare il nemico, addossare a lui ogni colpa per autogiustificarsi con maggior facilità; tende a esaurirsi nella protesta illudendosi che qui si manifesti la vera creatività dell’uomo. In questo senso i “veri cristiani ortodossi” non si rendono conto di avere molto in comune con gli ideologi del comunismo, dei quali acutamente aveva profetizzato Dostoevskij: «Arditi nella denuncia, eunuchi nella creatività. Sono capaci di distruggere il mondo, ma incapaci di costruire una catapecchia». Anche nel ricco alveo della clandestinità cristiana in Russia, dunque, chi ha ceduto all’esasperata condanna del nemico ha finito per vanificare le migliori intenzioni, condannando se stesso alla sterilità. |
|
..partirono per chiedere a dio conto di tutto... *** Lagherkvist e la sua domanda appassionata Siamo nel regno dei morti. Tutti sono seduti e immobili e a turno ognuno ricorda nel silenzio più o meno interessato degli altri, qualche episodio della sua vita terrena. E' così da secoli, da millenni. E vediamo i vari tipi di uomini che parlano della propria avventura umana con voce quasi atona. Ma il loro stare immobili nell'oscurità in attesa che l'eternità trascorra, se in un primo momento incuriosisce, poi diventa quasi insopportabile per il lettore. Fino a che: Ma ecco in mezzo a loro si alzò un uomo. Per tutta l'eternità anteriore non era mai accaduto che qualcuno si alzasse, che qualcun si modificasse, diventasse diverso. Lo guardavano meravigliati. Il viso era acceso di passione, come bruciato dal fuoco, gli occhi fiammeggiavano nell'oscurità. E l'uomo non parlò come gli altri, parlò con violenza; le parole si susseguirono impetuose: "Che cos'è la verità? Diteci, che cos'è la verità? questa vita che noi viviamo, è soltanto confusione, soltanto ricchezza illimitata. E' troppo. E' un troppo, che noi non possiamo capire: riusciamo soltanto a vedere la piccola parte nostra che è minuscola. D'altro canto ciò che è grande è troppo grande. Lottiamo e lottiamo, ognuno per conto suo, cerchiamo e cerchiamo, ma ognuno non trova che se stesso. Sediamo solitari in uno spazio senza fine, e la nostra solitudine chiama nel buio. Non possiamo essere salvati, siamo troppi. E non troviamo una strada che tutti si possa seguire. La vita è dunque sempre uno solo di noi? Non è mai noi tutti, non è mai qualcosa di così certo da permetterci di appoggiare la testa ad essa ed essere felici? Non è mai unica e identica? Non è mai semplice come una vecchia madre che ogni giorno dice le stesse parole al suo bimbo, sentendo di volta in volta sempre più forte il suo amore? Non è mai una casa, dove noi tutti ci si possa riunire formando un'unica famiglia? E' forse così grande che noi mai riusciremo a concepirla? Mai, in tutta l'eternità! Soltanto meditare, meditare ognuno a suo modo, vedere che tutto è inghiottito da un buio dove non intravediamo niente. Io non posso sopportare che la vita sia così grande! io non posso sopportare che sia sterminata. Non posso sopportare la mia solitudine in uno spazio che non ha fine. Voglio cercare dio, ciò che è sempre vero. Andiamo in cerca di dio, chiediamogli conto del fatto che la vita è così disorientante. Raduniamoci tutti, e partiamo: cerchiamo dio, per ottenere finalmente una certezza" Lo ascoltavano intenti. Aveva parlato in modo da affascinarli. Aveva toccato in loro qualcosa che ognuno sapeva di possedere, nascosto al fondo dell'essere, e che doleva a un contatto. Prima non avevano sentito in modo così profondo l'infelicità della vita, alcuni non l'avevano sentita affatto. Ora finalmente si destavano alla coscienza di tutto. Ora tutti capivano quale disperato groviglio fosse la vita, e come essa fosse così immensa da non concedere pace ad alcuno, non al più felice, non al più ricco: la vita per l'uomo era senza basi, senza un terreno saldo, senza verità. Ora capivano come fosse avvilente vivere come vivevano, senza sapere, senza realmente credere. Capivano a quale disperata solitudine fosse condannato ognuno, in mezzo all'impenetrabile oscurità. E capivano che a ciò bisognava metter fine, che dovevano partire in cerca di qualcosa d'altro, di qualcosa che valesse per tutti (...) Senonché alcuni pensavano: esiste dunque realmente un dio? Uno disse: "Se anche esiste un dio, io ho la sensazione che non ne esiste uno per me". Un altro dichiarò: "Anch'io ho la sensazione che per me non esista alcun dio". Colui che aveva parlato con fervore rispose: "Un unico uomo non può desiderare di avere un dio; ma per noi milioni bisogna che un dio esista". A queste parole tutti credettero e si alzarono per seguirlo, per chiedere a dio conto della vita incomprensibile. (...) Sentivano che, in tutta la confusione e la molteplicità della vita, qualcosa li teneva finalmente uniti:la loro infelicità, la loro abissale miseria. Sentivano la profondità della loro disperazione, e sentivano che essa li univa, e se ne inebriavano. La percepivano come una forza possente, la forza dell'essere umano, che erompeva dalla loro anima in tumulto, e questa sensazione li inebriava. I felici si domandavano come avessero potuto essere felici. Gli infelici rimpiangevano di non esser stati ancora più infelici. Guidati dall'oratore appassionato, partirono per chiedere a dio conto di tutto. P. Lagerkvist; Il sorriso eterno, Iperborea. (Pagg.65 e ss.) Grazie ad : annavercors. |
|
Ada Negri, *** Pochi ormai, almeno tra gli under 50, sanno qualcosa di Ada Negri. E quel poco che sanno lo devono allo sbiadito ricordo di un trafiletto letto in qualche antologia tra i banchi di scuola. Gli stessi banchi dove, alcuni decenni prima, le poesie della Negri erano imparate a memoria, assieme ai versi di Dante e di Leopardi. L’amicizia con Mussolini e la stima che il regime le ha riservato valsero, probabilmente, come pretesti che i suoi detrattori usarono per relegarla tra gli intellettuali organici al fascismo. Il professor Pietro Zovatto, autore del recente L’Itinerario Spirituale di Ada Negri, oltre a dimostrare quanto fossero infondate le ragioni della sua damnatio memoriae, ci aiuta a comprendere le profonde intuizioni, il portato e l’eredità culturali, per le generazioni immediatamente successive, della scrittrice. Professor Zovatto, quale fu il percorso spirituale di Ada Negri? Ada Negri (1870-1945) di Lodi, figlia d’una umile e laboriosa tessitrice, proveniva dal cosiddetto ceto proletario. La madre si sacrificò fino all’eroismo per farla studiare e compiere così il salto qualitativo sociale che l’avrebbe immessa nella classe “intellettuale” del tempo. La prima tappa del suo percorso è quella che la individua come socialista a Milano, con colleghi di partito quali Turati e il primo Mussolini. Quello della Negri era un socialismo lirico e umanitario, senza supporto di ideologie. Subì quindi una lenta progressiva evoluzione e la sua produzione poetica passò da Fatalità (1892) - un insieme di slogan scontati di propaganda socialista - ad un impegno più approfondito, rivolto alla società civile, incentrato, con un tono pensoso, sul problema sociale, con una particolare sensibilità ai diseredati e ai miserabili. Poi qualcosa è cambiato Di qui passò a una fase di umanesimo intenso e commosso con Maternità (1904), in cui esaltava il ruolo universale della madre sotto il profilo spirituale ed educativo. Infine, la fase più specificatamente mistica, in cui esprime l’esperienza intima del divino che provoca in lei vibrazioni di alti pensieri sulla sorte dell’umanità intera, quando l’Italia era stata travolta in una tragica quanto esecrabile guerra dalla politica avventurosa del fascismo. Quali sono i tratti specifici della sua produzione? La sua poesia andò via via affinandosi, sotto il profilo formale, grazie alle influenze di Carducci, del Fogazzaro e del D’Annunzio. Ma, soprattutto, la Negri rivelò una commozione estetica particolare, legata alla sua fine sensibilità di donna, quando accostò anche la Sacra Scrittura e l’agiografia delle mistiche classiche. La sua caratteristica predominante fu quella di aver raggiunto, nella maturità, una consapevolezza artistica e una senso del divino uniti indissolubilmente all’ispirazione poetica. Era l’arte che s’imponeva con la sua magia cattivante, divenendo spontaneamente paradigma di vita umana e di testimonianza cristiana della vita. In che termini emerge più radicalmente la sua concezione della trascendenza?
Nei termini della pienezza artistica in sintesi armoniosa con l’afflato religioso, trasfigurata nella preghiera ai più alti livelli mistici che la poesia italiana abbia raggiunto, anche quando tocca l’umile vicenda del quotidiano. Come Clemente Rebora, suo conterraneo, e come padre David Maria Turoldo nei loro componimenti lirici d’ispirazione sacra. Come ha inciso sulle generazioni successive? Un ruolo didattico specifico della poesia della Negri lo si può rinvenire nei manuali scolastici che fino agli anni Cinquanta si trovavano nelle scuole. Per coincidenza fortuita furono le maestrine d’Italia, sue colleghe, a educare le nuove generazioni, e il suo magistero lo si trova diffuso anche nei banchi della scuola secondaria. Il suo influsso si blocca subito dopo la seconda metà del secolo scorso, segno del mutato clima culturale. La sua prosa, tuttavia, fu molto apprezzata anche da chi non la stimava come poetessa, come Cesare Pavese. Un suo importante estimatore fu il raffinato letterato e saggista don Giuseppe de Luca, che nel 1942 le voleva commissionare una Vita di Cristo, al di fuori degli schemi edificanti abituali: «Una vita di Cristo non al modo delle usuali, ma sul ciclo liturgico e cioè nel cuore degli uomini e nella luce delle stagioni. Con quell’umanità che è vostra, così dolente e così forte, così intima, e così alta; con quel sentimento degli uomini e della natura; con quel segreto palpitare del cuore, come acqua notturna, verso Cristo tanto presente e tanto assente al cuor nostro, così vicino e così lontano, così dentro e così fuori». Ha influito anche su don Luigi Giussani che, nelle sue conferenze alla Gioventù studentesca del primo periodo, a Milano, spesso citava la sua poesia religiosa densa di valori umani e cristiani e pedagogicamente efficace, per integrare con il bello del sacro l’austera radicalità evangelica. Che considerazione aveva della poetessa il mondo culturale dell’epoca? La sua produzione ottenne subito un grande successo, strepitoso per una maestrina poco più che ventenne di un paesino come Motta Visconti. Fu l’editore triestino operante a Milano, il Treves (il Mondadori del momento, che pubblicava anche D’Annunzio) a dare alle stampe la sua prima opera, che superò subito le venti edizioni. Provocando in questo modo l’invidia di Benedetto Croce, che vedeva in lei un successo immeritato, poiché la sua poesia non coincideva con i suoi canoni estetici, quelli della “poesia pura”, un poetare svincolato da ogni impegno “missionario” di intervento contingente. E pure Pirandello si era adombrato di tanto successo, divenendo suo detrattore. Ada Negri viene spesso descritta come intellettuale organica al regime fascista. Lo era effettivamente o si tratta di un’etichetta attribuita alla poetessa dai suoi detrattori? Di Mussolini conservava l’amicizia della prima fase socialista (sul cui socialismo Renzo De Felice ha lasciato un lavoro notevole). Ella per temperamento non obliava mai i sodalizi amicali, iniziati con la condivisione degli ideali sociali quand’era a Milano. Certo il regime fascista la scelse quale membro della Reale Accademia d’Italia - unica donna di quel consesso elitario - e le conferì il premio Mussolini, poiché per poco aveva mancato il Nobel, che andò invece a Grazia Deledda. Rimase, tuttavia, aliena da ogni tipo di politica militante fascista, sempre assorbita con dedizione totale al suo lavoro d’artista. Il Comes, che pubblicò la sua corrispondenza con Mussolini, non poté certo dimostrare che ella partecipasse o ispirasse la politica del capo del governo fascista. Difficilmente si può affermare che fosse intellettuale conformista del regime. Nessun scritto la vede esaltare il Duce, così com’era costume diffuso della retorica del tempo. Anzi ella, dall’epistolario pubblicato dall’Itinerario spirituale, è drammaticamente sofferente per la guerra disastrosa innescata dal regime. Politicamente intuiva il grande groviglio di problemi futuri che si sarebbero generati - a conflitto terminato – dalla volontà di riappacificare gli animi dell’Italia divisa in due, e temeva per la sua stessa sorte. Morì tre mesi prima del 25 aprile 1945, quasi certamente per l’angoscia di vedere l’Italia dilacerata e disfatta sotto il profilo morale e materiale. Non poteva prevedere l’opera lungimirante di ricostruzione civile e diplomatica di Alcide De Gasperi. Intervista a Pietro Zovatto, tratta da [ilsussidiario.net] 17 novembre 2009
|
|
La croce *** Keith Chesterton immagina un colloquio tra due personaggi che ben si addice al problema in questione "Come ti stavo dicendo" seguitò Michele, "anche quell'uomo aveva adottato l'opinione che il segno del cristianesimo fosse un simbolo di barbarie e di irragionevolezza. È una storia assai interessante. Ed è una perfetta allegoria di ciò che accade ai razionalisti come te. Egli cominciò naturalmente, col bandire il crocifisso da casa sua, dal collo della sua donna, perfino dai quadri. Diceva, come tu dici, che era una forma arbitraria e fantastica, una mostruosità; e che la si amava soltanto perché era paradossale. Poi diventò ancora più furioso, ancora più eccentrico; e avrebbe voluto abbattere le croci che si innalzavano lungo le strade del suo paese, che era un paese cattolico romano. Finalmente s'arrampicò sopra il campanile di una chiesa, ne strappò la croce e l'agitò nell'aria, in un tragico soliloquio sotto le stelle. Una sera d'estate mentre ritornava lungo il viale, a casa sua, il demone della sua follia lo ghermì di botto gettandolo in quel delirio che trasfigura il mondo agli occhi dell'insensato. S'era fermato un momento, fumando la sua pipa di fronte a una lunghissima palizzata: e fu allora che i suoi occhi si spalancarono improvvisamente. Non brillava una luce, non si muoveva una foglia; ma egli credette di vedere, come in un fulmineo cambiamento di scena, la lunga palizzata tramutata in un esercito di croci legate l'una all'altra, su per la collina, giù per la valle. Allora, facendo volteggiare nell'aria il suo pesante bastone, egli mosse contro la palizzata come contro una schiera di nemici. E, per quanto era lunga la strada, spezzò, strappò, sradicò tutte quelle assi che incontrava sul suo cammino. Egli odiava la croce: ed ogni palo era per lui una croce. Quando arrivò a casa, era pazzo da legare. Si lasciò cadere sopra una sedia, ma rimbalzò subito in piedi perché sul pavimento scorgeva l'intollerabile immagine. Si buttò sopra un letto; ma tutte le cose che lo circondavano avevano ormai l'aspetto del simbolo maledetto. Distrusse tutti i suoi mobili, appiccò il fuoco alla casa, perché anche questa era ormai fatta di croci: e l'indomani lo trovarono nel fiume. Lucifero guardò il vecchio monaco mordendosi le labbra. "È vera questa storia?" "No!" disse Michele. "È una parabola: la parabola di voi tutti razionalisti e di te stesso. Cominciate con lo spezzare la croce; ma finite col distruggere il mondo abitato" Gilbert Keith Chesterton da: la sfera e la croce |
|
*** Narrasi a questo proposito un molto curioso aneddoto. Il consiglio legislativo della Cisalpina, di cui Parini era membro, teneva la sua adunanza nello stesso luogo dove siedeva l’antica Cameretta e dov’eravi un gran crocifisso, che un giorno alcuno di quegli esaltati repubblicani fece levar via. Giunto Parini e non vedendo più il crocifisso chiese fieramente ai colleghi: dov’è il cittadino Cristo? Al che eglino, ridendo e motteggiando, risposero averlo fatto riporre altrove perché non aveva più nulla a fare colla nuova repubblica. Ma l’austero poeta soggiunse: ebbene, quando non c’entra più il cittadino Cristo non c’entro più nemmen’io. E si dimise immediatamente dal suo ufficio. Vincenzo Monti, In morte di Lorenzo Mascheroni, 1802 |
|
*** Vi è una accezione della parola santità la quale si rifà ad una immagine di eccezionalità che una aureola esprime. Eppure il santo non è né un mestiere di pochi né un pezzo da museo. La santità va vista in ogni tempo come la stoffa della vita cristiana. pur dentro la parzialità di certe immagini, rimane la traccia di una idea fondamentalmente esatta: il santo non è un superuomo, il santo è un uomo vero. Il santo è un uomo vero perchè aderisce a Dio e quindi all'ideale per cui è stato costruito il suo cuore, e di cui è costruito il suo destino. Eticamente tutto ciò significa "fare la volontà di Dio" dentro una umanità che rimane e pur diventa diversa. San Paolo testimoniava ai Galati: "Pur vivendo nella carne io vivo nella fede del Figlio di Dio". Infatti la santità è il riflesso della figura dell'unico in cui l'umanità si è compiuta secondo tutta la sua potenzialità: Gesù Cristo. Luigi Giussani (Presentazione del libro "Santi" di Cyril Martindale) grazie a: stellanuova |
|
Vita tranquilla *** Ho sempre pensato "Quando avrò questo sarò saziato" ma poi avevo questo, era lo stesso.. Ho sempre pensato "Troverò il mare e sarò bagnato", il mare ho trova, ma nulla è cambiato.. Che cos’è che io aspetto..? Io voglio una vita tranquilla perché è da quando sono nato che sono spericolato Io voglio una vita serena perché è da quando sono nato che è disperata, spericolata, però libera, verde e sconfinata.. Io dovrei, non dovrei Ho sempre pensato quando avrò il cielo sarò stellato divenni una stella ma ero lo stesso sempre lo stesso Ho sempre pensato troverò lei e sarò rinato lei ho trovato, qualcosa è cambiato qualcosa è cambiato.. L’ultima illusione non è svanita io libero per sempre.. Io voglio una vita tranquilla perché è da quando son nato che sono spericolato Io voglio una vita serena perché è da quando son nato che è disperata, spericolata, però libera, verde e sconfinata.. Da "Vita tranquilla" di Tricarico. |
|
A proposito della sentenza della Corte europea sui crocifissi UNA PRESENZA IRRIDUCIBILE La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo contro i crocifissi nelle aule scolastiche ha suscitato una vasta eco di proteste: giustamente quasi tutti gli italiani - l’84% secondo un sondaggio del Corriere della Sera - si sono scandalizzati della decisione. «E voi chi dite che io sia?». Questa domanda di Gesù ai discepoli ci raggiunge dal passato e ci sfida ora. Quel Cristo sul crocifisso non è un cimelio della pietà popolare per il quale si può nutrire, al massimo, un devoto ricordo. Non è neppure un generico simbolo della nostra tradizione sociale e culturale. Cristo è un uomo vivo, che ha portato nel mondo un giudizio, una esperienza nuova, che c’entra con tutto: con lo studio e il lavoro, con gli affetti e i desideri, con la vita e la morte. Un’esperienza di umanità compiuta. I crocifissi si possono togliere, ma non si può togliere dalla realtà un uomo vivo. Tranne che lo ammazzino, come è accaduto: ma allora è più vivo di prima! Si illudono coloro che vogliono togliere i crocifissi, se pensano di contribuire così a cancellare dallo “spazio pubblico” il cristianesimo come esperienza e giudizio: se è in loro potere -ma è ancora tutto da verificare e noi confidiamo che siano smentiti - abolire i crocifissi, non è nelle loro mani togliere dei cristiani vivi dal reale. Ma c’è un inconveniente: che noi cristiani possiamo non essere noi stessi, dimenticando che cos’è il cristianesimo; allora difendere il crocifisso sarebbe una battaglia persa, perché quell’uomo non direbbe più nulla alla nostra vita. La sentenza europea è una sfida per la nostra fede. Per questo non possiamo tornare con tranquillità alle cose solite, dopo avere protestato scandalizzati, evitando la questione fondamentale: crocifisso sì, crocifisso no, dov’è l’avvenimento di Cristo oggi?O, detto con le parole di Dostoevskij: «Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?». Comunione e Liberazione Novembre 2009. |
|
Crocifisso L'Illusione Del Nulla *** La decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo è talmente assurda e irragionevole da sembrare surreale.
Sulla sua assurdità sono intervenuti in molti, usando una gamma di argomenti che vanno dall’antico e solenne «non possiamo non dirci cristiani» di Benedetto Croce al puro «buon senso vittima del diritto» evocato dal leader del maggiore partito della sinistra italiana. In quel crocifisso c’è la nostra storia e la nostra cultura. Basterebbe questo a rendere contraddittoria l’idea di tirarlo via a forza dalle aule dove si tramandano storia e cultura. E la contraddizione arriva al paradosso, se si pensa che è proprio da quella tradizione cristiana che è nata l’idea stessa di “laico”. Prima di Cristo, la laicità non esisteva. Cesare e Dio erano la stessa cosa. E fuori dal cristianesimo, in grandissima parte, continuano ad esserlo, con tutte le storture e le violenze che questo porta nella storia. Contraddittorio, quindi. Ma anche irragionevole. Perché il crocifisso non è "solo" cultura. È segno del Mistero. Ha a che fare con il senso della vita e con il dramma del dolore. Offre a tutti un'ipotesi che va oltre il nulla in cui tutto andrebbe a finire. Estirparlo dalle aule scolastiche, eliminare questa dimensione e questa ipotesi vuol dire – questo sì – soffocare l’idea stessa di educazione. A meno che non si pensi all'educazione come a qualcosa che non c'entra con il nostro cuore, con le sue esigenze ed evidenze, con il desiderio di infinito che rende uomo un uomo. A meno che non si riduca ai minimi termini la sua ragione. Per questo il crocifisso è un fatto che riguarda tutti. È un segno religioso, chiaro. Ma di una fede che abbraccia, non esclude. Che si offre alla libertà dell’uomo e la sollecita. Di ogni uomo, qualsiasi tradizione abbia. «Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino», scriveva vent’anni fa un'autrice di padre ebreo e cultura di sinistra come Natalia Ginzburg, in un articolo sull’Unità che varrebbe la pena di rileggere per intero, e magari spedire a Strasburgo. Perché c’è un altro dato che colpisce di questa vicenda. La sentenza arriva nello stesso giorno in cui, di fatto, nasce la nuova Unione europea, con l’ultima firma sotto il Trattato di Lisbona. Coincidenza, certo: la Corte non è emanazione diretta dell'Unione. Ma coincidenza infelice. Su queste basi, l'Europa non può fare molta strada. C’è qualcosa di insano – e non da oggi – in questa tensione della cultura occidentale a recidere le sue radici, a tagliare i ponti con ciò che l'ha generata e ne sostiene, tuttora, il tessuto sociale e civile. È l’utopia di poter vivere i valori che fondano la nostra società – la libertà, l'uguaglianza, la democrazia, la stessa educazione – svuotandoli dalla loro origine viva e reale, da ciò che li ha generati: il cristianesimo. Anzi, Cristo. Questo, in fondo, è il nichilismo. Al posto di Dio, il nulla. Pensare che su questo nulla si possano costruire dei rapporti umani, una società, un’intera civiltà, è un'illusione. E non c'è illusione di cui la realtà, prima o poi, non presenti il conto da: http://tracce.it/11-09 |
|
I magistrati in Italia *** "I magistrati sono un grande problema. La legge è uguale per tutti, tranne che per loro. Forse perché nei tribunali ce l'hanno scritto alle spalle e fanno fatica a girarsi. Bisogna cancellare le correnti organizzate perché le correnti sono giocoforza politicizzate". Giulio Andreotti |
|
LETTERA I carcerati di Padova: si può esser felici in cella *** Siamo alcuni ergastolani della Casa di reclusione di Padova. Ci troviamo in carcere da 10-15-17 anni. Abbiamo appreso dalla tv l’agghiacciante notizia del suicidio di Diana Blefari Melazzi, un gesto che sta facendo molto discutere, a differenza del silenzio sulle centinaia di altri nostri compagni che in questi anni si sono suicidati e che sono passati inosservati, forse perché “anonimi” e di nessun interesse giornalistico, ma non per questo meno “importanti” sotto l’aspetto umano, che invece dovrebbe sempre essere tenuto in primaria considerazione. Dal giorno del nostro arresto ne è passata molta di acqua sotto i ponti, siamo stati anche in carceri “dure” e, nonostante a volte la tentazione di farla finita sia stata quotidiana, non ci siamo mai arresi alla disperazione, neppure quando ci siamo ritrovati a regime duro e completamente da soli in una cella di isolamento. La nostra natura di Uomini, e cioè di persone che cercano inarrestabilmente un senso alla vita, prende sempre il sopravvento, e questo riguarda sempre tutti anche i non carcerati - basta avere il coraggio e la lealtà di guardarsi attorno. Stante le condizioni in cui siamo di per sé dovremmo essere in pochi a non suicidarsi e invece no. Questo riguarda tutta la società, anche chi ha tutto. Non sono le condizioni di vita: pensate che per delinquenti e non, siano così determinanti? Basta guardarsi attorno vicino - a casa propria - o lontano che sia - nei paesi più poveri. Non sono neppure il rispetto dei diritti umani minimi a dare dignità all’Uomo. Serve una vera Speranza nella vita, di cui i diritti umani, la dignità del vivere ne sono una conseguenza. Riconoscere la positività che vince ogni solitudine, ogni violenza, ogni sopruso è possibile solo grazie all’incontro con persone che testimoniano che la vita vale più di ogni apparente mancanza e delle peggior condizioni di vita, della malattia e della morte. Non confondiamo perciò la Speranza vera, quella che risponde alla nostre e vostre domande di giustizia, di verità e di felicità con l’acqua calda, un pasto un tetto e un po’ di rispetto (che certo permettono di vivere meglio). Noi possiamo reputarci dei “fortunati” perché non abbiamo mai perso la fiducia, o forse non abbiamo mai avuto il coraggio di mettere in pratica tutte le strane idee che vengono facilmente in testa quando si è in condizioni disperate. Per quanto ci riguarda, la nostra fortuna è stata quella di aver trovato delle persone che in noi hanno visto il lato buono; persone che nonostante le pessime “referenze” hanno comunque scommesso su di noi, e anche se potrà sembrare strano, paradossalmente è stato proprio quel briciolo di fiducia a farci comprendere ancora meglio i nostri errori e il valore infinito che ognuno di noi, di voi ha. Quando viene data una possibilità durante la detenzione non significa svilire il senso della condanna, ma anzi si aiuta la persona a prendere coscienza delle proprie responsabilità; è proprio in quel momento che si inizia davvero a pagare, a scontare veramente la condanna con la giustizia dei tribunali e soprattutto con gli altri, nei confronti della società e ancor di più verso le persone alle quali si è fatto del male. Il sistema carcerario e legislativo purtroppo hanno alcuni controsensi. Si parla a volte di diritti umani e poi ci si indigna tanto se qualcuno propone l’abolizione dell’ergastolo, sostituendolo con una condanna ugualmente dura ma che abbia un fine pena, anche se molto lontano nel tempo, che lasci quindi un barlume di speranza e di redenzione a chi lo sconta. Ora sembra, ascoltando i telegiornali, che il problema sia consistito solo in un controllo poco adeguato di Diana Blefari Melazzi, e che quindi bastava tenerla continuamente monitorata o per le sue condizioni “trattata in un altro modo”. O per citare un altro caso di attualità, che il povero Cucchi non fosse morto. Ecco questi casi non si possono trattare usandoli, come sempre tutto - vedi anche il caso Marazzo - a proprio uso e consumo, fagocitandoli per poi dopo un pò passare a un altro scoop Bisognerebbe invece porsi il problema che aldilà dell’individuo che ha commesso un reato, c’è sempre la persona, e nessuna persona è in grado di vivere se le si toglie qualsiasi progettualità o speranza per il futuro, e se la si identifica solamente e per sempre nel crimine che ha commesso. Per quanto ci riguarda crediamo infatti che, fermo restando la responsabilità penale e quindi la giusta condanna che stiamo pagando, sarebbe importante sapere che non tutti gli occhi degli altri rimangono indifferenti allo sforzo che facciamo, giorno dopo giorno, nel voler crescere come uomini che molto hanno tolto, ma che ancora qualcosa di buono sentono di poter dare. È vero che la funzione della carcerazione è quella di punire una persona che ha commesso dei reati e di isolarla dalla società. Difatti ci si trova spogliati di tutto, senza più amicizie, spesso senza più una famiglia che non ti può aspettare in eterno. Si è soli con le proprie colpe, con i rimorsi della propria coscienza, rinchiusi tra quattro mura. Ma a questo punto che valore hanno i tanto declamati “diritti umani”, se non c’è nessuno che ti tende una mano e che ti dice che non sei più solo e che se vuoi puoi tentare di riscattarti? Allora l’invito che vogliamo rivolgere a tutti e in particolare a chi si trova nelle nostre condizioni in tutte le carceri del mondo, di non smettere mai, di lottare per ottenere condizioni migliori e dignità nel vivere, ma soprattutto che si possa trovare una risposta al senso del vivere e del morire subito e questo possa rendere la vita più bella.
|