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Eccomi

Utente: giacabi

chi sono
Sono un ex vagabondo che ha avuto la grazia, durante il suo vagabondare di incontrare degli amici di Gesù che gli hanno mostrato la Bellezza della vita, quello che il suo cuore da sempre cercava. Ora sono diventato un pellegrino con lo sguardo rivolto alla “Roccia splendente” anche se spesse volte riabbasso lo sguardo verso terra col rischio di perdermi in vicoli ciechi; ma appena rialzo la testa vedo gli amici e la meta, di nuovo la realtà riprende forma e colore.



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lunedì, 31 dicembre 2007

Mi sei scoppiato dentro il cuore all'improvviso

Mina


***

 Era
solamente ieri sera
io parlavo con gli amici
scherzavamo tra di noi
e tu e tu e tu
tu sei arrivato
m'hai guardato e allora
tutto e' cambiato per me
Mi sei scoppiato
dentro al cuore all'improvviso
all'improvviso non so perché
non lo so perché all'improvviso
all'improvviso
sarà perché mi hai guardato
come nessuno mi ha guardato mai
mi sento viva
all'improvviso per te

Ora
io non ho capito ancora
non so come può finire
quello che succederà
ma tu, ma tu, ma tu
tu l'hai capito
l'hai capito ho visto
eri cambiato anche tu
Mi sei scoppiato

dentro al cuore all'improvviso
all'improvviso non so perché
non lo so perché all'improvviso
all'improvviso
sarà perché mi hai guardato
come nessuno mi ha guardato mai
mi sento viva
all'improvviso per te

Mi sei scoppiato
dentro al cuore all'improvviso
all'improvviso non so perché
non lo so perché all'improvviso
all'improvviso
sarà perché mi hai guardato
come nessuno mi ha guardato mai
mi sento viva
all'improvviso per te


postato da: fontanavivace

 

Postato da: giacabi a 11:43 | link | commenti (1)

L’uomo è rapporto di corrispondenza con l’Essere

***

«manifestamente l'uomo è qualcosa (che esiste) di essente. Come tale appartiene, allo stesso modo della pietra, dell'albero, dell'aquila al tutto dell'essere. Appartenere (gehoren) significa qui anche essere inserito nell'essere secondo un ordine. Ma il segno distintivo dell'uomo consiste in questo, che egli, come essenza pensante, aperto all'essere, è posto di fronte ad esso, resta riferito all'essere e gli corrisponde. L'uomo è propriamente questo rapporto di corrispondenza, ed è soltanto questo. "Soltanto": questa parola non indica una limitazione, ma un eccesso (...) Nell'uomo si impone un appartenere (gehoren) all'essere, un appartenere che si pone in ascolto (hort) dell'essere, perché ad esso è trasferita la sua proprietà (iibereignet). E l'essere? Pensiamo l'essere, secondo il suo senso iniziale, come presenza (Anwesen). L'essere non si presenta (west.. .an) né casualmente, né eccezionalmente all'uomo. L'essere è (west) e persiste in quanto si volge con il suo appello nella direzione dell'uomo. Soltanto l'uomo, infatti, aperto per l'essere, lascia che l'essere si avvicini come presenza. Tale presenza (An-wesen) ha bisogno (braucht) di una radura luminosa (Lichtung) e così, con questo bisogno (Brauchen), la sua proprietà resta trasferita all'essenza dell'uomo. Questo non vuoi dire che l'essere sia primariamente posto dall'uomo e soltanto da lui. Al contrario appare chiaro come uomo ed essere siano traspropriati (iibereignet) l'uno all'altro, appartengano l'uno all'altro».

 M. HElDEGGER, Identità e differenza, in «Aut-Aut. fin. 187-188 (1982)

 

Postato da: giacabi a 08:59 | link | commenti
persona, heidegger, senso religioso

domenica, 30 dicembre 2007

Julián Carrón su “EL MUNDO” alla manifestazione per la famiglia del 30 dicembre 2007, festa della “Sacra Famiglia”.

***


Indiscutibile.

L’appello a intervenire alla manifestazione di questa domenica (30 dicembre) nella Plaza de Colón di Madrid ha suscitato un moto di adesione in moltissime persone,desiderose di riunirsi per testimoniare gioiosamente davanti a tutti il bene che per loro significa la famiglia. Non dovremmo sottovalutare questa risposta. Da decenni continuiamo a ricevere messaggi che vanno nella direzione opposta: molte serie televisive, film e molta letteratura ci mettono davanti il contrario. Davanti a questo impressionante spiegamento di mezzi, parrebbe normale che la famiglia avesse smesso di interessare.
Invece c’è qualcosa che siamo costretti a riconoscere quasi con sorpresa: questo impressionante apparato ha dimostrato di non essere più potente dell’esperienza elementare che ciascuno di noi ha vissuto nella propria famiglia, l’esperienza di un bene. Un bene del quale siamo grati e che vogliamo trasmettere ai nostri figli per condividerlo con loro.

Qual è l’origine di questo bene di cui siamo così grati?

È l’esperienza cristiana.

Non è sempre stato così, come testimonia la reazione dei discepoli la prima volta che sentirono Gesù parlare del matrimonio. “Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “è lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”. Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina?”. E aggiunse: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”. I discepoli gli dissero: “Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”. (Mt 19,3-6.10)
Non dobbiamo sorprenderci, quindi.

La stessa cosa che a tanti oggi, e spesso a noi stessi, appare impossibile, tale appariva anche ai discepoli. Solo la grazia di Cristo ha reso possibile vivere la natura originale della relazione fra l’uomo e la donna. È importante guardare a questa origine per poter rispondere alle sfide che dobbiamo affrontare. Noi cattolici non siamo diversi dai più; molti fra noi hanno problemi nella vita familiare. Dolorosamente constatiamo come fra noi vi siano molti amici che non sono perseveranti di fronte alle numerose difficoltà esterne e interne che attraversano. E quanto a noi, non è sufficiente conoscere la vera dottrina sul matrimonio per resistere a tutte le tentazioni della vita. Ce lo ha ricordato il Papa: “Le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano. L’uomo non può mai essere redento semplicemente dall’esterno” (Spe salvi, 25).
Dobbiamo far nostro quello che abbiamo ricevuto per poterlo vivere nella nuova situazione che siamo tenuti ad affrontare, come ci invita Goethe: “Ciò che hai ereditato dai tuoi padri devi conquistarlo di nuovo per possederlo veramente”.
Per riappropriarci veramente dell’esperienza della famiglia dobbiamo imparare che “la questione del giusto rapporto tra l’uomo e la donna – come ha detto Benedetto XVI – affonda le sue radici dentro l’essenza più profonda dell’essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da quì. Non può essere separata cioè dalla domanda antica e sempre nuova dell’uomo su se stesso: chi sono? che cosa è l’uomo?”. Davvero la persona amata ci rivela “il mistero eterno del nostro essere”. Nulla ci risveglia talmente, e ci rende così coscienti del desiderio di felicità che ci costituisce, quanto l’esperienza di essere amato. La sua presenza è un bene così grande che ci fa rendere conto della profondità e della vera dimensione di questo desiderio: un desiderio infinito. Le parole di Cesare Pavese sul piacere si possono applicare alla relazione amorosa: “Quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo infinito”. Un io e un tu limitati si suscitano reciprocamente un desiderio infinito e si scoprono lanciati dal proprio amore verso un desiderio infinito.
In questa esperienza, a entrambi si svela la propria vocazione.
Per questo i poeti hanno visto nella bellezza della donna un “raggio divino”, ossia un segno che rimanda più oltre, a un’altra cosa più grande, divina, incommensurabile rispetto al suo limite naturale. La sua bellezza grida di fronte a noi: “Non sono io. Io sono solo un promemoria. Guarda! Guarda! Che cosa ti ricordo?”. Con queste parole il genio di C. S. Lewis ha sintetizzato la dinamica del segno, di cui la relazione fra l’uomo e la donna costituisce un esempio commovente. Se non comprende questa dinamica, l’uomo cede all’errore di fermarsi alla realtà che ha suscitato il desiderio. E la relazione finisce per diventare insopportabile.
Come diceva Rilke, “questo è il paradosso nell’amore tra l’uomo e la donna: due infiniti trovano due limiti. Due infinitamente bisognosi di essere amati trovano due fragili e limitate capacità di amare. Solo nell’orizzonte di un Amore più grande non si divorano nella pretesa, né si rassegnano, ma camminano insieme verso la pienezza di cui l’altro è segno”.




La più bella esperienza, innamorarsi

In questo contesto si può comprendere l’inaudita proposta di Gesù perché l’esperienza più bella della vita, innamorarsi, non decada sino a trasformarsi in una pretesa soffocante. “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,37.39). Con queste parole Gesù rivela la portata della speranza che la sua persona costituisce per coloro che lo lasciano entrare nella propria vita. Non si tratta di una ingerenza nei rapporti più intimi, ma della più grande promessa che l’uomo ha potuto ricevere: se non si ama Cristo – la Bellezza fatta carne – più della persona amata, questo rapporto appassisce. È Lui la verità di questo rapporto, la pienezza alla quale i due reciprocamente si rinviano e nella quale il loro rapporto si realizza pienamente. Solo permettendogli di entrare in essa, è possibile che la relazione più bella che accade nella vita non decada e col tempo muoia. Noi sappiamo bene che tutto l’impeto col quale uno si innamora non basta a impedire che l’amore, col tempo, si corrompa.
Questa è l’audacia della sua pretesa. Appare quindi in tutta la sua importanza il compito della comunità cristiana: favorire una esperienza del cristianesimo per la pienezza della vita di ciascuno. Solo nell’ambito di questa relazione più grande è possibile non divorarsi, perché ciascuno trova in essa il suo compimento umano, sorprendendo in se stesso una capacità di abbracciare l’altro nella sua diversità, di una gratuità senza limiti, di un perdono sempre rinnovato. Senza comunità cristiane capaci di accompagnare e sostenere gli sposi nella loro avventura, sarà difficile, se non impossibile, che la portino a compimento felicemente. Gli sposi, a loro volta, non possono esimersi dal lavoro di una educazione – della quale sono i protagonisti principali –, pensando che appartenere all’ambito della comunità ecclesiale li liberi dalle difficoltà. In questo modo si rivela pienamente la natura della vocazione matrimoniale: camminare insieme verso l’unico che può rispondere alla sete di felicità che l’altro risveglia costantemente in me, cioè verso Cristo. Così si eviterà di passare, come la Samaritana, di marito in marito (cfr. Gv 4,18) senza riuscire a soddisfare la propria sete. La coscienza della sua incapacità a risolvere da sola il proprio dramma, nemmeno cambiando cinque volte marito, le ha fatto percepire Gesù come un bene così desiderabile da non poter fare a meno di gridare: “Signore, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete” (Gv 4,15).
Senza l’esperienza di pienezza umana che Cristo rende possibile, l’ideale cristiano del matrimonio si riduce a qualcosa di impossibile da realizzare. L’indissolubilità del matrimonio e l’eternità dell’amore appaiono come chimere irraggiungibili. E in realtà esse sono frutti tanto gratuiti di una intensità di esperienza di Cristo che appaiono agli stessi sposi come una sorpresa, come la testimonianza che “a Dio nulla è impossibile”. Solo una tale esperienza può mostrare la razionalità della fede cristiana, come una realtà che corrisponde totalmente al desiderio e alle esigenze dell’uomo, anche nel matrimonio e nella famiglia.
Un rapporto vissuto in questo modo costituisce la migliore proposta educativa per i figli. Attraverso la bellezza della relazione fra i genitori, essi vengono introdotti, quasi per osmosi, al significato dell’esistenza. Nella stabilità di questa relazione la loro ragione e la loro libertà vengono costantemente sollecitate a non perdere una tale bellezza. È la stessa bellezza, che risplende nella testimonianza degli sposi cristiani, che gli uomini e le donne del nostro tempo hanno bisogno di incontrare
.



Julián Carrón

 

Siamo di fronte a un fatto strano.

Postato da: giacabi a 20:17 | link | commenti (1)
famiglia, rilke, lewis, carron

Il disordine umano

***

« L’uomo è di fatto incapace di vivere compiutamente la grande dipendenza da Colui che è la sua verità e la proiezione di essa nella vita come dono, amore e servizio. Ha la coscienza annebbiata e una volontà invincibilmente annoiata nel dovere della preghiera, vive uno strano egocentrismo, per cui a lungo andare, invece di ordinarsi al tutto, tenta di ordinare il tutto a sé; invece di darsi, tenta di prendersi, invece di amare, di sfruttare.

Questo dato di fatto dipende da una situazione originale, nativa. La tradizione cristiana lo attribuisce a un disordine che l'uomo eredita dalle origini della sua razza, responsabilmente introdotto. Esso determina il clima del mondo umano in una direzione contraria al disegno di Dio: «Il  mondo è stato fatto per mezzo di lui, ma il mondo non lo ha riconosciuto. [...] Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. [...] Se il mondo vi odia, sappiate che prima ha odiato me».50

È ciò che la tradizione cristiana chiama peccato originale. La persona non ha l'energia sufficiente a realizzare se stessa. Quanto più un uomo è sensibile e cosciente, quanto più, cioè, può essere uomo, tanto più si , accorge di non riuscire a esserlo.

Nella lettera ai Romani, il grido con cui san Paolo termina la sua constatazione è esattamente la domanda umana cui Gesù Cristo è risposta: «Me infelice, chi mi libererà da questa situazione mortale?». Questo grido è l'unica origine perché un uomo possa considerare seriamente la proposta di Cristo. Se un uomo non attende alla domanda, come farà a capire la risposta?

Per essere me stesso ho bisogno di un altro: «Senza di me non potete far nulla». Gesù ci ha insegnato che chi accetterà il suo messaggio di salvezza non potrà esimersi dall'affrontare questo problema di sincerità con se stessi, da questo realismo nel considerare l'uomo: non si può essere se stessi da soli. La compagnia, quella che poi si chiamerà la comunità cristiana, è essenziale per il suo cammino. «Nessuno viene al Padre se non attraverso me.»

Il che equivale a dire, una volta di più, che l'uomo non può realizzare se stesso se non accettando l'amore di un Altro -di un Altro con un nome preciso, che indipendente dalla volontà tua è morto per te -: «Nessuno ha un amore più grande di questo: Dare la vita per i propri amici».  Di sé Lui disse: «lo sono la resurrezione e la vita.»

don Giussani All’origine della pretesa cristiana Rizzoli

Postato da: giacabi a 09:32 | link | commenti
persona, giussani

La legge dell’esistenza è il dono di sé

***

«L'obiezione sull' eros che fa Nietzsche e che il Papa cita nell' enciclica Deus caritas est si potrebbe allargare a tutto il resto dell'esistenza. «il cristianesimo, secondo Friedrich Nietzsche, avrebbe dato da bere del veleno all'eros, che, pur non morendone, ne avrebbe tratto la spinta a degenerare in vizio. Con ciò il filosofo tedesco esprimeva una percezione molto diffusa: la Chiesa con i suoi comandamenti e divieti non ci rende forse amara la cosa più bella della vita? Non innalza forse cartelli di divieto proprio là dove la gioia, predisposta per noi dal Creatore, ci offre una felicità che ci fa pregustare qualcosa del Divino

In questo contesto sarà impossibile resistere alla pressione della mentalità che ci circonda, se noi non facciamo un altro tipo di esperienza. Non basta opporre il discorso giusto a quello sbagliato per vivere in questa situazione. Occorre un'esperienza diversa, un'esperienza di pienezza, altrimenti non resisteremmo e prima o poi soccomberemmo anche noi alla mentalità di tutti.

Questa è proprio la sfida e don Giussani vi risponde dicendo: «Quanto più uno lo accetta [di darsi], tanto più sperimenta già in questo mondo [attenzione alle parole!] una maggiore completezza»:è un'esperienza, non nell'al di là, ma in questo mondo. Sono parole che invitano all'esperienza, alla verifica di questa legge: che il darsi porta alla vita una maggiore pienezza. Non è ragionando, non è cercando di capire il paradosso che uno va avanti, ma guardando l'esperienza. Non ci sarà nessuno che ci potrà convincere a freddo, o con dei ragionamenti, di questo paradosso: è soltanto se uno vede che quanto più ama, tanto più è se stesso, che la vita è dono di sé e che in questo darsi non si perde, ma si guadagna. Si intuisce questo quando, in un rapporto amoroso, il darsi al tu è la pienezza del proprio io; chiunque abbia amato lo capisce. Chiunque abbia amato qualcuno capisce che più ama, più dona sé all'altro e più pienezza sperimenta.

Questo ci fa capire qual è la strada per mettere in discussione il modo solito di muoversi in cui noi diventiamo la misura. Tante volte sentiamo dire: «Non lo faccio fin quando non lo capisco», cioè prima bisognerebbe capire e poi fare. No! Perché noi non possiamo capire se il nostro criterio è la nostra ragione come misura; al contrario, è l'esperienza che rende evidente a me stesso questa legge. E per questo che don Giussani ha creato un gesto per aiutarci a capire questa legge partendo dall' esperienza: la caritativa. Egli dice che per capire non basta sapere, occorre fare.

Questo è il valore educativo, per tutti, del gesto della caritativa, dove uno impara, verifica la legge dell'esistenza come dono.»

J.Carron esercizi di fraternità 2007

Postato da: giacabi a 08:43 | link | commenti
benedettoxvi, giussani, carron

sabato, 29 dicembre 2007

La sua presenza testimoniava un'altra Presenza

***

«Avendo scelto di ancorarsi in un ambiente in cui gli agnostici, gli atei, i non praticanti erano la maggioranza, Maurice viveva semplicemente il suo cristianesimo, con disinvoltura... Noi avevamo preso l'abitudine di vederlo interrompere un articolo urgente, una riunione importante per andare alla messa e, a poco a poco, i sogghigni di sorpresa come le semplici canzonature si erano trasformati in considerazione. Era lui ad imporci il suo ritmo, così bene che alla fine, malgrado noi, malgrado lui, avevamo finito per vivere con una persona di cui noi avvertivamo oscuramente una cosa: che non era solo, ma era costantemente accompagnato »

Jean Daniel, il direttore della redazione del Nouvel Observateur: il giorno dopo la morte di Maurice Clavel

Postato da: giacabi a 21:41 | link | commenti
testimonianza, clavel

Ai cristiani “adulti”

 ***

 « Non siete andati al mondo, ma vi siete arresi al mondo! Avete confuso il moderno con le mode, avete rinnegato il mistero in nome di una problematica psico-socio-culturale! Vi siete arresi alle ideologie, agli idoli di sempre! Alfine, siate pure dei buoni marxisti, ma lasciateci Gesù Cristo!».

Maurice Clavel     

Postato da: giacabi a 14:51 | link | commenti
ideologia, clavel

L'angoscia dell'uomo moderno ***

*        « L'angoscia dell'uomo moderno (…) è dovuta in gran parte al sentimento di non avere più un simbolico punto di appoggio, un rifugio immediatamente sicuro, all'esperienza continuamente rinnovata di non trovare al mondo luogo alcuno di esistenza che appaghi lo spirito che esige un significato»

*       R. Guardini La  fine dell’epoca moderna

 

Postato da: giacabi a 11:59 | link | commenti
guardini, senso religioso

Il popolo
***

 

Le forze di un singolo individuo possono bastare costruirsi  una carriera, ma non a soddisfare il bisogno elementare di vivere un’esistenza umana. Solo nell’ambito di un popolo l’individuo può vivere come un uomo fra gli uomini senza rischiare di morire per mancanza di forze.”

Hannah Arendt  da Il pensiero secondo Pagine scelte  Rizzoli

 

Postato da: giacabi a 10:36 | link | commenti (2)
persona, arendt

venerdì, 28 dicembre 2007

La conversione

***

 «lo posso parlare della mia conversione perché non mi sono umiliato, ma sono stato umiliato, sono stato prostrato nell'annientamento, frantumato, schiantato, raschiato, sbattuto. Sono un uomo che scrive libri e che anche nel gran successo dei suoi libri è tenuto a ricordarsi che c’ è qualcosa in più, è tenuto a richiamare alla mente il tempo in cui il pensiero non ce l'ha più fatta, in cui le stesse cose scritte avevano perso ogni  consistenza. lo vengo da un'esperienza del genere. Non lo dimenticherò mai»

 

«Nego ferocemente di aver fatto di tutto per credere , anzi, io ho fatto di tutto per non credere. Nondimeno la fede m'ha finalmente liberato: ci tengo a precisarlo. Essa mi domina e ho un tale orrore del sublime, memore senza dubbio delle mie passate imposture, che allorché mi  chiedono quale fu la mia avventura spirituale, rispondo: fui sturato come un lavandino

Maurice Clavel

*        

 

Postato da: giacabi a 09:47 | link | commenti (1)
clavel

giovedì, 27 dicembre 2007

Un solo viaggio possibile:

nel nostro mondo interiore

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 " C'è un solo viaggio possibile: quello che facciamo nel nostro mondo interiore. Non credo che si possa viaggiare di più nel nostro pianeta, così come non credo che si viaggi per tornare. L'uomo non può tornare mai allo stesso punto da cui è partito, perché, nel frattempo, lui stesso è cambiato. Da sè stessi non si può fuggire. Tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio. Portiamo con noi la casa della nostra anima, come fa una tartaruga con la sua corazza. In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l'uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando. Per questo l'uomo deve poter viaggiare."

 Tarkowsky

Postato da: giacabi a 21:02 | link | commenti
tarkovskij, senso religioso

I giovani di oggi

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Nel 1968, i giovani incarnavano la speranza, il futuro, la liberazione, l’utopia. I giovani di adesso mi appaiono tanto spesso come l’avanguardia della paura, dell’angoscia davanti al futuro. sono vittime, secondo me, di una sorte di “sindrome di Peter Pan” (…) “Sono bambini, adolescenti che si rifiutano di crescere (..). la paura e l’angoscia sono legate ad una sorta di irresponsabilità e di vittimismo(…). Tutti hanno paura di vivere senza le stampelle dello Stato, per entrare nella vita adulta”

Luc Ferry

I giovani, anche se non sempre lo sanno, stanno male: e non per le solite crisi esistenziali che costellano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esanguiU. Galimberti

 

“(I giovani) preferiscono restare passivi (...) vivono avvolti in un misterioso torpore. P. Citati

da: Tracce dicembre 2007 editoriale

 

Postato da: giacabi a 19:44 | link | commenti
imbecillità giovanile