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Utente: giacabi

chi sono
Sono un ex vagabondo che ha avuto la grazia, durante il suo vagabondare di incontrare degli amici di Gesù che gli hanno mostrato la Bellezza della vita, quello che il suo cuore da sempre cercava. Ora sono diventato un pellegrino con lo sguardo rivolto alla “Roccia splendente” anche se spesse volte riabbasso lo sguardo verso terra col rischio di perdermi in vicoli ciechi; ma appena rialzo la testa vedo gli amici e la meta, di nuovo la realtà riprende forma e colore.



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giovedì, 31 gennaio 2008

Caravaggio:

una esplosione di realismo
di Giuseppe Frangi

***
 

Se una cosa non era vera, se non era reale non lo interessava. Da questo punto di vista Michelangelo Merisi detto il Caravaggio non era tipo da far concessioni. Lombardo di nascita, era approdato a Roma quando aveva circa vent'anni: a spingerlo nella capitale una qualche malefatta commessa nella sua terra. A Roma aveva uno zio prete, che si preoccupò di trovargli una sistemazione presso un monsignore di curia, Pandolfo Pucci. Mesi duri, quei mesi del 1592, in una città diventata rifugio per i tanti disperati che non riuscivano a ricavare il minimo vitale dalla campagna. Anche il Caravaggio se la passava magra. Per mangiare doveva arrangiarsi con un'insalata che faceva «da antipasto, pasto e pospasto». Uscito dal tunnel, il pittore avrebbe ricordato quel suo primo benefattore con il nomignolo di "monsignor insalata".
Il secondo benefattore fu invece un oste milanese, un certo "Tarquinio". Aveva l'osteria al Monte di Brianza, proprio dietro piazza Navona. Qui i piatti dovevano certamente essere un po' meno magri. Caravaggio per guadagnarseli dipinge: e siccome lui, pittore "sbarbato" (così viene definito in un atto giudiziario - il primo di una lunga serie - del 1593), si rifiuta di inventare i suoi soggetti, ecco comparire sulle tele il Ragazzo che monda la pera, o il Ragazzo con il cesto di frutta (oggi alla Galleria Borghese di Roma). Tutte immagini vere, colte certamente nel retro dell'osteria. Vere persino nei particolari infinitesimali della polverina che fa opaca la pelle dell'uva non ancora lavata.
Per un pittore con la testa fatta così, mettersi a creare soggetti religiosi doveva risultare un problema. Attorno a sé vedeva quadri sacri che erano frutto d'invenzioni o di idealizzazioni dei suoi colleghi, oppure che si rattrappivano nelle forme stereotipate imposte dal legittimo giro di vite del Concilio di Trento. Niente di meno interessante per uno come il Caravaggio. Il quale, invece, l'occasione per dipingere il suo primo soggetto religioso se la trovò davanti, senza che l'avesse neppure cercata.
La storia è così curiosa che merita di essere raccontata.

Maddalena

maddalenaLa Roma di quegli anni era una città popolata da un gran numero di prostitute. Una circostanza che non faceva scandalo più di tanto neppure alla Chiesa, la quale raccomandava loro di frequentare le messe «deputategli a posta» nelle chiese di san Rocco e di sant'Ambrogio e di astenersi dall'attività il venerdì, il sabato e naturalmente «nelli giorni di festa». Tra queste c'era una certa Anna Bianchini «dai capelli rosci e lunghi». Figlia di un'altra cortigiana, toscana, probabilmente senese, era arrivata a Roma poco dopo Caravaggio all'inizio del 1593. Ora, fatto insolito e stupefacente, questa Anna Bianchini covava un desiderio nel cuore: possedere un quadro che rappresentasse la Maddalena. Come siano andate le cose non è dato sapere, ma certo i fatti documentati lo possono suggerire. Caravaggio nel 1596 dipinge una Maddalena, suo primo soggetto religioso. E a far da modella chi troviamo? Proprio Anna Bianchini. È il quadro famoso conservato oggi alla galleria Doria Pamphilj di Roma: la Maddalena se ne sta sola, seduta in mezzo alla stanza, la testa china con i capelli scomposti e i gioielli abbandonati sul pavimento. Rispetto alle Maddalene che la pittura ci aveva sempre mostrato qui c'è qualcosa di nuovo e di assolutamente diverso: niente più plateali gesti di autopunizione, ma l'atteggiamento umanissimo di una persona che si sente peccatrice e che chiede, oltre al perdono, una Presenza vera accanto a sé. Come scrisse un poeta amico del pittore «questa immagine poteva commuovere Dio». Caravaggio dipinse il quadro ed è facile immaginare che, come ogni sua opera, anche questa finisse nelle mani del cardinal Del Monte, per il quale il pittore in quegli anni lavorava. E la povera Anna Bianchini? La ritroviamo due anni dopo, citata in giudizio per aver sottratto un quadro ad un certo Ludovico Bianchetti. Naturalmente si trattava di una Maddalena, con ogni probabilità di una copia di quella del Caravaggio, che in quegli anni contava già un notevole stuolo di imitatori. Voleva, talmente voleva quell'immagine - cui, immaginiamo, aveva legato una speranza anche per la propria vita - da accettare il rischio di passar per ladra. Questa dunque è la storia vera del primo quadro religioso di Caravaggio.
Il secondo ha una vicenda senz'altro più tranquilla: è la Fuga in Egitto, pure conservata alla Doria Pamphilj di Roma. Dove, va ricordato, la Madonna che, con tanta tenerezza, china il suo capo a proteggere il sonno del bambino, ha ancora le fattezze di Anna Bianchini.

L'istante e l'Eterno

matteoTrascorrono tre anni e il Caravaggio, ormai ventisettenne, ha la grande occasione della sua vita. Grazie all'intercessione del cardinal Del Monte, viene chiamato a dipingere l'ultima cappella rimasta incompiuta nella chiesa di San Luigi dei Francesi. È la cappella Contarelli. Il tema era prefissato: raccontare la storia di san Matteo, visto che la cappella veniva decorata con il lascito del cardinale Mathieu Cointrel morto 15 anni prima.Caravaggio, innovativo anche in questo, rinuncia all'affresco e opta per due grandi tele. A sinistra dipinge la Vocazione, a destra il Martirio. Ma è proprio nel quadro di sinistra che realizza il capolavoro inatteso che lascia tutta Roma a bocca aperta. Anche in questo caso, com'è nella sua natura, Caravaggio parte dalla realtà. Come fonte ha quei due versetti del Vangelo di Matteo (particolare che ricorre identico anche in Marco e Luca) medesimo: «Gesù vide, seduto al banco della dogana, un uomo chiamato Matteo. E gli dice: "Seguimi". E quello alzatosi lo seguì».

Ma gli bastano: coglie la dinamica umana che sta sotto quella scarna descrizione autobiografica dell'apostolo evangelista. Ricostruisce l'ambiente nudo e buio della dogana di Cafarnao dove Matteo, il pubblicano, riscuoteva il dazio delle carovane che, provenienti da Damasco, puntavano lungo la Via Maris, ai porti sul Mediterraneo. Una posizione di assoluto privilegio, che gli garantiva potere e ricchezza: come dimostra la descrizione nei Vangeli della cena fastosa offerta da Matteo-Levi in onore di Gesù, dopo la sua chiamata. E come dimostrano, nella tela di Caravaggio, i vestiti appariscenti di quelli che, attorno al "banco della dogana", stanno contando i soldi della giornata.

gabellieri volto

Certo, quell'abbigliamento contrasta di molto con la tenuta scarmigliata di un altro personaggio della scena: ha i piedi scalzi, impugna un bastone e accompagna quell'altro uomo venuto a chiamare a Sé Matteo. Matteo ha lo sguardo di chi ha già calato tutte le difese: in lui c'è lo stupore per quella chiamata assolutamente inattesa.

Indica se stesso con il dito, come a voler esser sicuro che quell'uomo cercasse proprio lui. Ma intanto i suoi occhi ci dicono che quanto succede attorno al tavolaccio, per lui, da quell'istante, appartiene al passato. In quell'uomo ha colto qualcosa che lo interessa di più, che risponde di più al suo cuore.

Attaccamento alla realtà

Il quadro stupì tutti (e stupisce chiunque ancora oggi) non perché Caravaggio avesse inventato qualcosa di nuovo per la pittura e per la spiritualità del tempo. No: lo stupore veniva e viene dalla constatazione che in questo quadro non c'è nessuna invenzione. Racconta quel fatto come quel fatto, con ogni probabilità, doveva essere accaduto, in un giorno normale, con la luce del sole che batteva sul muro della dogana di Cafarnao. La Vocazione di Matteo determinò la consacrazione per il lombardo ormai romano a tutti gli effetti. Quel suo attaccamento, anche brutale, ai dati della realtà gli avrebbe procurato molti problemi, a cominciare proprio dal quadro con Matteo e l'Angelo, dipinto per l'altare della stessa Cappella Contarelli, e che gli venne clamorosamente rifiutato. tommaso

Ma nessuna censura poté fermare, qualche tempo dopo, un'altra immagine creata da Caravaggio: quella dell'apostolo Tommaso che mette la mano nel costato di Gesù risorto. Toccò davvero e davvero credette.
Una documentazione così fisica e indiscutibile della resurrezione di Gesù non si era vista forse neppure nella stagione del romanico. Sarà certamente anche per questo che l'Incredulità di Tommaso è stato probabilmente il quadro più copiato della storia. Gli esperti ne hanno contate ben ventidue repliche. La realtà colpisce il cuore degli uomini molto più di ogni fantasia spirituale.

da: tracce

Postato da: giacabi a 18:03 | link | commenti (1)
caravaggiio

Il cristianesimo:

una passione per l'uomo

***

"Ma tutta la vita della società è per la persona, per me, perché io cammini verso il mio destino. La società è un destino effimero nel tempo della storia, ma io sono rapporto con l'infinito, con l'eterno, col tutto. Si chiama persona, una grande parola della mia tradizione; non l'uomo definito astrattamente, alla Marx o alla Feuerbach, ma l'uomo nel quale pulsa il cuore fatto dalla madre. Io credo che tutta la mia emozione e commozione per la mia tradizione cristiana sia dovuta a questa scoperta che mi ha fatto fare dell'uomo, del valore del singolo nel quale sta la radice e il fondamento di una pace sociale, di una pace fra tutti.

Mi permettano un ricordo: la prima volta, venticinque anni fa, che sono andato nell'America del Sud sono arrivato con una grossa nave; mille chilometri dentro il Rio delle Amazzoni in quella regione che si chiama Macapà e che è tutta fatta di foreste impenetrabili; non ci sono strade, bisogna andare sempre sulla barca oppure attraversare paludi immense. Allora c'erano su un territorio così grande settantamila persone circa, ma moltissimi di questi si chiamavano "Siringheros", perché vivevano nella foresta vergine tirando fuori la gomma dall'albero della gomma. Vivevano mesi e mesi da soli, in pericolo di morte continuo ed io non ho mai visto sorridere un Caboclo - si chiamano, infatti, anche Cabocli -, non ho mai visto sorridere nessuno.

C'è un gruppo di sacerdoti miei amici e si dividono il territorio, così che per un tempo dai venti ai quaranta giorni ognuno percorre un pezzo del territorio per andare a trovare anche il Siringhero più lontano. Un pomeriggio uno doveva partire per questo terribile giro su cui sempre incombe il pericolo della morte e mi disse: «Vieni con me» e io spontaneamente ho detto: «Vengo». Arrivati sull'imbrunire all'inizio della palude egli si è messo delle calosce, si è calzato degli stivali alti e mi ha detto sorridendo: «Adesso tu fermati e torna indietro» e io mi sono fermato e per tutta la mia vita ricorderò quella sera quando il sole cade in dieci minuti sull'equatore, in dieci minuti dal sole pieno si passa all'oscurità e ho visto quell'uomo alto, grande che si allontanava e, ogni tanto, nella semioscurità, si voltava e mi salutava ridendo. E io ero lì, impalato, a guardarlo mentre dicevo a me stesso: «Quest'uomo rischia la vita per andare a trovare un solo altro uomo che forse mai più rivedrà!». Rischiava la vita per un uomo. Capii in quell'istante che cos'è il cristianesimo: una passione per l'uomo, un amore all'uomo. Non all'uomo dei filosofi liberal-marxisti, prodotto della loro testa, ma all'uomo che sei tu, che sono io.

Luigi Giussani da: Una chiarezza di fede di fronte al Buddismo migliore1987

Postato da: giacabi a 16:49 | link | commenti
cristianesimo, giussani

mercoledì, 30 gennaio 2008

Il vero dramma della “chiesa moderna”

 

***

Il vero dramma della Chiesa che ama definirsi moderna, è il tentativo di correggere lo stupore dell’evento di Cristo con delle regole. Qui sta la debolezza dell’annunzio cristiano oggi: ci sono troppe istruzioni per l’uso. Il metodo con cui il cristianesimo avviene e si trasmette non è un discorso con cui essere più o meno d’accordo, ma un avvenimento, un incontro umano, una cosa viva”.

Giovanni Paolo I

 

Postato da: giacabi a 18:46 | link | commenti
stupore, papa luciani

martedì, 29 gennaio 2008

La religiosità

 

 

***

"La religiosità è riconoscere il Mistero, è la conoscenza, fino in fondo del reale. Scopriamo la religiosità soprattutto da come ci mettiamo nel reale e da come viviamo il reale fino a riconoscere il mistero presente. Come viene incontro il Mistero? Attraverso persone, avvenimenti, circostanze.

Ogni pezzo del reale è la modalità con cui Lui mi chiama, perché ogni cosa è segno. Segno di Colui che è la consistenza di tutto. La religiosità non è altro che la dipendenza da Dio. Soltanto coloro che si mettono in gioco con le loro domande,potranno sorprendersi di chi è Dio. Soltanto chi guarda il buio senza fondo potrà scoprire che al fondo c’è un Tu che fa rinascere.”

Don Carron giornata inizio d’anno Lombardia 2007

 

Postato da: giacabi a 21:50 | link | commenti
religione, carron, senso religioso

 

Vita dei santi

Santa Francesca Saverio Cabrini

Tratto dal libro: RITRATTI DI SANTI di Antonio Sicari ed. Jaca Book

L'anno giubilare del 2000 non è solamente un tempo a cavallo fra il secondo e il terzo millennio, ma celebra anche il centocinquantesimo anniversario della nascita di Santa Francesca Saverio Cabrini avvenuta a Sant'Angelo in provincia di Lodi e il cinquantesimo anniversario della sua proclamazione a patrona di tutti gli emigranti del mondo (17 settembre 1950) da parte di papa Pio XII, che l'aveva canonizzata nel 1946.

In una biografia della Madre Cabrini, detta «la Santa degli Ita­liani in America», si leggono testualmente queste parole: «In quell’ 800 americano, madri e nonne, volendo intimorire il proprio frugolino troppo irrequieto, invece di nominare l’orco, gridavano: ‘Ecco un italiano!’ e subito il bimbo correva a cercare riparo nel loro grembo».

Sembra una annotazione di colore, ma sono tra le righe più tristi che siano state scritte sulle tragiche vicende dei nostri emigrati, tra la fine del secolo scorso e i primi decenni di questo secolo.

È l’epoca in cui i bar delle città americane espongono cartelli per avvertire che l’ingresso è vietato «a negri e italiani», dato che questi ultimi vengono considerati come «negri bianchi».

Tra il 1876 e il 1914 (alle soglie della prima guerra mondiale) emigrarono circa quattordici milioni di italiani, dicono le nostre sta­tistiche; «diciotto milioni!», ribattono i paesi che furono invasi dalle turbe dei nostri poveri. E l’intera popolazione italiana non superava allora i trenta milioni.

Nei testi di storia si parla delle grandi migrazioni dei popoli e dei tempi in cui intere popolazioni venivano ridotte in schiavitù, ma si sorvola sul fatto che in tutto simile fu allora la storia dei nostri emi­grati.

Italo Balbo ha scritto che tutti quei nostri connazionali - in­ghiottiti nelle miniere di carbone, nelle imprese di sterramento per le strade ferrate, nei pozzi di petrolio, nelle officine dell’industria si­derurgica, nei capannoni dell’industria tessile, nei cantieri per la co­struzione dei porti, nelle piantagioni di cotone e di tabacco - erano «l’Italia di nessuno», «un popolo anonimo di schiavi bianchi», «ma­teriale umano mercanteggiato a migliaia di capi».

Si calcola che nelle miniere il numero degli italiani superasse, a un certo punto, quello di tutti gli altri immigrati messi assieme. Giungevano a centinaia di migliaia all’anno, insidiati già alla parten­za e all’arrivo da loschi procacciatori che ne sfruttavano l’ignoranza e il bisogno, privi di ogni protezione, disponibili a tutto; e diventa­vano letteralmente il materiale umano su cui - come su detriti neces­sari, ma senza valore - si costruiva la potenza economica americana.

Vivevano in condizioni di incredibile degrado, affollati in alveari umani (fino a ottocento persone stipate in un piccolo edificio di cin­que piani), in condizioni di abbrutimento fisico e spesso anche mora­le. Col loro stesso genere di vita sembravano accreditare l’idea dell’i­taliano come di un semi-selvaggio, pronto alla rissa e alla violenza.

Vivevano senza scuole, senza ospedali, senza chiese, chiusi nelle loro «piccole italie», quartieri che proliferavano ai margini delle grandi città. E quasi sempre non erano nemmeno «piccole italie», perché i vari campanilismi le frazionavano e mettevano rissosamente i vari gruppi regionali gli uni contro gli altri. I ragazzi crescevano sul­le strade. Un destino di strilloni o Iustrascarpe attendeva i bambini (quando non diventavano procacciatori e guide di clienti ai vari bor­delli) e spesso un destino ancora più equivoco attendeva le ragazzi­ne. Quand’anche qualcuno li avesse voluti aiutare, l’impossibile co­municazione (quasi tutti erano analfabeti e si esprimevano solo in stretto dialetto) rendeva vano ogni tentativo di solidarietà.

Quelli che riuscivano a far fortuna (e molti cominciarono con ne­gozi di frutta e verdura o organizzandosi in cosche malavitose) si guardavano bene dal mescolarsi con i propri disprezzati connaziona­li, cercando piuttosto di far dimenticare la comune origine.

Un giorno del 1879 un deputato osò leggere al parlamento italia­no la lettera di un colono veneto: «Siamo qui come bestie: viviamo e moriamo senza preti, senza maestri, senza medici». I politici italiani chiudevano però gli occhi. Affrontavano il problema dell’emigrazio­ne dal punto di vista dell’ordine pubblico, con qualche provvedi­mento di polizia, ma senza nessuna intelligenza volta a immaginare forme di tutela economica e sociale.

Alcuni anni dopo - quando la Cabrini avrà fatto da sola, per amore di Cristo, quello che l’intero governo non aveva mai saputo fare - i politici, guardando indietro ai loro pseudo-provvedimenti le­gislativi, confesseranno: «Abbiamo sbagliato tutto».

Nemmeno la Chiesa cattolica d’America poteva fare qualcosa. Allora in tutta New York non vi erano più di venti preti che capisse­ro un po’ di italiano. E, ad aggravare le cose, i nostri emigrati trova­rono un costume, ad essi estraneo, che legava la frequenza alla chiesa con l’obbligo, già all’entrata, di contribuire economicamente al so­stegno delle attività parrocchiali. Erano già poveri e un simile costu­me sembrava loro ingiusto (chiamavano quell’elemosina: «la doga­na»). Per non dire poi che le sole organizzazioni italiane attive sul posto erano i circoli «Giordano Bruno», che avevano come unica preoccupazione quella di diffondere e mantenere un acceso anticleri­calismo.

Così finivano per non andare più in chiesa e per perdere anche gli ultimi brandelli di dignità spirituale e morale.


La casa di Francesca Saverio Cabrini a Lodi (Italia)

In Italia il problema era avvertito dal papa Leone XIII (che af­frontava il problema anche nella celebre enciclica Rerum novarum) e dal vescovo di Piacenza, Scalabrini, che aveva fondato una congre­gazione per la cura dei migranti.

Francesca Cabrini era una lodigiana che aveva desiderato fin da bambina la vita missionaria, sognando ad occhi aperti quando in ca­sa il papà leggeva ai figli, nelle lunghe sere, gli Annali della Propaga­zione della Fede. La piccola sognava allora la Cina misteriosa. Aveva perfino cominciato a non mangiare più dolci, quando s’era convinta che in Cina non ce ne fossero, e doveva dunque prepararsi.

Era divenuta, dopo numerose traversie, fondatrice di una picco­la congregazione religiosa con finalità missionarie, un progetto allora strano per un istituto femminile, e si sentiva pronta per dare inizio al suo antico sogno di fanciulla.

Incontrò il vescovo Scalabrini che cercò di farle cambiare idea descrivendole la condizione miseranda degli emigrati in America.

Confusa, Francesca decise di rimettere la decisione al papa Leo­ne XIII, che l’ascoltò a lungo, poi le disse con decisione: «Non in Oriente, Cabrini, ma in Occidente!». Fu per lei la parola stessa di Dio che le indicava la Sua volontà.

Aveva 39 anni, era malata ai polmoni e i medici le avevano pro­nosticato non più di due anni di vita.

Partì con sette compagne; sulla nave, su cui compì il primo viag­gio, c’erano in terza classe 900 emigranti.

Giunse a New York alla fine di marzo del 1889, sapendosi attesa dall’arcivescovo Corrigan e da una nobildonna americana (moglie di un conte italiano che era divenuto direttore del Metropolitan Mu­seum of Art); ma i due avevano intanto litigato, per divergenza di ve­dute e di programmi, e avevano scritto in Italia affinché la partenza delle suore venisse sospesa.

Risultato: nessuno attendeva le suore. Sbarcarono mentre piove­va a dirotto e giunsero, come Dio volle, fradice di pioggia e di stan­chezza, alla povera casa dei padri scalabriniani, i quali non sapevano proprio come ospitarle. Finirono in una sordida pensione vicino al quartiere cinese, dove i letti erano così luridi che non ebbero nem­meno il coraggio di coricarsi: restarono a rabbrividire sedute per ter­ra, con le spalle appoggiate al muro.

Quando, a giorno fatto, l’arcivescovo le ricevette, consigliò loro sbrigativamente di tornarsene là da dove erano venute. «Questo mai, Eccellenza - ribatté la Cabrini - Io sono qui per ordine della Santa Sede, e qui devo restare».

Alla fine, e con l’aiuto della contessa, la madre riuscì ad aprire un piccolo educandato per poche orfanelle, che chiamò: «Casa dei santi angeli».

Questo per la contessa. Per obbedire all’arcivescovo, invece, or­ganizzò una grande scuola per i bambini italiani. Era una scuola sui generis. I ragazzi giungevano a decine e decine; non c’era altro luogo per ospitarli che la povera chiesa degli scalabriniani e lì, tra una fun­zione e l’altra, in spazi ricavati nella cantoria, nella sacrestia, in an­goli di chiesa recintati con tende, si costituirono le classi. Le panche servivano da banchi, gli inginocchiatoi da cattedre.

L’insegnamento delle suore cominciava spesso col lavare e pettinare quelle schiere di ragazzini sudici e arruffati. Al pomeriggio c’e­ra la «dottrina», seguita dal gioco in un cortiletto affondato tra case alte e scure.

Nelle ore libere e fino a tardi, la Cabrini percorreva poi le viuzze fangose del quartiere italiano, alla ricerca di quei genitori che altri­menti non avrebbe mai conosciuto.

In un trafiletto del New York Sun, in data 30 giugno 1889, si leg­ge: «In queste ultime settimane, alcune donne, vestite come suore di carità, vanno percorrendo i quartieri italiani del Bend e della Little Italy, arrampicandosi per irte e strette scalinate, scendendo in spor­chi scantinati e in certi antri in cui nemmeno i poliziotti di New York osano entrare da soli».

Nonostante l’iniziale aiuto della contessa, il problema principale restava quello del denaro. Le suore si diedero allora a percorrere la città in lungo e in largo per cercare aiuti, rifiutando per principio ogni discriminazione.

In un ambiente dove regnava la divisione (tra gli stessi italiani separati per gruppi di famiglie e di campanili), dove i cattolici irlan­desi consideravano gli italiani come neopagani e dove i «nativi» si as­sociavano per organizzare «la protezione etnica», quelle suore si mossero con la dignità e la cordialità dell’amore.

Furono accolte oltre ogni speranza: bottegai d’ogni razza e reli­gione si affacciavano alla porta per chiamarle e riempirle di provvi­ste; uomini d’affari si decisero a staccare qualche assegno; i padroni dei mercati diedero ordini perché nessuno fermasse o maltrattasse quelle suorine coraggiose; perfino un falegname tedesco di religione ebraica cedette gratuitamente i mobili che servivano per arredare scuola e orfanotrofio; i nazionalisti irlandesi esigettero che i poliziot­ti fermassero il traffico, quando passavano le suore con le loro mas­serizie, perché «rappresentano il Papa»; e degli sconosciuti in tram mettevano loro in mano furtivamente qualche dollaro.

Intanto la «Casa dei santi angeli» s’era ingrandita e la frequenta­vano anche bambine negre, cinesi, mulatte.

Il 17 luglio 1889, per le vie di Little Italy sfilò una ordinata pro­cessione di trecentocinquanta bambini e bambine: queste con il velo e le coroncine; i ragazzi con il bracciale dell’associazione; a gruppi di trenta, con i loro bravi stendardi di san Luigi, sant’Agnese, sant’An­tonio.

Chi ancora ricorda certe processioni che un tempo si tenevano nelle nostre parrocchie, quando le associazioni erano fiorenti, può farsi un’idea della tenerezza di un simile quadro; ma mai potremo immaginare l’impressione di irlandesi e protestanti che vedevano sfi­lare in silenzio e decoro proprio quei ragazzi che erano abituati a considerare come ladruncoli sporchi e disordinati.

La prima battaglia era vinta, ma si era appena agli inizi.

Nello stesso mese Francesca tornò in Italia, per prendersi cura delle novizie della sua Congregazione. A Roma la raggiunse la noti­zia che i gesuiti d’America vendevano a buon prezzo una grande te­nuta in West Park, sulle sponde dell’Hudson, a 150 miglia da New York.

Tornò con altre sette suore e riuscì a mettere insieme i cinquemi­la dollari necessari per la caparra. Agli altri diecimila avrebbe pensa­to Dio. Fondò così la casa di formazione per l’Istituto, un collegio e perfino un ospizio per ragazze affette da tisi, la malattia che allora faceva strage tra i poveri.

La domanda nasce spontanea: ma come faceva a trovare il dena­ro? Si potrebbero dare mille risposte, fino a raccontare che se un be­nefattore si decideva a firmarle l’annuale assegno di trecento dollari, Francesca era capace di fermargli la mano sull’ultimo zero, con un sorriso, e poi - come era abituata a fare con i bambini - gli guidava la mano fino a tracciarne ancora uno. Non bisognava forse insegnare la carità come si insegna a leggere e scrivere?

Ma c’è un episodio che è giusto anticipare perché dà la misura del suo stile e della sua fede.

A New Orleans, nel 1892, la Madre incontra un ricchissimo av­venturiero siciliano che aveva fatto fortuna con navi, fabbriche di birra, compagnie d’assicurazione, imprese edilizie, ed era proprieta­rio inoltre di circa sedicimila ettari coltivati a cotone e a limoni.

Riassumiamo da una relazione del tempo, riportata nella biogra­fia di G. Dell’Ongaro.

 

 - «La sua visita mi onora, Madre Cabrini, di lei parla ormai tut­ta l’America. In cosa posso esserle utile?».

 - «In niente. Vorrei io essere utile a lei».

 - «Io non ho bisogno di nulla. Non chiedo nulla a nessuno, desi­dero solo che mi lascino fare in pace i miei affari...».

 - «Io invece non mi interesso di affari. Ma mi interessa la sua felicità. Mi hanno detto che lei è sposato, da molti anni. Non avete figli però. E triste».

 - «Purtroppo è così, mi piacciono i bambini, ma...».

 - «Peccato. Proprio peccato. Con tutte queste belle cose, nean­che un figlio a cui lasciarle... Si è mai chiesto, lei, il motivo di tanti doni piovutili dal cielo? Un motivo ci deve essere. Sono certa che il Signore ha formulato un bel progetto sul suo conto. Non sa quanta gioia possano dare i bambini!».

A questo punto l’uomo le rivela d’aver pensato qualche volta a una adozione, ma di averci sempre rinunciato per timore di trovarsi in contrasto con la moglie, e conclude:

 - «Mi lasci pensare, lasci che ne parli a mia moglie, e se Maria è d’accordo allora la chiamo e lei ci porta il bambino».

 - «Il bambino? chi ha parlato di un bambino solo? Perché uno solo?».

 - «E quanti me ne vorrebbe dare, Madre?».

 - «Cosa ne direbbe di sessantacinque, tanto per incominciare?».

 

L’uomo d’affari finì per finanziare un intero orfanotrofio. E quando, alcuni anni dopo, questo divenne troppo piccolo, le regalò ancora sessantacinquemila dollari, una cifra enorme per quei tempi.

Fondata la casa di West Park, la Cabrini tornò nuovamente in Italia, dove continuava a dirigere la sua Congregazione missionaria in rapido sviluppo. Vi restò alcuni mesi e ripartì ancora con altre ventotto suore, decisa ad accettare una nuova fondazione in Nicara­gua. Aprì così un collegio a Granada che, dopo quattro anni, venne spazzato via da una delle tante rivoluzioni centro-americane.

Da lì passò agli Stati Uniti meridionali dove l’attendeva l’impat­to più terribile. In Virginia, Carolina, Louisiana, emigravano nume­rosi italiani provenienti principalmente dalla Sicilia, che trovavano ad attenderli gente abituata agli odi razziali. La schiavitù era stata abolita ufficialmente solo da trent’anni e gli americani non si intene­rivano certo per quei «negri dalla pelle chiara» che erano per loro i nostri emigrati.

Ma i siciliani non erano passivi come i negri. Le cosche mafiose dei fratelli Matranga e dei fratelli Provenzano dominavano e si con-tendevano il «fronte del porto».

Nel 1890 il capo della polizia di New Orleans cadde in un aggua­to e diciannove italiani vennero incriminati. Non c’erano prove, ma alcuni cronisti, prima che il commissario spirasse all’ospedale, l’ave­vano udito mormorare: «m’hanno sparato i dagos» (termine dispre­giativo per «meridionale»).

Il processo tenne col fiato sospeso la nazione, ma i boss mafiosi, difesi dagli avvocati migliori, vennero tutti assolti nel marzo del 1891.

Ma se avevano abbastanza potere per difendere i loro picciotti dalla giustizia, i boss non ne avevano abbastanza per difenderli dall’odio popolare. Prima che fossero liberati, una folla inferocita di cir­ca diecimila persone, guidata dal vice-sindaco, aggredì le carceri e linciò i prigionieri: due vennero impiccati, due finiti a colpi di spran­ga, altri abbattuti coi fucili. I corpi vennero appesi agli alberi e ai lampioni.

Quasi metà dei giornali dell’Unione approvò il massacro e la ten­sione salì al punto che l’Italia ritirò il suo ambasciatore da Washing­ton. In seguito altri linciaggi si ebbero in altre due città della Loui­siana.

Nella città di New Orleans, lacerata da questi odi implacabili, Madre Cabrini giungeva il martedì santo del 1892. Comprese subito che bisognava partire dalle nuove generazioni, dare un altro volto e un’altra speranza a quelle torme di ragazzi che aspettavano di in­grossare le schiere della malavita, costringere la città a riconoscere la dignità di quella gente umiliata e temuta.

Le occorrevano almeno un orfanotrofio, una scuola e un convit­to. E almeno cinquantamila dollari, per cominciare.

Paradossalmente a New Orleans erano molti gli italiani che ave­vano fatto fortuna, divenuti capitani d’industria e padroni di azien­de; ma non ci tenevano affatto a farsi riconoscere come italiani. Cer­cavano, anzi, di far dimenticare in ogni modo le proprie origini.

        Francesca andò a scovarli uno per uno: il Rocchi, armatore mila­nese, i bresciani Marinoni, banchieri e proprietari di piantagioni di cotone, il napoletano Astrada, proprietario di famosi ristoranti, l’il­lustre clinico Formenti, la signora Bacigalupo, grossista di alimenta­ri, i Bevilacqua e Monteleone, negozianti di calzature di lusso, e quel ricchissimo capitano Pizzati, siciliano, di cui abbiamo già parlato.

Sono solo alcuni nomi che abbiamo voluto citare, tra molti altri, proprio perché risuonano ancora nelle nostre terre; quasi tutti compresero e apprezzarono l’intento della Cabrini: dimostrare, a quella città che apprezzava l’Italia (la sua musica, i suoi artisti), ma odiava
    gli italiani (ritenuti tutti mafiosi o potenziali delinquenti), che il vero problema era il disinteresse sociale in cui tutti quegli adolescenti venivano lasciati, senza nessuna cura e nessuna protezione.
      
L’orfanotrofio di Saint Philip Street divenne un centro sociale, sia per i ragazzi che vi erano ospitati, sia per altre centinaia che lo utiliz­zavano come oratorio, sia perfino per decine di ragazzi di ogni altra razza e colore.
       La cappella dell’istituto divenne la chiesa degli italiani e, anche in questo caso, fu una superba e ordinata processione in onore del
    Sacro Cuore - di quelle all’antica, che anche gli abitanti di New Orleans amavano molto - a sancire una ritrovata dignità; una processione con molti canti religiosi, e con tanto di «Va’, pensiero» che commosse perfino i bianchi «padroni», anche se in città ormai imperava il jazz.
       Per la prima volta sfilavano insieme i circoli, le società, le federa­zioni e gli altri gruppuscoli in cui gli italiani erano da tempo divisi e lacerati.
      
Nel 1905 scoppiò in città una epidemia di febbre gialla. Gli im­migrati di ogni razza e colore, nella loro ignoranza, rifiutavano medi­cine, trasgredivano ogni misura di igiene e di prevenzione, non volevano abbandonare case e luoghi infetti. Le suore di Francesca si assunsero il compito - girando casa per casa, rischiando la vita, e sacri­ficandola davvero in qualche caso - di convincerli di ciò che veniva disposto per il loro bene.
       Delle suore tutti si fidavano, e - quando l’epidemia fu vinta – a loro andò il pubblico ringraziamento non solo dell’intera città di New Orleans, ma perfino del governo degli Stati Uniti e di Roma.

Torniamo a New York.

Un settore della vita in cui la tragedia degli emigrati poteva esse­re quasi toccata con mano era il problema sanitario.

Poiché li consideravano come materiale umano, nessuno si preoccupava molto né di coloro che si ammalavano per le disumane condizioni di vita, né delle vittime di quella che venne chiamata «strage industriale» (centinaia e centinaia di feriti sul lavoro), né del fatto che non esistessero ospedali dove gli emigranti potessero essere accolti.

C’erano sì ospedali a pagamento, ma anche avendone la possibi­lità economica, nessuno voleva andarci. Quale ne era l’utilità per gli ammalati che non riuscivano nemmeno a farsi capire quando cerca­vano di spiegare i sintomi del male in quel gergo che mescolava assie­me - spesso per assonanza - il dialetto originale e lo slang dei bassi­fondi americani?

Ai ricoverati sembrava d’entrare prima del tempo in una prigio­ne o in obitorio - tutto era così freddo e asettico! - e spesso perdevano perfino la speranza senza la parola di conforto di una suora o di un prete.

Preferivano morire nelle loro casupole, senza cure né pulizia, ma con un po’ di tenerezza.

Certo, mettendo assieme le forze, gli italiani avrebbero potuto avere un ospedale per loro; lo stesso governo americano li avrebbe aiutati e anche il governo italiano era disposto a fare qualcosa.

I progetti non mancavano, e si può dire che l’argomento fosse di quelli che teneva più banco nei sogni e nelle discussioni di tutti, ma ogni tentativo era miseramente fallito: ci sarebbe voluto un ospedale per i siciliani, uno per i napoletani, uno per i calabresi, uno per i lom­bardi e via di questo passo. A ognuno importava solo dei suoi corre­gionali, quando non ci si fermava ai soli compaesani.

A dire il vero, si era riusciti ad aprire un «Ospedale Giuseppe Garibaldi» - nella speranza che l’Eroe dei due mondi mettesse tutti d’accordo - ma il Commissario generale per l’Emigrazione dovette riconoscere, sconfortato, che là dentro «i dottori italiani litigavano dodici mesi all’anno» e i soldi raccolti per mantenere l’ospedale in at­tività si volatilizzavano inspiegabilmente.

Francesca sentiva, con un certo fastidio, che gli occhi e le spe­ranze si volgevano verso di lei, ma non si sentiva tagliata per quel compito.

D’altronde ne aveva già abbastanza di pensare a scuole e orfano­trofi!

Poi accaddero due episodi che nella sua coscienza lei percepì co­me due voci - una dalla terra e una dal cielo - che le chiedevano am­bedue obbedienza alla volontà di Dio.

La voce terrena le giunse dal racconto di due suore che erano an­date a fare una visita all’ospedale cittadino e s’erano sentite chiama­re da un ragazzo che, gettato lì da alcuni mesi, s’era messo a piangere sentendole per caso parlare nella sua lingua. Da tre mesi aveva sotto il cuscino una lettera dall’Italia, ma era analfabeta e nessuno gliel’a­veva potuta leggere. Anche le suore, del resto, solo con molta fatica, riuscirono a leggere la lettera che annunciava al ragazzo che la mam­ma, al paese, era morta all’improvviso.

E per tre mesi lui aveva posato il capo su quella notizia che non riusciva a farsi voce.

Francesca pianse a lungo. Poi la notte sognò - e fu la voce prove­niente dal cielo - una corsia d’ospedale in cui una dolce e bellissima signora si aggirava tra i letti, con incredibile tenerezza, e accarezza­va i malati e rimboccava le coperte. Capì subito, nel sogno (o nella visione, chissà!), che era la Vergine Santa e si precipitò ad aiutarla. Non toccava a lei, la Regina del cielo, fare l’inserviente dei malati! Ma la Madonna - sempre nel sogno - l’aveva guardata con un po’ di tristezza in fondo agli occhi e le aveva detto: «Faccio io quello che non vuoi fare tu!».

La mattina dopo Francesca aveva già deciso di destinare a quel compito dieci delle sue suore.

In un primo tempo cercò di rilevare e far funzionare un ospizio cui avevano già messo mano gli Scalabriniani, ma che navigava in cattive acque.

Quando s’accorse che con quella gestione ci avrebbe rimesso molto denaro, fece un colpo di mano. Affittò due case, comprò alcu­ni letti, mise le suore all’opera per confezionare dei materassi, e poi trasferì di nascosto i malati (ognuno con le sue posate nascoste sotto le coperte) e qualche flacone di medicinali nella nuova sede. Le suore avrebbero dormito su materassi posti a terra, avvolte nei cappotti.

Cominciò così - nel 1892, centenario della scoperta dell’Ameri­ca - il Columbus Hospital, con due medici americani che prestavano gratuitamente la loro opera, affascinati com’erano dal coraggio di quella donna. Il mantenimento fu sempre più garantito da mille rivo­li di carità che Francesca sapeva fare emergere e scorrere senza inter­ruzione, fin quando non vennero anche le sovvenzioni statali.

In pochi anni le cabriniane furono conosciute dovunque come «le suore di Colombo». Nel 1896 si potevano contare seicentoquin­dici ricoveri gratuiti; nei primi trent’anni di vita l’ospedale si prese cura di circa centocinquantamila ammalati.

«Ma questo è Italia!», esclamò allibito il Commissario del Gover­no italiano per l’Emigrazione, vedendo il clima meridionale che re­gnava in quella casa di cura: poi attese che gli presentassero la Ma­dre, con tutto il sussiego di una persona importante, venuta per «rendersi conto della situazione e riferire a chi di dovere».

Restò impressionato dagli occhi penetranti, indagatori, di lei e da una specie di energia indomabile che emanava da quella figura ap­parentemente fragile. Ma ancor più lo fu quando si sentì dire con una franchezza che non ammetteva replica: «Voi discutete troppo! Non è necessario discutere molto sulla necessità di proteggere gli emigrati: questa protezione bisogna farla! Io non discuto; trovo che un bene dev’essere fatto? Mi metto subito all’opera col mio piccolo istituto e non dispero mai di trovare i mezzi, perché ho fiducia che in un modo o nell’altro li troverò sempre».

Qualche anno dopo lo stesso Commissario, divenuto ormai un amico e un entusiastico ammiratore, le dirà: «Madre Cabrini, fa più lei per gli emigrati italiani che tutto il Ministero degli Esteri messo assieme».

Nel 1903 costruì un altro ospedale a Chicago, adattando un al­bergo di lusso acquistato per centoventimila dollari, quando era in grado di versarne solo un acconto di diecimila, raccolti tra gli italiani dell’intera città.

Lasciò in mano la ristrutturazione ad alcune sue suore che furo­no ingannate da impresari senza scrupoli, che le coinvolsero in lavori inutili e malfatti e provocarono debiti paurosi.


Basilica Cabriniana

Francesca tornò dopo dieci mesi, quando ormai tutto sembrava perduto. Ma lei non si perse d’animo, licenziò imprenditori, archi­tetti, muratori, e si mise a rifare tutto ingaggiando, ai suoi diretti co­mandi, nuove schiere di muratori, falegnami, idraulici. Si scontrò con le cosche mafiose dell’Illinois: ricevette minacce e avvertimenti. Era d’inverno quando le tagliarono i tubi dell’acqua, sì che il pian­terreno si coprì di un tale strato di ghiaccio che ci vollero i picconi per romperlo; le incendiarono gli scantinati, poi minacciarono di far saltare tutto con la dinamite. Quando nessuno ancora se lo aspetta­va, perché i lavori non erano conclusi, ci trasferì dentro gli infermi:

«Vediamo - disse - se faranno saltare in aria i malati!». La lasciaro­no stare. Ebbe partita vinta e prima di ripartire poté perfino dettare un regolamento per il servizio interno di medici e infermieri.

Sembrava indistruttibile al punto che le avevano dato l’affettuo­so nomignolo di «Suor moto perpetuo».

Un giorno che viaggiava in ferrovia, nel Colorado infestato di banditi, il treno venne attaccato. Un proiettile penetrò nello scom­partimento di Francesca e sembrava dirigersi dritto verso di lei, ma deviò senza colpirla: «Non vi colpirebbero neanche se vi sparassero in faccia», le disse ammirato un ferroviere. Ed era proprio l’impres­sione che dava ogni volta che affrontava una difficoltà o un pericolo.

Dobbiamo rinunciare a raccontare tante storie che colpiscono l’immaginazione solo ad accennarle.

Ecco soltanto alcuni nomi e date principali.

1896: fonda un collegio a Buenos Aires, dove arriva dopo aver attraversato le Ande salendo a dorso di mulo fino ai quattromila me­tri; 1898: apre tre nuove scuole a New York, un collegio a Parigi e uno a Madrid; 1900: altre fondazioni a Buenos Aires e un collegio a Rosario de Santa Fè; una scuola a Londra e una casa a Denver nel Colorado; 1903: oltre al Columbus Hospital di Chicago, dà inizio a un orfanotrofio a Seattle; 1905: apre un orfanotrofio a Los Angeles; 1907: fonda un collegio a Rio de Janeiro; 1909: apre un altro ospeda­le a Chicago; 1911: apre una scuola a Philadelphia; 1914: un orfanotrofio a Dobs Feny in New York; 1915: un sanatorio a Seattle. Per non nominare le fondazioni italiane, come l’Istituto Superiore di Magistero a Roma, e un collegio a Genova e a Torino, tra un viaggio e l’altro.

Il tutto, in numeri: trentasette anni di attività con la fondazione di sessantasette istituti; percorrendo quarantatremila miglia per ma­re (scherzando sulle sue origini contadine, Francesca chiamava l’A­tlantico: «la strada dell’orto») e sedicimila per terra.

Ma i numeri nulla dicono ancora dell’ampiezza dell’apostolato delle cabriniane. Basta ricordare che Francesca ne condusse alcune fin dentro le miniere di Denver, a novecento piedi di profondità, preparandole con accorata dolcezza: «Non sarà difficile parlare ai minatori del Paradiso, dato che all’inferno ci sono già!».

E da allora destinerà sempre alcune delle sue figlie al servizio di coloro che erano «senz’aria e senza famiglia».

Come ne condusse altre fino a Sing Sing, dove non pochi con­dannati italiani - incapaci di difendersi, come i malati di spiegare le loro malattie - si maceravano nell’odio e nella disperazione.

Le suore si preoccuparono soprattutto di mantenere i legami, al­trimenti impossibili, tra i prigionieri e le loro famiglie.

E i carcerati piansero quando seppero che Francesca si era dispe­ratamente battuta per ottenere il rinvio dell’esecuzione capitale di un ragazzo, figlio unico, che non voleva morire senza avere rivisto la mamma e senza averle chiesto perdono d’averla abbandonata sola al paese; Francesca l’aveva fatta venire dall’Italia, pagando le spese del lungo viaggio, conducendo con infinita tenerezza quella povera don­na avvolta nel suo scialle nero di contadina.

Ci è mancato intanto il tempo di raccontare di che tempra fosse­ro quelle intrepide suorine che la Madre conduceva con sé, a gruppi sempre più folti, ogni volta che tornava da un viaggio in Italia.

Ci basti, per intuirlo, un solo episodio: sul molo, in attesa di im­barcarsi per l’America, una suora spiega piamente ai parenti accorsi a salutarla: «Faccio volentieri questo grave sacrificio di partire per l’America!». Francesca è li accanto e l’interrompe di botto: «Iddio non vuole importi sacrifici così gravi, figliola, resta!». E la sostituì immediatamente con un’altra.

Durezza? No: realismo. Lo stesso realismo che non riteneva nul­la impossibile, le diceva che nulla si poteva intraprendere senza una dedizione piena di gioia e senza essere completamente distaccati da sé, anche dai propri vezzi spirituali.

 

Perciò aveva un sistema pedagogico molto sicuro: «Quando visi­to qualche nostra casa e vedo delle facce lunghe, e noto una certa aria di abbattimento, di svogliatezza e di malumore, non chiedo al­l’una o all’altra: ‘Che hai o che non hai?’, metto in piedi qualche opera nuova che obblighi le suore a uscire da se stesse».

 

Dio solo sa cosa accadrebbe, e come si rinnoverebbero certi isti­tuti, se i rispettivi superiori e superiore trovassero il coraggio di adottare un simile criterio pedagogico!

Ci resta un’ultima cosa da dire. A volte certi «laici» amano ripe­tere con scherno che «non si governa con i padrenostri», e nemmeno con la «dottrina sociale» della Chiesa.

E tuttavia ci sono pagine di storia in cui la fede e la preghiera si dimostrano capaci di una operosità così concreta e multiforme, di una genialità sociale così sollecita (Sollicitudo rei socialis) e anticipa­trice da renderci certi che è proprio la mancanza di preghiera - e più a monte la mancanza di una vera fede - che lascia gli uomini nel più tragico egoismo, proprio quando vogliono governare i loro simili e inventare ricette di progresso sociale.

Un egoismo soprattutto «intellettuale», di una mente cioè inevi­tabilmente costretta a baloccarsi con se stessa e con i propri pregiu­dizi, e con il proprio piccolo «partito», per quanta estensione si im­magini di dargli. E, per necessaria conseguenza, anche una inevitabi­le ristrettezza mentale nel comprendere i problemi e nell’affrontare i bisogni, la ristrettezza di una mente priva dell’infinito respiro della preghiera e della fede.


Sant'Angelo Lodigiano:
Statua di Enrico Manfrini sul monumento dedicato a Santa Francesca Saverio Cabrini

«E troppo piccolo il mondo - diceva Francesca Cabrini - vorrei abbracciarlo tutto!». E non temeva - riesumando certi ricordi di scuola - di confessare: «Non mi darò pace finché sull’Istituto non tramonti mai il sole!».

E tuttavia - con la stessa identica verità - usava dire, come tanti altri Santi prima di lei: «Dio è tutto e io sono nulla».

La differenza - che veniva dai suoi «padrenostri» - era tutta qui: che lei immaginava di portare il suo Istituto in ogni angolo del mon­do, fino a che il sole non potesse mai tramontare su di esso, senza mai pensare né a se stessa né ai suoi progetti, ma solo desiderando di fare il possibile perché non ci fosse spazio alcuno dove non splendes­se quel Cristo che le struggeva il cuore.

«Gesù - usava ella dire con espressione bellissima - è per noi una beata necessità».

E credeva tutto possibile, perché ripeteva con san Paolo: «Io posso tutto in Colui che mi dà forza!».

Ai cristiani di allora e di oggi ella ricorda: «Senza industriarsi, non si combina mai nulla. Che cosa non fanno i business-men nel mondo degli affari! E perché noi non facciamo almeno altrettanto per gli interessi del nostro amato Gesù?».

Quando, stremata di lavoro e di gioia, morì nel 1917, a Chicago, nell’Ospedale da lei stessa fondato, i nostri emigrati dissero con af­fetto e infinita riconoscenza che «l’italiano Colombo aveva scoperto l’America, ma solo lei, Francesca, aveva scoperto gli italiani in Ame­rica».

Ha scritto giustamente Divo Barsotti: «La vita di Francesca Ca­brini sembra una leggenda. Una storia della Chiesa che ignori questa fragile donna è gravemente manchevole; una storia d’Italia che non voglia parlarne è settaria».

 

 da : http://users.libero.it/luigi.scrosoppi/santi/donbosco.htm

 

Postato da: giacabi a 20:18 | link | commenti
santi, cabrini francesca

La realtà è segno di Dio

 

 

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"Le nostre prospettive scientifiche sono ormai agli antipodi fra loro. Tu ritieni che Dio giochi a dadi con il mondo: io credo invece che tutto obbedisca ad una legge, in un mondo di realtà obiettive, che cerco di afferrare per via totalmente speculativa. Lo credo fermamente, ma spero che qualcuno scopra una strada più realistica o meglio un fondamento più tangibile di quanto non abbia saputo fare io. Nemmeno il grande successo iniziale della teoria dei quanti riesce a convincermi che alla base di tutto vi sia la casualità, anche se so bene che i colleghi più giovani considerano questo atteggiamento come un effetto di arteriosclerosi. Un giorno si saprà quale di questi due atteggiamenti istintivi sarà stato quello giusto."                       Albert Einstein

Postato da: giacabi a 19:14 | link | commenti
einstein

lunedì, 28 gennaio 2008

L’istintività

mezzo per arrivare a riconoscere Cristo

 

 

***

 

1) L’istintività. E’ ciò che mi trovo addosso, ciò che mi determina, mi attrae, mi stimola. Proprio da questo l’uomo è introdotto al servizio della realtà: da un complesso di dati da cui non può prescindere”.

Perciò per don Giussani l’istintività non è un ostacolo, qualcosa da buttare via, ma un mezzo, una cosa di cui servirsi, da cui non si può prescindere perché è proprio da questa che l’uomo è introdotto al servizio della realtà. La prima reazione che ci viene è strapparci di dosso l’istintività. Come questa mattina il nostro bisogno lo vorremmo buttare via perché lo consideriamo una debolezza. Adesso vogliamo buttare via l’istintività perché ci spinge a prendere ciò che abbiamo davanti in modo diverso.

Don Giussani davanti a una cosa così dice: “Ma come è umana la mia umanità!”. Invece di buttarla via, la questione che l’istintività deve far sorgere è: perché mi è data questa umanità? Se Dio ha messo lì tutto questo complesso di dati, perché sono lì? È per un bene. È la positività con cui don Giussani guarda qualsiasi dato del reale, qualsiasi cosa data da un Altro, è questo sguardo di simpatia per l’umano, per tutto l’umano che c’è in noi.

“Siccome questo è un momento drammatico sempre - continua la nostra amica - io vorrei che non ci fosse neppure qualche cosa che mi attira, che passa davanti e mi colpisce, non vorrei sentire così tanto il fascino delle cose, dei volti, per non rischiare di sbagliare”. Sembra umanissimo: uno vuole amare e non

vuole sbagliare, e allora per non sbagliare la prima cosa che ci viene è non volere il fascino delle cose, dei volti, si vorrebbe cancellare la bellezza che mi attira.

Prima abbiamo fatto fuori l’istintività e adesso facciamo fuori la bellezza, sempre per lo stesso motivo:strapparci il dramma del vivere!

Guardate come don Giussani svela la verità di ciò che c’è dentro, che c’è dietro questo: se uno vuole bene a una persona, d’impeto accetta di sacrificarsi per lei, questo è naturale. Eppure per la resistenza che è in noi rifuggiamo dal sacrificio.

 La resistenza non è resistenza al sacrificio, ma è una resistenza alla bellezza,

è una resistenza al vero. Non volere il vero, questa è la presunzione sterminata del peccato originale: si chiama menzogna. La resistenza al sacrificio è per un attaccamento a una menzogna, per il cedimento a una menzogna, è perché siamo mentitori. La nostra è una resistenza alla bellezza, alla verità. Noi

cominciamo a difenderci dalla bellezza perché la bellezza ci mette in moto, ci richiama a qualcos’altro.

Giussani diceva sempre di non censurare mai la nostra umanità, anzi dice che è proprio questa che ci porta al riconoscimento di Cristo.

È vero questo perché io sono colpito se c’è un luogo che non ha paura della mia umanità. Lui ci ama e non ha paura della nostra umanità. Don Giussani dice di guardare con simpatia la nostra umanità perché questo, come abbiamo visto stamattina, è indispensabile per il riconoscimento di Cristo. Abbiamo bisogno di tutte e due le cose: della nostra umanità e del fascino di una bellezza che ci attira.

Se uno non sente il fascino delle cose e dei volti vuol dire che non sentirà neanche il fascino di Cristo. È importantissimo capire bene queste cose perché a volte davanti alla paura dello sbaglio la tentazione è far fuori la propria umanità. Ma se io faccio fuori la mia umanità divento un sasso. Se io taglio, stronco la mia umanità come posso commuovermi davanti a Cristo, come posso essere trascinato da Cristo?

Per questo non basta sostituire l’umanità con i principi, come diceva Eliot: “I nostri principi non ci rendono veramente comprensibile quel tutto che governa il nostro attaccamento alle cose più di quanto un frammento di brandello umano riesca a comunicarci quella viva bellezza della carne che tanto amiamo”. “I sensi che Dio ha creato – dice ancora Paul Claudel – sono nostri servitori che percorrono l’intero mondo fino a quando non trovano la bellezza”.

Tutto questo ci è dato per trovare la bellezza, per riconoscerla. Io non posso prescindere dalla mia umanità, dalla mia istintività perché è quello che mi determina, mi attrae, mi stimola, mi introduce al servizio della realtà.

Occorre adesso domandarsi perché mi è data.

“2) Tale attrattiva, stimolo, impulso contingente hanno un fine. Perciò il secondo fattore è la coscienza del fine proprio a questo fascio di istintività. La natura umana infatti ha come fattore del suo dinamismo non solo la sua urgenza ma anche la consapevolezza dello scopo, di quell’urgenza stessa”.

Io che ho questa istintività non sono soltanto istintività, ma ho anche la consapevolezza dello scopo per cui ce l’ho, e so che questa energia, questo impeto è fatto per un fine. L’unica cosa che non posso fare è bloccare l’impeto che mi rimanda oltre per evitare il sacrificio che comporta, il dramma in cui mi mette.

Invece tante volte quello che succede è che, come dice ancora la nostra amica: “Tante volte io riduco il desiderio a voglia e Cristo a regola”. Il desiderio ridotto a voglia, istinto, reazione. Ma se il mio desiderio è soltanto voglia senza uno scopo, se questa istintività – che per il fatto di essere all’interno del mio io ha il respiro dell’infinito – è ridotta a voglia e Cristo si riduce a regola, è normale che uno ha paura. Resta soltanto il moralismo: bloccare l’istintività per evitare di andare contro la regola!

L’uomo, a differenza degli animali e delle altre cose, è consapevole del rapporto che passa tra il suo emergente istinto e il tutto, cioè l’ordine delle cose”.

Cioè l’istinto non può essere staccato dalla totalità dell’io, con tutto il bisogno infinito che ha dentro, perciò non c’è soltanto voglia. Io sono questa istintività che ha la coscienza del fine, che ha tutta l’apertura dell’infinito. Nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo infinito.

Qual è allora il fine di questa istintività, di questa urgenza?

L’ordinare l’istinto allo scopo (cioè al Tutto) è il fondamentale dono di sé al tutto: è il cosiddetto dovere, la cui essenza quindi non può essere che amore, cioè consegna di sé”.

Perciò questa istintività, urgenza, energia, questo complesso di dati cerca la vita per darsi, per ordinarlo al tutto, perché è nel darsi al tutto che l’uomo si ritrova, come l’esperienza amorosa suggerisce. “L’amore

– dice Papa Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est – è estasi. Ma estasi non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé”.

La questione è che la mia energia, tutto il mio desiderio di pienezza con la mia istintività trova compimento e questo soltanto, questa è la proposta, soltanto trova compimento nel darsi al tutto, nel darsi all’infinito. Siccome non c’è niente di nostro al mondo, il desiderio di possesso, la volontà di possesso diventa lo spunto per incominciare il lungo cammino al tutto.

 È questo che noi non siamo in grado tante volte di fare e perciò o scivoliamo nell’istintività o stronchiamo la nostra umanità e tante volte

come ci sembra misterioso questo cammino, questo momento in cui siamo, nel tentativo di comprenderlo pensiamo che prima c’è il distacco e poi avremo queste cose. Invece no, non prima c’è il distacco e poi c’è la verità, ma c’è la verità e quindi il distacco.

Questa è la pretesa di Cristo: che è soltanto perché c’è la verità, perché c’è la verità che compie, dove l’uomo può vedere compiuta tutta la sua vita, tutta la sua affezione, che può rapportarsi in un modo vero con tutto.

Guardate cosa racconta un universitario nostro amico della sua reazione davanti a una proposta indecente: “Era bella, stavo per dirle di sì, volevo dirle di sì, ma quando ho iniziato a risponderle mi sonovenute le lacrime agli occhi; mi sono fermato un attimo e ho pensato alla giornata d’inizio, al fatto di darsi alla compagnia dei miei amici, e così le ho detto di no perché le volevo bene ed ero convinto che era la cosa più istintiva senza ragione che potessimo fare”.

Questo non succede soltanto con il rapporto con una persona, succede con il rapporto con tutto, con il rapporto con le cose. Mi dicevano un gruppo di amici: “Davanti al tentativo di vivere il potere o gli interessi come possiamo vivere in modo da non soccombere al potere o agli interessi?”. Sapete cosa gli horisposto? Ho parlato della verginità.

È soltanto se c’è la verità, se c’è Cristo, se c’è qualcosa che compie la vita più di ogni altra cosa che uno può vivere in un rapporto di verità con tutto, con l’altro, con gli interessi, con il potere e con le cose.

Avremo il coraggio qualche volta di fare la verifica di questa proposta di Cristo? Di verificare fino in fondo se la proposta di vita che Cristo ci offre come compimento del nostro umano e perciò della nostra affezione è in grado di rispondere? È soltanto la verità, è soltanto la bellezza di qualcosa che vivo che rende possibile non cedere all’istintività. Non si tratta di stroncare o di censurare, ma di ordinare tutto allo scopo, di avere qualcosa che sia più potente, che abbia un’attrattiva più grande, per cui tutto il mio essere con tutte le mie energie sia calamitato.

Non è umano dare se stessi se non ad una persona.

Il tutto, in ultima analisi, è l’espressione di una persona: Dio. Perché? Perché l’unico che corrisponde a tutto il mio desiderio di infinito, a tutta la mia esigenza di felicità, a cui mi spinge tutta la mia umanità, è soltanto questo che può ordinare tutto. Al di sopra dell’attività dell’anima vi è qualcosa di più profondo ed essenziale: è quando questo istinto profondo è ordinato, è orientato verso Dio, allora tutto il resto è ordinato. Ma se questo istinto profondo si distoglie da Dio, tutto il resto ne è distolto, che l’uomo se ne accorga o no. Ma Dio, il Mistero, intanto rimane lontano, astratto.

Per questo occorreva l’incarnazione, occorreva, come dice Leopardi, che la Bellezza (con la B maiuscola) si “vestisse di sensibil forma”, diventasse carne; occorreva una presenza affettivamente attraente per attirare tutta la mia energia, tutta la mia affezione, tutto il mio desiderio verso di Lui.

Per questo l’unica speranza è questa: Cristo ci trae tutto, tanto è bello. Senza di questo possiamo sbagliare finché vogliamo o possiamo censurare o possiamo stroncare, ma non risolviamo niente perché né l’istintività né il moralismo possono risolvere il problema della persona umana. Il problema di qualcosa che riesca veramente a rispondere in modo adeguato a tutte le esigenze della vita. Per questo senza la bellezza di Cristo presente che ci “trae tutto” non c’è possibilità di compimento dell’umano e diventiamo persone affettivamente compiute.

La vita dell’uomo - diceva S. Tommaso - consiste nell’affetto che principalmente la sostiene e nel quale trova la sua più grande soddisfazione. Dov’è la vera soddisfazione lì è la risposta al problema affettivo

dell’uomo, perciò è soltanto un cristianesimo come bellezza, come attrattiva l’unico in grado di rispondere alla sfida dell’uomo, l’unico in grado di fare fronte, di affrontare questa esigenza di totalitàche il cuore ha. Per questo è l’unico in grado di vincere la lontananza se il cuore cede alla sua attrattiva.

Senza Cristo non c’è pienezza e perciò non c’è verginità che consenta un rapporto vero con tutto, con le cose, con le persone, con la moglie, con i figli, con quelli che lavorano con te, senza che il potere decida tutto. Per questo è inutile tutto il moralismo perché prima o poi soccombiamo.

Per questo il Papa usa in tante occasioni la parola “attrae”: il Dio incarnato ci attrae. E ripete in continuazione il verbo attrarre, il verbo attirare. S. Agostino dice, citando Virgilio: Ciascuno è attratto dal suo piacere”, non dalla necessità ma dal piacere, non dalla costrizione ma dal diletto. A maggior ragione possiamo dire che si sente attratto da Cristo l’uomo che trova il suo diletto nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, in tutto ciò, insomma, che è Cristo.

La vita è darsi, amare Cristo, trovare in Lui soddisfazione, e per questo se ridotto soltanto a regola e non questa presenza affettivamente attraente è impossibile che compia affettivamente l’uomo.

È qui dove si vede la portata della promessa di Cristo, perché quando uno ha provato che niente soddisfa incomincia a capire che forse conviene aderire a Lui. Quando uno ha sentito parlare di una promessa di infinito e di felicità che si accende con l’innamoramento e della grave incapacità dell’altro di soddisfare questa promessa, si rende conto del fatto che da questa ferita scaturisce la domanda di Cristo.

Come scriveva la nostra amica: “Queste cose mi hanno molto toccato e non smetto di ripensarci quanto sono vere e quanto brucia la ferita di una promessa insoddisfatta. Ognuno di noi può pensare a mille situazioni, a mille conferme di questa grande verità, ma ti vorrei chiedere come si fa a tenere aperta questa ferita? Mi pare umanamente insopportabile sostenere una posizione così. Una promessa ha bisogno di essere compiuta prima o poi, e se il poi è troppo lontano nel tempo l’attesa si fa difficile. Io personalmente cado regolarmente in questi due opposti: o mi anestetizzo cercando soddisfazione in mille attività, oppure affiora il cinismo, il dubbio che una vera umanità diversa non sia possibile”.

Senza affrontare questo è impossibile che uno prima o poi non si domandi: ma Cristo la promessa è in grado di compierla? È qui che siamo di nuovo chiamati a un salto in questo rapporto con Cristo, è qui dove si vede la promessa: Gesù si presenta come il centro dell’affettività e della libertà dell’uomo e ponendo se stesso al cuore delle stesse esigenze umane si colloca con pieno diritto come la loro radice vera.

In tal modo Gesù rivela la portata della promessa: Gesù ha la pretesa perché è soltanto seguendo Lui che l’uomo può trovare veramente la risposta.

Come dice S. Gregorio di Nissa: “Solo il Bene eterno (con la B maiuscola) è veramente dolce e desiderabile e amabile. Il suo godimento diviene sempre di più l’impulso a un desiderio più grande”.

Il desiderio ogni volta che è saziato produce un nuovo desiderio di una realtà superiore. L’anima si protende in un desiderio sempre più forte. Soltanto chi la verifica  vede che non deve stroncare il suo desiderio ma che miracolosamente appare quello che dicevamo ieri: la conversione del desiderio.

Uno incomincia a desiderare di sorprendere incominciando a desiderare ciò che lo compie, incomincia a desiderare ogni volta di più quel bene, quella presenza in cui il cuore trova quella soddisfazione non per appagarlo, ma per desiderarlo sempre di più. Ma è una sfida così sconvolgente, così drammatica che

soltanto se siamo in grado di accettare questa sfida possiamo vederne il compimento.

Concludo con quello che dice Giussani alla fine di questo capitolo bellissimo:

Gesù Cristo non è venuto nel mondo per sostituirsi al lavoro umano, all’umana libertà o per eliminare l’umana prova. Egli è venuto nel mondo per richiamare l’uomo al fondo di tutte le questioni, alla sua struttura fondamentale e alla sua situazione reale… Gesù Cristo è venuto a richiamare l’uomo alla

religiosità vera, senza della quale è menzogna ogni pretesa di soluzione”.

L’amore, la politica, il lavoro, tutto diventa confuso se non si vive bene questa religiosità. Per questo la vita è un cammino, è una tensione. La concezione della vita di Gesù Cristo è essenzialmente una tensione, una lotta, un camminare. “Bestiali come sempre - dice Eliot - carnali, egoisti come sempre, interessati e

ottusi come sempre lo furono prima, eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a riprendere la loro marcia sulla via illuminata dalla luce; spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, attardandosi,tornando, eppure mai seguendo un’altra via”.

don Carron da: Esercizi della fraternità 2007

 

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giussani, carron, istintività

domenica, 27 gennaio 2008

da:  Mi basterebbe l'impossibile

 

Urgenza

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Non si può rimanere insensibili a tutte le difficoltà che attanagliano numerose popolazioni, compresa la nostra! E' per questo che sentiamo l'urgenza di essere testimoni dell'unica Verità capace di trasmettere speranza e di "chiedere al mistero dell'Essere la luce, l'affettività, la sincerità, la semplicità di dire sì a ciò che è vero e di dir no a ciò che non è vero."

(L. Giussani, 'Si può vivere così?').

 

 

Ave Maria
dove sei finita, Tu?

Non vedi che abbiamo bisogno di Te?
Noi non ti vediamo più da qui!
So che esistono bellezza
gioia e tenerezza
ciò per cui Tu sempre sei
Ma aiuta noi a trovarle
!
Ascolta, Maria,
Santa Maria!

Maria,
lasciami la forza
di dire quanto indegno sia
non vivere in armonia!

Speriamo di vederci dire a braccia aperte "amen,
amen"....

 

Ave Maria
dove sei finita, Tu?
Non vedi che abbiam bisogno di Te?
Noi non ci vediamo più quaggiù!
So che senti queste grida
Vedi le candele accese
sulla via verso pace e libertà:
Aiutaci!

Ascolta, Maria,
Santa Maria!
Maria,

lasciami la forza
di dir che è irredimibile
non vivere in armonia!

Speriamo di vederci dire a braccia aperte "amen,
amen"....
....e unirci a Lui dicendo "amen"....

(Trad. eungiorno su IFMG)

Postato da: giacabi a 16:36 | link | commenti
canti, maria

 

La noia

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«La parola noia, Langeweile, non si trova nel tedesco antico. Infatti, solo nel 1507 la si incontra per la prima volta in un dizionario. Il che non stupisce, perché in fondo non vi è posto per una simile nozione in una lingua fortemente dominata dalle idee e dai concetti cristiani. Dato che la coscienza cristiana, il suo senso della vita e del tempo, escludono la lezione di noia: il cristiano cerca innanzitutto di utilizzare il tempo che gli è dato - sentito come troppo breve, piuttosto che come troppo lungo - il meglio possibile, al fine di meritare la salvezza eterna. [...] La nozione di noia si è insidiosamente introdotta nel nostro vocabolario a partire dagli inizi del XVI secolo, quindi in pieno Rinascimento, quando il tempo sacro comincia a cedere il posto alla durata profana, la prospettiva escatologica a quella della riuscita umana. Tuttavia, all'inizio questo sembrava assolutamente inoffensivo, una circostanza passeggera. Poi, andando di pari passo con il processo di secolarizzazione, la noia diventa più minacciosa e prende tutta la sua ampiezza nel XVII secolo, per diventare il male di vivere del XVIII, il secolo dei Lumi: il momento in cui lo spazio sacro diventa lo spazio morto dell'universo meccanico, e in cui il mondo smitizzato diventa l'habitat dell'uomo-macchina.
Per finire, nel
XIX secolo, quando le scienze positiviste hanno ridotto l'immagine dell'uomo a nient'altro che un prodotto biologico e una presenza accidentale, quella che si presentava agli inizi come un'innocente malattia è diventata il male del secolo, il cancro che rode le viscere.
Allora la noia moderna è la noia al fondo della disperazione, la noia dell'uomo senza padre, sradicato dalla sua origine, alienato dal suo io reale; è il vuoto spirituale, il vuoto esistenziale, l'assenza dell'anima. Ed è talmente diffusa, e così ben camuffata, che, secondo Erich Fromm, non ce ne accorgiamo nemmeno più. [...]
Cosa fare allora? Ebbene, bisogna ammazzare il tempo. Per esempio con l'ubriachezza: “Bisogna essere sempre ubriachi. È tutto qui, questa è l'unica questione. Per non sentire l'orribile fardello del tempo che vi spezza le spalle e vi curva verso terra...” (Baudelaire)

Possiamo quindi riassumere
. Il vero scopo della noia sarebbe quello di segnare un vuoto interiore che chiede una ri-creazione di noi stessi, il passaggio a un'attività creativa e significativa. Invece, nella società secolarizzata, la noia esistenziale incita piuttosto a un vano divertimento e, sempre più, a una ricerca sfrenata di esperienze carnali che sono, per natura, pericolose e distruttive.».

Alexander Willebois, Conversazioni eterodosse, Jaca Book, Milano 1981

 

 

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noia

sabato, 26 gennaio 2008

 

La compagnia tra di noi

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«La compagnia tra di noi si lascia identificare prima  di tutto per un tipo di affezione nuova che nasce tra le persone: in essa domina su qualsiasi altro sentimento la stima dell'altro, la disponibilità ad aiutare, un'amorosità disposta a soccorrere l'altro, a condividerne sempre il bisogno, nella percezione fisica del tempo e dello spazio come via al destino. Non è niente di meno di questo, la compagnia, cioè la dimensione del cristiano».

don Giussani da: tracce dic.93

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amicizia, giussani

canzoni

 

Quando uno ha il cuore buono

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 da: www.culturacattolica.it

 

Autore: Scaglione, Paola  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele

Parole e musica di Claudio Chieffo
gennaio 1964
ad Angelo Sampieri

Quando uno ha il cuore buono non ha più paura di niente:
è felice di ogni cosa, vuole amare solamente.
Quante volte ti ho chiamato per nome,
quante volte ho cercato di te,
ma tu fuggi e ti nascondi,
vorrei proprio sapere perché
.
Quando uno ha il cuore buono non ha più paura di niente:
è felice di ogni cosa, vuole amare solamente.
Poco dopo è calata la notte,
la tua voce ho sentito gridar,
io ti dico ritorna alla casa,
il mio amore è più grande del mar
.
Quando uno ha il cuore buono non ha più paura di niente:
è felice di ogni cosa, vuole amare solamente.
Tu hai sentito chiamare il tuo nome,
non puoi certo scordarlo mai più,
su non fingere di essere sordo,
puoi rispondermi solo tu.

Quando uno ha il cuore buono non ha più paura di niente:
è felice di ogni cosa, vuole amare solamente.

«Quando uno ha il cuore buono – che vuol dire: quando uno si sente amato – non ha più paura di niente e vuole soltanto amare. È la tenerezza di un Dio che chiama proprio te per nome. Agli inizi, di fronte alla grandezza dell’amore di Dio uno si spaura, ma questa misericordia è proprio per te, attraverso la carnalità dei tuoi difetti. La novità del cristianesimo che avevo incontrato era accorgersi che perfino il tuo peccato – il tuo male – non è un ostacolo alla misericordia di Dio».
La vita di ognuno è costellata di fatti apparentemente insignificanti e che, pure, lasciano il segno in chi è disposto a guardare e ad ascoltare. Sono le parole di un bambino scatenato, che non si lasciava spaventare da nulla, a dare origine a una delle canzoni più diffuse di Chieffo: «Lo ricordo ancora, si chiamava Pasubio; un giorno, mentre giocavamo e tutti si erano spaventati all’arrivo di un cane, lui non aveva fatto una piega. E a me, che gli chiedevo come mai, aveva risposto con semplicità: ‘Sai che io non ho più paura? Perché da quando seguo Gesù il mio cuore è buono. E quando uno ha il cuore buono non ha più paura di niente’. Quella frase mi è rimasta inchiodata nella mente e nel cuore e una mattina ho cominciato a cantarla».

Claudio Chieffo in Paola Scaglione, La mia voce e le Tue Parole. Claudio Chieffo, una lunga storia di musica e poesia, Ares, Milano 2006, pp. 58-59

 

 

Postato da: giacabi a 17:48 | link | commenti
canti, chieffo

canzoni

 

L’uomo cattivo

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 da: www.culturacattolica.it

 

Autore: Scaglione, Paola  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele

Parole e musica di Claudio Chieffo
maggio 1965

alla mia nonna Elvira

 

Era un uomo cattivo, ma cattivo, cattivo, cattivo,
eppure così cattivo il Signore lo salvò:

quando si alzava la mattina tutto gli dava fastidio
a cominciare dalla luce, perfino il latte col caffè.
Ma un dì si chiese Chi era che gli dava la vita,
un dì si chiese Chi era che gli dava l’amor.
«Chi se ne frega della vita! Chi se ne frega dell’amore!»‚
lui ripeteva queste cose, ma gli faceva male il cuore
.
Ed il Signore dal cielo tanti regali gli mandava,
lui li guardava appena, anzi alle volte poi si lamentava.
Ma un dì si chiese Chi era che gli dava la vita,
un dì si chiese Chi era che gli dava l’amor.

Poi un giorno vide un bambino che gli sorrideva,
vide il colore dell’uva e la sua nonna che pregava,
poi vide ch’era cattivo e tutto sporco di nero,
mise una mano sul cuore e pianse quasi tutto un giorno intero.
E Dio lo vide e sorrise, gli tolse quel suo dolore
,
poi gli donò ancor più vita, poi gli donò ancor più amor…
Era un uomo cattivo, ma cattivo, cattivo, cattivo,
eppure così cattivo il Signore lo salvò.

«Per essere cattivi non occorre fare fisicamente del male agli altri: uno è cattivo quando non vuol bene a se stesso, quando non capisce che la luce del mattino è un dono di Dio, che il latte col caffè è un dono di Dio, che il colore dell’uva è un dono di Dio. La canzone è dedicata a mia nonna Elvira, che viveva con noi e aveva una strana percezione della mia conversione, perché io ero molto resistente e in casa non cercavo di vivere quello che invece fuori mi veniva così bene… Ero un brontolone, ero disattento nei confronti dei miei familiari, però lei continuava a farmi vedere che stava solo aspettando che cambiassi. Mia nonna aveva sposato un repubblicano storico, che non andava in chiesa, ma, pur essendo una donna del popolo, non aveva alcun dubbio sulla propria fede. Continuamente mi incitava alla preghiera e a rivolgermi a Gesù e alla Madonna nei momenti in cui ero dubbioso oppure cattivo, insofferente, acido. L’uomo cattivo è dedicata a lei, ma nasce per i bambini di una parrocchia di periferia che cercavamo di far giocare e che finivano continuamente per litigare: volevo spiegare loro che, anche il più cattivo, il Signore lo avrebbe salvato».
Claudio Chieffo in: Paola Scaglione, La mia voce e le Tue Parole. Claudio Chieffo, una lunga storia di musica e poesia, Ares, Milano 2006, p. 85

 

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