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Eccomi

Utente: giacabi

chi sono
Sono un ex vagabondo che ha avuto la grazia, durante il suo vagabondare di incontrare degli amici di Gesù che gli hanno mostrato la Bellezza della vita, quello che il suo cuore da sempre cercava. Ora sono diventato un pellegrino con lo sguardo rivolto alla “Roccia splendente” anche se spesse volte riabbasso lo sguardo verso terra col rischio di perdermi in vicoli ciechi; ma appena rialzo la testa vedo gli amici e la meta, di nuovo la realtà riprende forma e colore.



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sabato, 28 febbraio 2009

 Prima dell’alba

La biografia del rabbino capo della comunità ebraica di Roma che si convertì al cristianesimo. Pubblicata nel 1954 negli Usa, ora viene edita anche in Italia

di Giovanni Ricciardi

***

 

 

  da: http://www.30giorni.it/

 

Eugenio Zolli, Prima dell’alba. Autobiografia autorizzata, San Paolo, Cinisello Balsamo 2004, 283 pp., euro 16,00

     «La conversione è un se­guire un appello di Dio. Uno si converte né pri­ma né dopo, né quando vuole o preferisce, ma solo nell’ora in cui l’appello giunge. Giunto che è, a chi è rivolto non resta che una via sola, ed è obbedire».
     
A quest’appello Israel Zolli, allora rabbino capo della comunità ebraica di Roma, obbedì alla fine del 1944. Andò a cercare un sacerdote “sconosciuto” e chiese di essere istruito nella fede cattolica ricevendo il battesimo il 13 febbraio 1945. Un avvenimento che destò scalpore e risentimenti da parte degli ebrei di allora e che apparve quasi come un fulmine a ciel sereno, dopo gli anni delle deportazioni e dei lager nazisti. Ma così non era. La conversione di Zolli, sia pure improvvisamente deliberata, era stata preparata da un cammino di progressivo accostamento al cristianesimo, maturato durante tutta la vita. Ne dà testimonianza l’autobiografia da lui redatta e pubblicata nel 1954 negli Stati Uniti con il titolo Before the Dawn, «Prima dell’alba». Quel testo non era mai stato edito nel nostro Paese, benché l’autore l’avesse originariamente redatto in italiano. Ragioni di opportunità politica, forse. Eugenio Zolli aveva scelto il nome di battesimo di Pio XII, Eugenio Pacelli, per gratitudine verso ciò che il Pontefice aveva fatto per gli ebrei durante la guerra. Ma già negli anni successivi un’altra “vulgata” su papa Pacelli andava a dominare l’editoria italiana e internazionale. Le pagine di Zolli contengono accenti di ammirazione e affetto verso Pio XII, anche se la sua conversione non può essere interpretata come un mero “debito di riconoscenza” nei riguardi del Papa: «La conversione» scrive Zolli «è un atto di Grazia di Dio e allo spirare dello Spirito Santo e della Grazia, si compie ogni conversione onesta. Non posso gloriarmi di nulla, proprio di nulla, e il dire che la mia conversione fu onesta equivale a: non fu disonesta, quindi alcun vanto. Giunta l’ora della Grazia, mi sono convertito».
      A cinquant'anni di distanza da quella prima pubblicazione inglese, le Edizioni San Paolo danno ora alle stampe il testo originale redatto in italiano (Eugenio Zolli, Prima dell’alba. Autobiografia autorizzata), basato sul dattiloscritto recentemente ritrovato, e curato dal nipote Enrico De Bernart. Un libro che assume un po’ lo stile delle Confessioni di Agostino. Più che autobiografia vera e propria, compaiono cenni di memoria, episodi, incontri, ricordi d’infanzia, da cui Zolli prende spunto per meditare sulla propria vita, scoprire, nella trama della sua esistenza, fin da quando muoveva i primi passi nello studio delle Scritture alla scuola di Leopoli, sul finire dell’Ottocento, le tracce del suo cammino verso la fede cristiana. Qua e là fa capolino una non comune conoscenza delle Scritture, in particolare della lingua ebraica, che Zolli insegnò all’Università di Padova negli anni Trenta, nonché della tradizione talmudica: il professore si sofferma spesso a commentare questa o quella espressione della Bibbia, o a richiamare la sapienza ebraica del midrash (una forma di esegesi delle Sacre Scritture) e delle diverse scuole rabbiniche. Dappertutto un periodare lento e riflessivo, una prosa antica, che alterna il racconto alla riflessione spirituale, la meditazione delle Scritture al ricordo dei tragici eventi di cui Zolli fu spettatore e protagonista, soprattutto dopo l’8 settembre 1943, quando si trovò ad essere – lo era dal 1940 – rabbino capo della Sinagoga romana durante l’occupazione nazista.

Eugenio Zolli

     «Da mio padre imparai la grande arte di pregare piangendo» ricorda Zolli: «Durante la persecuzione nazista io ho vissuto nel cuore di Roma in una piccola stanza in mezzo al freddo, alla fame e al buio. E pregavo piangendo: “Oh Tu guardia di Israele, proteggi l’avanzo di Israele, fa’ sì che non perisca l’avanzo di Israele che tre volte al giorno dice: Ascolta Israele”. Sul mio capo pendeva una taglia di 300.000 lire, allora una cifra notevole; la Gestapo mi cercava per terra e per mare e io non sono mai riuscito a pregare per me. Ripetevo sempre di nuovo guardando da un angolo oscuro, attraverso le lacrime, il cielo stellato: “Oh Tu guardia di Israele…”».
     All’indomani dell’arrivo dei tedeschi, Zolli, che negli anni in cui era stato rabbino a Trieste aveva avuto informazioni di prima mano sulla situazione degli ebrei sotto il nazismo, tentò invano di convincere il presidente della Comunità ebraica di Roma, Ugo Foà, a chiudere la sinagoga e gli uffici della comunità, a distruggere tutti gli elenchi e i documenti relativi agli ebrei romani e ad aiutare quante più persone possibile a emigrare all’estero o a rifugiarsi fuori da Roma. Ma Zolli ebbe a scontrarsi contro un incredibile muro di incomprensione. Foà e altri autorevoli membri della comunità erano convinti che il rabbino coltivasse allarmismi pericolosi e ingiustificati, tanta era la disinformazione che illudeva gli ebrei romani sulle vere intenzioni dei tedeschi: «Lei dovrebbe infondere coraggio» fu la risposta di Foà «anziché scoraggiare».
     E quando, svanite le illusioni, Kappler chiese cinquanta chili d’oro agli ebrei romani come riscatto per evitare la deportazione, fu Zolli a presentarsi in Vaticano e a ottenere da Pio XII i 15 chili mancanti, in quelle terribili 24 ore di tempo concesse dal comando tedesco per consegnare la somma. Com’è noto, i nazisti non mantennero la parola e nell’ottobre del 1943 la Gestapo deportava più di mille ebrei verso una fine che purtroppo conosciamo. Il professore annota nel suo scritto documenti relativi a quegli anni, che potranno essere di sicuro interesse per gli storici. Ma in tutto il suo percorso dà conto pure di quei segni che fin dai primi anni della sua vita avevano fatto sorgere in lui una curiosità verso Cristo. Già nel 1938 aveva pubblicato un saggio interamente dedicato alla figura di Gesù dal titolo Il Nazareno. Nell’autobiografia Zolli ricorda le occasioni grazie alle quali  si era accostato al cristianesimo: ad esempio, gli amici cristiani della sua infanzia, come Stanislao, uno dei più cari compagni di scuola e di giochi, dal quale si recava a studiare una volta alla settimana. Il crocifisso «in legno semplice, con vicino un ramoscello d’ulivo», appeso nella stanza dell’amico, e la bontà premurosa di quella famiglia avevano lasciato in lui una traccia indelebile. Più tardi il giovane Israel si era accostato ai Vangeli con commozione, entrando in familiarità con la persona di Gesù: «Un dopopranzo» – siamo nel 1917 – «ero in casa solo soletto e scrivevo uno dei soliti articoli per la solita Lehrerstimme. Credevo di essere tanto lontano da me stesso. A un tratto misi la penna sul tavolo senza rendermi conto del perché di questa interruzione del lavoro e, come rapito, cominciai a invocare il nome di Gesù… Gesù era entrato nella mia vita interiore come un dolce ospite, invocato e bene accolto.  L’amore per Gesù non doveva significare rinnegare l’ebraismo né abbracciare il cristianesimo. Né negazione, né affermazione a carattere ufficiale. La Comunità  israelitica e la Chiesa rappresentavano per me vita religiosa, ciascuna per conto suo, organizzata, mentre io mi sentivo ebreo, perché naturaliter ebreo, e amavo naturaliter Gesù Cristo. In questo mio amore per Gesù non dovevano entrare per nulla né l’ebraismo, né il cristianesimo. Io al cospetto di Gesù e Gesù in me».
     Questo accostamento a Gesù non significava allora e non significò mai per Zolli, tantomeno dopo la conversione, un rinnegare le proprie radici ebraiche: «Nel monoteismo di Israele trova la sua espressione l’anelito di generazioni intere; sono lunghi periodi di nostalgia, di sete di Dio, di un protendersi appassionato verso l’eterno mistero, che poi si riassumono rapidamente nell’anima di un singolo, di un uomo di Dio. […] Iddio chiama colui che da gran tempo lo cerca, lo invoca e l’uomo risponde: “Eccomi!”».

Sopra, ebrei rifugiati nel salone dei ricevimenti della residenza pontificia di Castel Gandolfo. Il rabbino Israel Zolli nella sinagoga di Roma, il 31 luglio 1944

     Del suo personale cammino alla ricerca di Dio Zolli darà più avanti quest’immagine: «Io sono mendico alle porte di Dio. All’infuori della mia povertà non ho nulla. Io sono proprio uno di quelli di cui sant’Agostino dice: “Che cosa può l’uomo offrire a Dio che non sia di Dio? Tutto dell’uomo è di Dio, solo i peccati sono dell’uomo”. E allora? E allora io dicevo a me stesso: Tu perché attendi? Che cosa attendi?».
     La risposta per Zolli arrivò alla fine del 1944, quando, celebrando il “Giorno dell’espiazione” in quella sinagoga in cui, dopo la liberazione, era stato reintegrato come rabbino dall’amministrazione provvisoria americana, sentì la spinta decisiva ad aprirsi alla fede cattolica.
     Zolli non trasse vantaggi materiali dalla sua conversione. La comunità ebraica di Roma lo bandì come apostata, e fu costretto a lasciare la sua casa del Ghetto. Dovette anche resistere alle lusinghe di quegli ebrei americani che gli offrirono molto denaro in cambio di un ritorno alla religione dei suoi padri. Ebbe ospitalità e alloggio per qualche tempo, grazie all’allora rettore padre Dezza, all’Università Gregoriana, finché non trovò un piccolo appartamento per sé e per la famiglia. Scelse di farsi terziario francescano e, come Francesco, visse in povertà, fino alla morte, avvenuta nel 1956: «Gli ebrei che oggi si convertono» scrive «come ai tempi di san Paolo, hanno di solito, sotto tanti aspetti, molto o tutto da perdere e poco o nulla da guadagnare». Ma questo giudizio non fu per lui motivo di risentimento o di rimpianto. E la sua autobiografia è, da cima a fondo, anche un atto d’amore appassionato a Israele: «Io non ho rinunciato all’ebraismo. L’ebraismo è una promessa e il cristianesimo è il compimento».
     
Un compimento che non cessa però di essere attesa. Così, nel congedo, alla fine dell’autobiografia, due anni prima di morire, Zolli conclude:

«Quando io sento il peso del vivere mio, quando sento la nostalgia immane di lacrime non piante, di beltà sfiorite e morte, in me morte, io piango il Cristo da me, in me, crocefisso. E il mio io vero non è l’io che in sé ha crocefisso il Cristo, ma l’io che Lo piange e Lo rimpiange: che in sé Lo chiama e a sé Lo richiama;  che Lo vuole vicino, che con Lui vuol essere tutt’uno. E giunto alla fine di questo libro, di queste pagine di strazio, io mi sento simile a chi è giunto all’ora della morte, sento in me la coscienza di chi sta  morendo senza aver vissuto… Vive male chi non vive il Cristo in pieno. Noi non possiamo che confidare nella pietà del Signore, nella pietà del Cristo, ché l’umanità non sa che uccidere, perché non Lo sa vivere. Non possiamo confidare che nell’intercessione di colei che ebbe il cuore trafitto dalla stessa spada che trafisse il Figlio… Ma per Gesù Cristo né si soffre né si ama mai abbastanza. Io ancora attendo Cristo. Lo attendo, ora e nell’ora della mia morte. Gesù, Signore, vieni. Ti attendo…».

Postato da: giacabi a 16:42 | link | commenti
zolli

Pio XII e la persecuzione nazista

***

 

 

Su questo argomento molto è stato scritto e tuttora se ne fa oggetto di discussioni e polemiche. Ritengo necessario parlarne un po' diffusamente, proprio perché i giudizi critici della stampa italiana ed estera a proposito del Documento vaticano Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah del 16 marzo 1998, rilevano "limiti" e "silenzi" proprio sull'operato di Pio XII negli anni della persecuzione nazista.

1. Attestati a favore di Pio XII alla fine della guerra

Il documento vaticano, in una Nota ( 1), riporta, con precisi riferimenti ad articoli dell'Osservatore Romano, attestati di riconoscenza. Il 7 settembre 1945 Giuseppe Nathan, commissario dell'Unione delle comunità israelitiche, il sommo pontefice, i religiosi e le religiose che, "attuando le direttive del santo Padre, non hanno veduto nei perseguitati che dei fratelli, e con slancio e abnegazione hanno prestato la loro opera intelligente e fattiva per soccorrerci, noncuranti dei gravissimi pericoli ai quali si esponevano" (Osservatore Romano, 8-10-1945).

Pio XII

Il 21 settembre 1945 Pio XII ricevette il Dott. A. Leo Kubowitski, segretario del Congresso Mondiale Ebraico, per presentare i più sentiti ringraziamenti per l'opera svolta dalla Chiesa cattolica in tutta l'Europa a favore della popolazione ebraica (Osservatore Romano, 23-09-1945).

Il 29 novembre 1945 il Papa ricevette circa 80 delegati di profughi ebrei, provenienti dai campi di concentramento in Germania, "sommamente onorati di poter ringraziare personalmente il santo Padre per la sua generosità dimostrata verso di loro durante il terribile periodo del nazifascismo" (Osservatore Romano, 30-11-1945).

Ancora, in occasione della morte di Pio XII (9 ottobre 1958), dopo più di 10 anni dalla fine della guerra e dopo il famoso processo di Norimberga, che diede il più ampio spazio alle inchieste sugli artefici, sulle cause, sulle trame e sulle alleanze dirette e indirette con il nazismo, la fama di Papa Pacelli è rimasta intatta.

Le più alte cariche politiche di Israele, e rappresentanti di organismi ebraici mondiali e nazionali, condividono "il lutto dell'umanità per la morte di Sua Santità Pio XII". Così in un cablogramma Golda Meir, che prosegue: "Quando venne il tremendo martirio del nostro popolo, nel decennio del terrore nazista, la voce del Papa si elevò per le vittime [...] Piangiamo un grande servitore della pace" ( 2).

2. Attestato del Gran Rabbino di Roma, Israele Zolli.

Un silenzio impenetrabile e inspiegabile è calato sulla figura e sulla vicenda del personaggio Zolli, che per tutto il periodo della guerra fu a Roma Gran Rabbino della comunità israelitica, a capo, cioè, di una delle più antiche e autorevoli comunità della diaspora, e Direttore del Collegio Rabbinico italiano. In nessun documento, neppure da parte cattolica, si cita quanto egli, a parole e con i fatti, testimoniò a favore di Papa Pacelli.

In una intervista data a Stefano Zurlo e pubblicata sul Giornale, 31 marzo 1998, la figlia Myriam (che vive e abita a Trastevere) racconta: "Quando i nazisti chiesero 50 chili d'oro per risparmiare la vita agli abitanti del Portico d'Ottavia, mio padre disperato corse in Vaticano... Il Santo Padre gli fece sapere che il Vaticano avrebbe messo a disposizione i 15 chili mancanti. Da allora Israele Zolli stabilì un rapporto di simpatia umana, quasi di identificazione con Pacelli".

Purtroppo il tesoro non servì a placare l'ira dei nazisti. Fra il 15 e il 16 ottobre 1943 i tedeschi rastrellarono il ghetto. "Mio padre - aggiunge Myriam - aveva capito anche questo: come sarebbe andata a finire. Lui non si fidava delle SS, e in precedenza aveva suggerito ai leader della comunità di bruciare i registri e di far fuggire la gente. Gli diedero del visionario. Anche perché avevano avuto notizie rassicuranti dall'allora capo della polizia Carmine Senise."

Sempre a proposito del rastrellamento del ghetto, in un simposio su "Cristiani ed ebrei durante la persecuzione nazista a Roma", svoltosi nella capitale il 23 marzo 1999, alla domanda fatta da Emanuele Pacifici, presidente dell'Associazione "Amici di Yad Veshem": "Ma dov'era Pio XII in quel 16 ottobre?", il P.Gumpel, gesuita e relatore nel processo per la beatificazione di Pio XII, senza citare Zolli e l'offerta dei chili d'oro, ricorda che Papa Pacelli non era stato a guardare. Aveva incaricato P.Pancrazio Pfeiffer di recarsi dal comandante dell'esercito, il generale Stahel, perché fermasse l'operazione. Il generale mandò un telegramma a Himmler spiegando che l'operazione sarebbe stata controproducente perché avrebbe potuto provocare una reazione violenta. Ottenne solo un ritardo di qualche giorno (Cf. Avvenire, 24 marzo 1999, p.22).

Uno dei treni che arrivavano ad Auschwitz con gli Ebrei deportati

Ritornando al rabbino Zolli, ci domandiamo: che cosa ha provocato la sua scomparsa dalla Storia? Non c'è altra ragione se non il fatto che egli, profondo studioso dei testi biblici dell'Antico e del Nuovo Testamento, nonché profondo conoscitore delle tradizioni talmudiche, dopo anni di solitaria ricerca, sulle orme del "Servo sofferente di Isaia", partecipando intimamente alle sofferenze del suo popolo e fra molte lacrime, aveva riconosciuto nel Cristo crocifisso il Volto del Servo.

Agli inizi del 1945 Israele Zolli chiese e ottenne il battesimo, prendendo il nome di Eugenio, come segno di ringraziamento al Papa Eugenio Pacelli per quanto aveva fatto in aiuto degli ebrei. Questa conversione suscitò un grande scandalo.

Il cardinale Paolo Dezza, recentemente scomparso, ha testimoniato: "Gli fu fatto il vuoto intorno... Il nome di Zolli fu addirittura cancellato dall'elenco dei rabbini di Roma, il settimanale ebraico uscì listato a lutto. Gli Zolli che vivevano ancora a due passi dalla sinagoga, ricevettero telefonate piene di insulti e dovettero cercarsi una nuova abitazione. Nell'attesa lo ospitai all'Università Gregoriana di cui ero rettore, mentre la moglie e la figlia trovarono ricovero in un convento di suore" (Il Giornale, ib. p. 9).

Qui è in ballo la condizione previa a ogni dialogo: il rispetto della persona umana e della libertà religiosa. Per noi cattolici sono state acquisizioni di altissimo valore. E per i fratelli ebrei? Il gran Rabbino di Roma, in piena libertà (nelle sue meditazioni autobiografiche) scrive: "Mai nessuno ha tentato di convertirmi... forse la mia anima si sarebbe esacerbata." Rinuncia a tutte le cariche per imboccare una strada irta di difficoltà per sé e per i suoi: "Sono povero, i nazisti mi hanno portato via tutto, non importa, vivrò povero, morirò povero, ho fiducia nella Provvidenza."

A un giornalista ebreo che gli aveva dato del "serpente scaldato nella comunità", risponde: "Lei non sa immaginare quante lacrime ho versato e quante ne verso anche in questi giorni nelle mie preghiere per gli israeliti perseguitati e barbaramente trucidati. Il tuo popolo è il mio popolo, il ceppo è comune."

"A chi, per incomprensione, mi domandò come avessi potuto 'rinnegare' me stesso, risposi: Non ho rinnegato, ho la coscienza chiara e sicura di aver soltanto affermato me stesso senza rinnegare nulla". Ecco come l'ebreo fatto cristiano sente di non aver ripudiato l'ebraismo: "Non ho mai altercato con me stesso... Tutto, pur trasformandosi, si armonizzava. L'anima andava saturandosi di valori spirituali nuovi senza espellere... i vecchi, ma trasformandoli sino al giorno in cui l'otre vecchio era pieno e riboccante del vino nuovo" ( 3). Siamo nel 1945, e, ancora oggi, per noi quelle parole sembrano una acquisizione audace!

Mi rendo conto che qui tocchiamo un nervo scoperto nei rapporti fra ebraismo e cristianesimo. Nessuno pretende che la scelta fatta dal rabbino Zolli sia condivisa dai suoi correligionari. Così dice la figlia Myriam in questa intervista: "Meglio non parlare di Zolli, nemmeno 40 anni dopo la sua morte (2 marzo 1956). E’ meglio non accostarlo a Pio XII. Troppi luoghi comuni scricchiolerebbero" (Il Giornale, stessa intervista).

A un uomo di tale levatura intellettuale e morale, di estremo disinteresse e di impegno in prima persona per le sorti del suo popolo perseguitato (già negli anni 30, a Trieste, dove era Gran Rabbino, si era adoperato a favorire l'espatrio di molti ebrei tedeschi), giustizia vuole che si rispetti la sua scelta, e si riconosca l'importanza della sua testimonianza a favore di Pio XII, forse, più efficace di tutte le altre.

3. Cambiamento di scena: cominciano gli attacchi.4. Per facilitare una seria ricerca storica su Pio XII

Era stato profeta Eugenio Zolli. Dice la figlia Myriam: "Subito dopo la guerra papà mi diceva spesso: Vedrai, faranno di Pio XII il capro espiatorio del silenzio che tutto il mondo ha mantenuto dinanzi ai crimini nazisti" (Il Giornale, inizio dell'intervista citata).

Il primo ad attaccare pubblicamente Pio XII fu Rolf Hochhuth con un testo teatrale: Der Stellvertreler (Il Vicario), pubblicato nel 1963. La sua tesi era che Pio XII non aveva fatto quel che poteva e doveva fare in difesa degli ebrei. A parte il chiasso nell'opinione pubblica, il contenuto della prova era semplicemente dilettantesco, e diversi ebrei ben informati criticarono fortemente l'autore.

Nel 1968 fu tradotto in italiano un libro scritto a New York: "Morte a Roma". Quando ne fu tratto un film, l'autore, Robert Katz, fu condannato dalla Corte di Cassazione per diffamazione.

Bisogna segnalare due libri di storici ebrei: La Chiesa cattolica e la Germania nazista, di Gunther Lewy, e Pio XII e il Terzo Reich, di Saul Friedlander, apparsi pure negli anni '60. Ma per ambedue troviamo un giudizio fortemente negativo di uno storico di fama internazionale, il gesuita P.Robert Graham, e di un'autorità incontestabile, Robert Kempner, sfuggito al regime nazista e poi avvocato dell'accusa al processo di Norimberga: "Nessuno dei due offre ragioni per cambiare questa opinione" (di energica difesa di Pio XII).

Vista la poca serietà scientifica delle pubblicazioni storiche sull'operato di Pio XII, Paolo VI nel 1964 ordinò che tutti i documenti vaticani riguardanti la seconda guerra mondiale fossero resi pubblici. Un gruppo altamente qualificato di storici produsse l'opera monumentale: Actes et Documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale: 12 volumi contenenti 5.100 documenti editi secondo rigorosi criteri scientifici.

Pio XII
dopo la liberazione di Roma

Avrebbe dovuto bastare per impostare seriamente uno studio su Pio XII. Ma ecco che in questi ultimi anni lo scrittore americano John Cornwell col suo libro Il Papa di Hitler, accusa Pio XII addirittura di essere fautore del nazismo, e pretende di aver documentato la sua tesi con ricerche fatte nell'archivio della Segreteria di Stato, primo ed unico a consultare tali archivi.

Gli risponde proprio uno storico ebreo, Michael Marrus: "Il libro di Cornwell? Superficiale e scandalistico... Sul piano accademico, l'opera di Cornwell non ha valore: si basa su pochi documenti già noti da anni e sostiene la sua tesi in modo superficiale" (Cf. Avvenire, 25 novembre 1999).

Stando così le cose, e in adesione a diverse richieste anche da parte cattolica (per es., il Cardinale americano O'Connor) la Santa Sede ha costituito una Commissione mista, formata da tre cattolici (Eva Fleischner, il gesuita Gerald Fogarty, Don John Morley) e tre ebrei (Michael Marrus, Bernard Suchecky, Robert Wistrich), evidentemente tutti studiosi di chiara fama.

Lo scopo è di fare insieme una analisi accademica sulla figura di Pio XII, non solo sulla base di 12 volumi già pubblicati, ma di qualunque altra fonte documentaria eventualmente non ancora pubblicata. Estrema prova di buona volontà della Santa Sede che ha sempre dichiarato di non aver nulla da temere dalla verità. Il lavoro di questa commissione mista è del tutto indipendente dal processo di beatificazione di Pio XII, e potrà consolidare il dialogo tra ebrei e cattolici.

5. La vera materia del contendere su Pio XII

Che Papa Pacelli conoscesse bene l'ideologia anticristiana e antireligiosa dei nazisti non si può dubitare, essendo egli stato Nunzio Apostolico in Germania proprio negli anni in cui si andava affermando il partito di Hitler.

Questo spiega, per esempio, un certo sostegno offerto ai generali tedeschi che nel 1940 avevano messo a punto un complotto per liberarsi di Hitler. E spiega anche l'incoraggiamento dato ai cattolici americani, tramite il Delegato Apostolico, che non temessero di fare alleanza con la Russia di Stalin, pur di respingere l'invasione nazista.

Che la linea di prudenza adottata da Pio XII durante la guerra abbia consentito alla Chiesa cattolica (mobilitata proprio per volontà del Pontefice) di salvare almeno 800.000 ebrei, è fuori discussione. La ricercatrice americana Margherita Marchione, nel libro Pio XII e la questione ebraica, sostiene addirittura che Pio XII, "rischiò personalmente la deportazione e il lager per aver aiutato i perseguitati dal regime nazista" (Avvenire, 17 marzo 1998).

Si poteva, si doveva fare di più, per evitare la "soluzione finale" dell'Olocausto? Una premessa riguarda due fatti. Il primo fatto era stato già preannunziato da Eugenio Zolli: "Faranno di Pio XII il capro espiatorio del silenzio che tutto il mondo ha mantenuto dinanzi ai crimini nazisti" (Il Giornale, inizio dell'intervista alla figlia Myriam). E’ storicamente accertato che né il governo degli Stati Uniti, né della Gran Bretagna, né della Russia di Stalin, né De Gaulle, né Organismi Internazionali come la Croce Rossa e lo stesso Consiglio Mondiale Ebraico, che pure erano informati dell'esistenza dei campi di sterminio, elevarono proteste pubbliche e specifiche.

Solo a partire dagli anni '50 cominciò a diffondersi in tutta Europa una nuova sensibilità nella valutazione delle responsabilità circa la Shoah.

In questa linea abbiamo avuto, da parte cattolica, molte dichiarazioni di Episcopati nazionali, fino all'ultimo documento vaticano: "Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah ". Ma non è contraddittorio il tentativo di scaricare la principale responsabilità della Shoah sulle spalle di Pio XII, che pochi anni prima si elogiava per le sue benemerenze a difesa degli ebrei perseguitati?

Edith Stein, vittima dell'Olocausto ad Auschwitz.

Il secondo fatto è il cosiddetto "silenzio" di Pio XII, che è poi l'accusa principale. Su questo silenzio bisogna bene intendersi. Scrive il P.Gumpel: "La verità è che Pio XII condannò ripetutamente e pubblicamente la persecuzione di gente innocente "solo a causa della loro razza". "A quei tempi, chiunque capiva a chi si stesse riferendo". E a conferma cita vari testi dei massimi vertici nazisti che manifestano ostilità per il Papa "portavoce dei guerrafondai ebrei".

E’ vero però che Pio XII nelle sue proteste pubbliche non ha mai usato il termine "ebreo", né ha fatto dichiarazioni veementi. Possiamo capire un po' di più le ragioni di questo atteggiamento?

Qualche osservatore fa notare quanto sia difficile, con la sensibilità di oggi, in un contesto culturale profondamenmte diverso, poter giudicare le scelte che la coscienza di Pio XII si trovò a prendere. Altri sottolineano la formazione diplomatica ricevuta da Papa Pacelli, e come egli avesse più fiducia nell'azione diplomatica spiegata in tutte le direzioni, piuttosto che nelle pubbliche dichiarazioni. E si attenne a questa impostazione. Ma ascoltiamo il grido del cuore di Pio XII:

"Più volte avevo pensato a fulminare di scomunica il nazismo, a denunciare al mondo civile la bestialità dello sterminio degli ebrei! Abbiamo udito minacce gravissime di ritorsione, non sulla nostra persona, ma sui poveri figli che si trovano sotto il dominio nazista; ci sono giunte vivissime raccomandazioni, per diversi tramiti, perché la Santa Sede non assumesse un atteggiamento drastico.(4 ).

Dopo molte lacrime e molte preghiere, ho giudicato che una mia protesta, non solo non avrebbe giovato a nessuno, ma avrebbe suscitato le ire più feroci contro gli ebrei... Forse la mia protesta solenne avrebbe procurato a me una lode nel mondo civile, ma avrebbe procurato ai poveri ebrei una persecuzione anche più implacabile di quella che soffrono"

Questa era la convinzione di Pio XII. E che fosse molto fondata, lo conferma quello che successe alla Chiesa d'Olanda. Domenica 26 luglio 1942 fu letta in tutte le chiese cattoliche una lettera di protesta contro le deportazioni di intere famiglie ebree (più di 10.000 persone).

E quale fu il risultato? Non solo la deportazione degli ebrei di sangue e di religione venne accelerata, ma, come ritorsione diretta contro i Vescovi, autori della protesta, furono deportati innanzi tutto gli ebrei battezzati (tra questi, Edith Stein e sua sorella Rosa), che da questo momento sarebbero stati considerati "i nostri peggiori nemici".

Quando Pio XII fu avvertito di questa tragedia, si recò in cucina e personalmente bruciò due grandi fogli scritti molto fitti, dicendo: "E’ la mia protesta contro la spaventosa persecuzione antiebraica. Stasera sarebbe dovuto comparire sull'Osservatore Romano. Ma se la lettera dei Vescovi olandesi è costata l'uccisione di quarantamila vite umane, la mia protesta ne costerebbe forse duecentomila. Perciò è meglio non parlare in forma ufficiale e agire in silenzio, come ho fatto finora, per tutto ciò che è umanamente possibile per questa gente" ( 5).

Conclusione1. Regno-documenti, 1 aprile 1998, pp. 201.204. La Nota è a p. 204.
2.
Dall’articolo del gesuita Gumpel, apparso sul settimanale cattolico inglese The Tablet del 13 febbraio 1999.
3.
Queste citazioni in corsivo sono prese da alcuni testi autobiografici scritti nei primi mesi del 1945, durante l’ospitalità alla Gregoriana. Furono pubblicati come Appendice al volume Christus, Ed.Ave, Roma 1945.
4.
G.Angelozzi Gariboldi, Pio XII, Hitler e Mussolini. Il Vaticano fra le dittature, Mursia, Milano 1988, p.152. La citazione è presa dall'interessante volume di G.Centore, Il canto di Gabila - Lettura poetica dell'Ebraismo, Napoli, Ed.Scientifiche Italiane 1994, p. 28.
5. Cf. Avvenire, 7 ottobre 1998. Le parole riportate tra virgolette riferiscono la testimonianza di Sr.Pascalina Lenhert, molto nota per essere stata per anni al servizio di Pio XII.

La Chiesa ufficiale, che pure ha molto riflettuto sulle colpe e sulle responsabilità dei cristiani a riguardo delle persecuzioni naziste, non ritiene di dover chiedere scusa per il silenzio di Pio XII. Lo ha detto il Nunzio Apostolico in Israele, in una dichiarazione alla televisione di Stato. Quel silenzio era necessario (Avvenire, 27 febbraio 2000).

Questo però non significa che, sul piano storico-scientifico, sia detta l'ultima parola su Pio XII. Così il Cardinale Cassidy, che presiede la Commissione per i rapporti con l'ebraismo, in una conferenza stampa a Londra, qualche settimana dall'uscita del documento sulla Shoah (Avvenire, 14 maggio 1998).

da: http://www.gesuiti.it/

 

 

 

 

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zolli

 Pensieri di

S. Giuseppe Moscati

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http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"La vita è un attimo; onori, trionfi, ricchezza e scienza cadono, innanzi alla realizzazione del grido della Genesi, del grido scagliato da Dio contro l'uomo colpevole: tu morrai!
Ma la vita non finisce con la morte, continua in un mondo migliore. A tutti è stato promesso, dopo la redenzione del mondo, il giorno che ci ricongiungerà ai nostri cari estinti, e che ci riporterà al supremo Amore!"

[Da una lettera all'Avv.Mariconda, che aveva perduto la sorella. 27 febbraio 1919]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Ma la vita fu definita un lampo nell'eterno. E la nostra umanità, per merito del dolore di cui è pervasa, e di cui si saziò Colui che vestì la nostra carne, trascende dalla materia, e ci porta ad aspirare una felicità oltre il mondo.
Beati quelli che seguono questa tendenza della coscienza, e guardano all'al di là dove saranno ricongiunti gli affetti terreni che sembrano precocemente infranti".

[Da una lettera alla Sig.na Carlotta Petravella, che aveva perduto la madre. 20 gennaio 1920]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Che cosa possono fare gli uomini? Che cosa possono opporre alle leggi eterne della vita? Ecco la necessità del rifugio in Dio.
Ma tuttavia noi medici dobbiamo cercare di alleviare la sofferenza".

[Da una lettera al Dott.Roberto Silvestro, che aveva uno zio affetto da cancro-cirrosi al fegato. 17 settembre 1920]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Ricordatevi che, seguendo la medicina, vi siete assunto la responsabilità di una sublime missione. Perseverate, con Dio nel cuore, con gli insegnamenti di vostro padre e di vostra mamma sempre nella memoria, con amore e pietà per i derelitti, con fede e con entusiasmo, sordo alle lodi e alle critiche, tetragono all'invidia, disposto solo al bene."
[Da una lettera al Dott.Giuseppe Biondi, 4 settembre 1921]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Quali che siano gli eventi, ricordatevi di due cose: Dio non abbandona nessuno. Quanto più vi sentite solo, trascurato, vilipeso, incompreso, e quanto più vi sentirete presso a soccombere sotto il peso di una grave ingiustizia, avrete la sensazione di un'infinita forza arcana, che vi sorregge, che vi rende capaci di propositi buoni e virili, della cui possanza vi meraviglierete, quando tornerete sereno. E questa forza è Dio!"
[Da una lettera al Dott.Cosimo Zacchino. 6 ottobre 1921]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Gli ammalati sono le figure di Gesù Cristo. Molti sciagurati, delinquenti, bestemmiatori, vengono a capitare in ospedale per disposizione della misericordia di Dio, che li vuole salvi!
Negli ospedali la missione delle suore, dei medici, degli infermieri, è di collaborare a questa infinita misericordia, aiutando, perdonando, sacrificandosi.
Coltivando nel cuore rancori, si finisce per trascurare questa missione, affidata dalla Provvidenza a coloro che assistono gli infermi; si trascurano pure gli infermi.
Ogni tanto però il Signore dà un segno della sua presenza e consapevolezza. All'improvviso muore un ammalato, che non si è saputo attrarre e circondare di cure affettuose! Speriamo che il Signore gli sia vicino, nel momento estremo!"

[Foglietto scritto da Moscati, datato 17 gennaio 1922, e trovato in un libro dopo la sua morte.]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Sebbene lontano, non lascerete di coltivare e rivedere ogni giorno le vostre conoscenze. Il progresso sta in una continua critica di quanto apprendemmo. Una sola scienza è incrollabile e incrollata, quella rivelata da Dio, la scienza dell'al di là!
In tutte le vostre opere, mirate al Cielo, e all'eternità della vita e dell'anima, e vi orienterete allora molto diversamente da come vi suggerirebbero pure considerazioni umane, e la vostra attività sarà ispirata al bene".

[Da una lettera al Dott.Consoli, allievo di Moscati, che doveva lasciare Napoli. 22 luglio 1922]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Mio Gesù amore! Il vostro amore mi rende sublime; il vostro amore mi santifica, mi volge non verso una sola creatura, ma a tutte le creature, all'infinita bellezza di tutti gli esseri, creati a vostra immagine e somiglianza!"
[Preghiera scritta da Moscati, datata 5 giugno 1922, ritrovata dalla sorella Nina.]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo, in alcuni periodi; e solo pochissimi uomini son passati alla storia per la scienza; ma tutti potranno rimanere imperituri, simbolo dell'eternità della vita, in cui la morte non è che una tappa, una metamorfosi per un più alto ascenso, se si dedicheranno al bene.
Io ho sempre vivo nel cuore il rammarico di sapervi lontano; e solo mi conforta che abbiate conservato in voi qualche cosa di me; non perché valga nulla, ma per quel contenuto spirituale, che mi sforzai di trattenere e diffondere intorno: compito sublime, ma tanto irragiungibile con le mie povere forze."

[Da una lettera al Dott.Antonio Guerricchio, 22 luglio 1922]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Ama la verità; mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi. E se la verità ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo. E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio."
[Biglietto scritto da Giuseppe Moscati il 17 ottobre 1922]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Ricordatevi che vivere è missione, è dovere, è dolore! Ognuno di noi deve avere il suo posto di combattimento... [...]
Ricordatevi che non solo del corpo vi dovete occupare, ma delle anime gementi, che ricorrono a voi. Quanti dolori voi lenirete più facilmente con il consiglio, e scendendo allo spirito, anziché con le fredde prescrizioni da inviare al farmacista! Siate in gaudio, perché molta sarà la vostra mercede; ma dovrete dare esempio a chi vi circonda della vostra elevazione a Dio".

[Da una lettera al Dott.Cosimo Zacchino. Ascensione 1923]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gifNon c'è che una gloria, una speranza, una grandezza: quella che Dio promette ai suoi servi fedeli.
Vi prego di ricordarvi dei giorni vostri d'infanzia, e dei sentimenti che vi tramandarono i vostri cari, la vostra mamma; tornate all'osservanza e vi giuro che, oltre il vostro spirito, ne sarà nutrita la vostra carne: guarirete con l'anima e con il corpo, perché avrete preso la prima medicina, l'infinito Amore".

[Da una lettera a un suo paziente, il Sig.Tufarelli di Norcara, in Calabria. 23 Giugno 1923.]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Ho creduto che tutti i giovani meritevoli, avviatisi tra le speranze, i sacrifici, le ansie delle loro famiglie, alla via della medicina nobilissima, avessero diritto a perfezionarsi, leggendo in un libro che non fu stampato in caratteri neri su bianco, ma che ha per copertura i letti ospedalieri e le sale di laboratorio, e per contenuto la dolorante carne degli uomini e il materiale scientifico, libro che deve essere letto con infinito amore e grande sacrificio per il prossimo.
Ho pensato che fosse debito di coscienza istruire i giovani, aborrendo dall'andazzo di tenere misterioso gelosamente il frutto della propria esperienza, ma rivelarlo a loro..."

[Da una lettera al Prof.Francesco Pentimalli. 11 settembre 1923]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Il medico si trova poi in una posizione di privilegio, perché si trova tanto spesso a cospetto di anime che, malgrado i loro passati errori, stanno lì lì per capitolare e far ritorno ai principii ereditati dagli avi, stanno lì ansiose di trovare un conforto, assillate dal dolore. Beato quel medico che sa comprendere il mistero di questi cuori e infiammarli di nuovo.
Ma è indubitato che la vera perfezione non può trovarsi se non estraneandosi dalle cose del mondo, servendo Iddio con un continuo amore, e servendo le anime dei propri fratelli con la preghiera, con l'esempio, per un grande scopo, per l'unico scopo che è la loro salvezza".

[Da una lettera al Dott.Antonio Nastri, di Amalfi (Salerno), 8 marzo 1925.]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Ahimè la nostra scienza, se fosse tutta fredda e destinata solo a mantenere i minuti piaceri del corpo, a che cosa servirebbe? Sarebbe un'ancella del materialismo e dell'egoismo!
E perciò per metterla al riparo di simile accusa, noi medici, in momenti supremi, [...]ricordiamoci di avere di fronte a noi, oltre che un corpo, un'anima, creatura di Dio. [...]
Vi garantisco che attraverso i miei diuturni studi compiuti, e le conoscenze dei vari popoli d'Europa e dei loro costumi, ho radicato sempre più la credenza dell'al di là; l'ingegno umano così possente, capace di manifestazioni di bellezza e di verità e di bene, non può essere che divino, e l'anima e il pensiero umano a Dio devono ritornare".

[Da una lettera al Dott.Giuseppe Borgia, dopo aver visitato e confermato una diagnosi letale di un amico di quest'ultimo. Ottobre 1925.]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Tutti i giovani dovrebbero comprendere che nella pratica della continenza è il modo migliore per tenersi lontani dalla massima malattia trasmissibile... Mantenendo il loro spirito e il loro cuore lontano dalla turpitudine, in un esercizio di rinuncia e di sacrificio, dovrebbero giurare di concedere la loro maturità e sanità sessuale solamente all'essere unicamente amato."
[Dalla prefazione di Giuseppe Moscati a un libro di Giuseppe De Giovanni s.j. e del Prof.Mario Mazzeo dal titolo: L'Eugenica. 1925]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Ho qui sul mio tavolino, tra i primi fiori di primavera, il ritratto di vostra figlia, e mi soffermo, mentre vi scrivo, a meditare sulla caducità delle umane cose! Bellezza, ogni incanto della vita passa... Resta solo eterno l’amore, causa di ogni opera buona, che sopravvive a noi, che è speranza e religione, perché l’amore è Dio.
Anche l’amore terreno Satana cercò d’inquinare, ma Dio lo purificò attraverso la morte. Grandiosa morte che non è fine, ma è principio del sublime e del divino, al cui cospetto questi fiori e la bellezza son nulla!
Il vostro angelo, rapito nei suoi verdi anni, come la sua diletta amica, ritrovata negli ultimi giorni, la beata Teresa, assiste voi e la mamma sua dal cielo..."

[Da una lettera al Notaio De Magistris, a cui era morta la giovane figlia. 7 marzo 1924. * Giuseppe Moscati era molto devoto della allora Beata Teresa del Bambino Gesù (S.Teresa di Lisieux). Ne parla in alcune lettere e ne aveva nella sua stanza un'immagine. Si può leggere su questo l'articolo di Giuseppe Samà s.j.: S.Teresa di Lisieux e S.Giuseppe Moscati, due grandi santi del nostro tempo.]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Voglio ancora una volta animare la vostra speranza, trasformarla in sicurezza, guarirete! Iddio poi vi domanderà conto della vita che vi donerà.
E quando, da qui a mille anni, comparirete alla sua presenza, voi dovete poter rispondere: 'Signore, ho compiuto bene la giornata! Ho operato per la maggiore tua gloria!'. Dunque, guarirete; ma pazienza, ci vuole tempo.
Non dimenticate di alimentare l'anima col ricevere nostro Signore nella S.Comunione, così come alimentate - ed è vostro imprescindibile dovere - il corpo."

[Da una lettera al Dott.Francesco Pansini, ammalato, che era stato visitato da Moscati. 30 Gennaio 1926.]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Stasera abbiamo letto la vostra tesi. E' stato un successo enorme... Tutti della commissione non hanno potuto che applaudire...
Vedrete che chi non abbandona Dio, avrà sempre una guida nella vita, sicura e dritta. Non prevarranno deviazioni, passioni, a smuovere colui che del lavoro e della scienza - di cui l'initium est timor Domini - ha fatto il suo ideale."

[Da una lettera al Dott.Francesco Pansini. 10 marzo 1926]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Dalla mia infanzia mi sono inteso trasportato verso la terra ove la Regina del Rosario ha attratto tanti cuori e operato tanti prodigi. E voglia ella, Madre benigna, proteggere il mio spirito e il mio cuore in mezzo ai mille pericoli in cui navigo, in questo orribile mondo!
Sempre che posso, faccio una scappata a Pompei - cosa ormai moltissime volte proibitami dalla assillante mia professione. Ma sempre che col treno passo fuggendo in vista del santuario, per recarmi lontano, in consulti, cosa questa frequentissima, il mio sguardo e il mio cuore è lì, ove tra gli alberi si intravede il campanile in costruzione, ai piedi del ciborio su cui s'innalza l'immagine della Vergine!"

[Da una lettera a Bartolo Longo - da poco proclamato Beato - fondatore del Santuario della Vergine del Rosario di Pompei. A Longo - del quale era anche medico curante - Moscati era legato da grande amicizia. 20 Luglio 1926.] http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif
"Che la materia sia animata da moltissime e profonde energie che la evolvono nelle sue attività e nella progressiva complessità delle sue forme, nulla si oppone ad accogliere, ma occorre altrettanto ritenere che questo principio di spiritualità... quest'ordine meraviglioso, che si organizza nella materia fino a raggiungere le alte vette della sua organizzazione più elaborata, non sia altro che l'attestazione che un Deus absconditus regola con suprema intelligenza questo superbo edificio su cui si eleva la vita, la quale si svolge a causa di leggi sancite dall'Alta Sapienza che tutto muove; tanto più meravigliose quanto esse governano non solo i colossali cosmi, ma la delicatissima trama del più microscopico elemento."
[Pensiero di Moscati riferito dal Prof.Pietro Castellino dopo la morte del Santo.]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Oh se i giovani, nella loro esuberanza, sapessero che le illusioni d'amore, per lo più frutto di una viva esaltazione dei sensi, sono passeggere!
E se un Angelo avvertisse loro, che giurano così facilmente eterna fedeltà a illegittimi affetti, nel delirio di cui sono presi, che tutto quello che è impuro amore deve morire, perché è un male, soffrirebbero meno e sarebbero più buoni. Ce ne accorgiamo in età più inoltrata, quando ci avviciniamo per le umane vicende, per caso, al fuoco che ci aveva infiammati e non ci riscalda più".

[Da una nota personale di Moscati, non datata]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Il bisogno di eternare nel marmo e nel bronzo le grandi figure scomparse, e celebrarne l'opera, sta a dimostrare che il pensiero e lo spirito umano sono eterni.
Sotto ogni croce e ogni stele di questo cimitero, ove pare che non rinserrino che mucchi di ossa informi e di polveri, c'è il ricordo di un cuore che visse d'infinito amore e soffrì un immenso dolore; c'è la sede d'uno spirito che non può essere estinto."

[Parole di Moscati per la dedicazione di un busto a Giovanni Paladino, nel cimitero di Poggioreale.]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Amiamo il Signore senza misura, vale a dire senza misura nel dolore e senza misura nell'amore... Riponiamo tutto il nostro affetto, non solo nelle cose che Dio vuole, ma nella volontà dello stesso Dio che le determina."
[Dalla deposizione della Sig.na Emma Picchillo]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"E' vero, è vero che il giogo del Signore è leggero e soave. Quando si ama il Signore non si sentono più pene e se ve ne sono diventano dolci. Arrivando ad amare fortemente il Signore, si desiderano e si amano i patimenti".
[Dalla deposizione della Sig.na Emma Picchillo, che precisò come Moscati le avesse detto queste parole a Pompei, dopo aver sentito un canto che aveva per titolo: "Il giogo del Signore è leggero e soave".]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Esercitiamoci quotidianamente nella carità. Dio è carità: chi sta nella carità sta in Dio e Dio sta in lui. Non dimentichiamo di fare ogni giorno, anzi ogni momento offerta delle nostre azioni a Dio, compiendo tutto per suo amore."
[Dalla deposizione della Sig.na Emma Picchillo]

http://www.gesuiti.it/moscati/gif/grenbull.gif"Il dolore va trattato non come un guizzo o una contrazione muscolare, ma come il grido di un'anima, a cui un altro fratello, il medico, accorre con l'ardenza dell'amore, la carità".
[Frammento trovato da P.Alfredo Marranzini s.j. tra le carte di Moscati.]

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san g moscati

venerdì, 27 febbraio 2009

L’Oscar Wilde nascosto da Benigni

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Pigi Colognesi

venerdì 27 febbraio 2009

Oscar Wilde, citato in modo parziale e strumentale da Roberto Benigni durante la serata inaugurale del Festival di Sanremo, ha scritto in carcere un’opera straordinaria: De profundis. Si tratta della lunga lettera che il romanziere e commediografo di successo – almeno fino al processo del 1895 e la successiva prigionia, che hanno stroncato la sua carriera e la sua stessa vita – ha indirizzato ad Alfred Douglas, la causa di tutte le sue disgrazie. Disgrazie fatali. Il capo dei carcerieri aveva previsto: «Morirà entro due anni». Wilde completò il periodo di detenzione il 19 maggio 1897 e morì, quarantaseienne, poco più di tre anni dopo, il 30 novembre 1900.

La lunga lettera – Wilde voleva intitolarla Epistola: In Carcere et Vinculis; il titolo attuale gli è stato dato da Robert Ross, che l’ha parzialmente pubblicata nel 1905 – non può certo essere ridotta a qualche battuta smagliante, del tipo di quelle per cui Wilde era celebre, sull’omosessualità.

Essa è anzitutto e soprattutto una riflessione sulla sofferenza. Dice Wilde di sé: «Gli dèi m’avevano concesso quasi tutto. Possedevo la genialità, un nome illustre, un’alta posizione sociale, una mente brillante e ardimentosa. Qualsiasi cosa toccassi la rendevo bella d’un nuovo genere di bellezza». E adesso? « Le cose esteriori dell’esistenza non possiedono per me alcuna importanza, ora».

Cos’era successo? Wilde aveva colto, in carcere, il significato del patire: «La sofferenza, per quanto ti possa apparire strano, è il nostro modo d’esistere, poiché è l’unico modo a nostra disposizione per diventare consapevoli della vita. Là dove cresce il Dolore è terra benedetta. Gli ecclesiastici e tutti quelli che discorrono a vanvera parlano a volte della sofferenza come d’un mistero. In realtà è una rivelazione».

Come è stato possibile? Attraverso l’immedesimazione con le sofferenze di Cristo. Egli, scrive Wilde, «con una prodigiosa larghezza d’immaginazione che ci riempie quasi di religioso timore, si scelse per regno tutto il mondo dell’inespresso, il mondo senza voce del dolore, e gli prestò in eterno la propria voce». Cristo, «come tutte le nature poetiche amava gli ignoranti. Sapeva che nell’anima d’un ignorante una grande idea trova sempre il suo posto. Ma non poteva sopportare gli sciocchi, specialmente quelli che son resi tali dall’istruzione». Amava, Cristo, anche i peccatori: «Trasformare un ladro interessante in un noioso onest’uomo non era la sua più alta aspirazione. La conversione di un pubblicano in un fariseo non gli sarebbe parsa un gran risultato». Egli «non insegna nulla ad alcuno, ma chi venga semplicemente condotto al suo cospetto, diventa qualcosa».

Cristo, dunque, è stato il vero artista, ciò che Wilde aveva cercato di essere nel successo e stava scoprendo nel carcere: «Il proponimento d’essere più buoni è un bell’esempio d’ipocrita retorica, esser diventati più profondi è il privilegio di quanti hanno sofferto».

Partendo da questa esperienza di dolore redento, Wilde è in grado di giudicare il mondo che lo circonda. La sua ipocrisia: «Una faccia di bronzo è la cosa più importante da ostentare davanti al mondo ma, se di quando in quando ti capita di restare solo, dovrai bene toglierti la maschera, suppongo, se non altro per respirare. Altrimenti, infatti, finiresti per soffocare». Il suo sentimentalismo: «Un sentimentale è semplicemente uno che vuol godere il lusso di un’emozione senza pagare. Il sentimentalismo è la festa legale del cinismo». La sua menzogna: «La verità è una cosa penosissima a dire. Ma esser costretti a mentire è molto peggio».

La lettera si conclude sullo stesso accento da cui era partita: con una richiesta di perdono. Il suo ultimo insegnamento suona infatti così: «Il momento supremo per un uomo è quello in cui s’inginocchia nella polvere, e si batte il petto, e confessa tutti i peccati della sua esistenza». Perciò, Wilde consiglia a lord Douglas e a ciascuno di noi: «Non aver paura del passato. Se la gente ti dice che è irrevocabile, non crederci. Il passato, il presente e il futuro son solo un momento agli occhi di Dio, alla vista del quale dovremo cercare di vivere sempre».

 da: www.ilsussidiario.net/

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wilde

giovedì, 26 febbraio 2009

SENTINELLA DELLA FEDE

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CHIESA
MONSIGNOR MASSIMO CAMISASCA RICORDA "DON GIUS"


 

Nel quarto anniversario della morte di don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e liberazione, la biografia scritta da chi l'ha avuto professore e gli è stato amico per 45 anni.

È più che mai vivo nel ricordo di monsignor Massimo Camisasca – autore del libro Don Giussani. La sua esperienza dell'uomo e di Dio (San Paolo, 14 euro) – il ricordo del fondatore di Comunione e liberazione, l’amico carissimo venuto a mancare il 22 febbraio 2005. Così come riecheggiano ancora oggi con particolare vibrazione le parole pronunciate dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, durante l’omelia funebre nel duomo di Milano.

  • Monsignor Camisasca, cosa ha significato per lei scrivere questo libro?

«Il libro nasce dalla necessità di rispondere alle domande che sento dentro. Chi è stato per me don Giussani? Che cosa ho ricevuto da lui? E nasce anche dal desiderio di fare incontrare don Luigi Giussani a chi non lo conosce».

  • Ci spieghi il senso del sottotitolo: "l’esperienza dell’uomo e di Dio".

«L’uomo e Dio sono stati i due fuochi dell’esperienza di don Giussani, prima ancora che della sua riflessione. Da una parte l’infinito, il mistero e, infine, il Verbo che si è fatto carne; dall’altra l’uomo, quasi un nulla, ma nello stesso tempo "superiore agli angeli", abitato dall’infinito. Tutto il pensiero e tutta l’esperienza di don Giussani sono interamente segnati dalla realtà dell’Incarnazione».

  • Come ha incontrato "don Gius" e cos’è stata la vostra lunga amicizia durata ben quarantacinque anni?

«Ho incontrato don Luigi Giussani nella mia adolescenza, a Milano, tra i banchi del liceo Berchet. Posso dire con assoluta certezza che è stato il maestro della mia vita, colui che mi ha insegnato a vivere ogni istante come incontro e come conoscenza sempre nuova».

  • Come viveva la sua giornata don Luigi Giussani che, come ha detto il cardinale Ratzinger nell’omelia funebre, «voleva non avere per sé la vita, ma ha dato la vita e proprio così ha trovato la vita non solo per sé, ma per tanti altri»?

«Le parole del cardinale Ratzinger descrivono bene la vita di don Giussani: egli, attraverso il dono della sua parola, si è speso interamente in centinaia di incontri, nell’educazione di migliaia e migliaia di persone. Giussani era segnato ogni giorno dal desiderio di correre, di parlare, vedere, comunicare. Un fuoco lo animava, quel fuoco che si era acceso in lui molto presto, quando aveva sperimentato che ciò che l’uomo attende è una presenza ragionevole e amante».

  • «Ferito dal desiderio della bellezza», ha detto di lui il cardinal Ratzinger. Perché questa insistenza, che rapporto c’é tra cristianesimo e bellezza, cosa aveva scoperto don Giussani nella letteratura, nella musica, nella poesia?

«Don Giussani ha lottato per fare uscire il cristianesimo dal moralismo e dall’intellettualismo: facendoci incontrare la musica, l’arte, la letteratura ci ha mostrato che tutto è voce di Cristo, tutto parte da lui e porta a lui. Ha dato all’avventura della nostra esistenza un colore affascinante, fatto di continue scoperte e di una pienezza affettiva».

  • Don Giussani non è stato capito subito dall’ambiente ecclesiastico. Come ha vissuto gli anni difficili del rifiuto, quando nel 1965 dovette per alcuni mesi trasferirsi in America?

«Penso sia stata una delle esperienze più dure e drammatiche della sua lunga esistenza. Non ne parlava mai: questo mi ha rivelato quanto per lui fosse doloroso non essere stato capito proprio da coloro che riteneva i suoi padri. Certamente il riconoscimento di Giovanni Paolo II ha manifestato l’accoglienza della Chiesa nei confronti della sua opera e il riconoscimento della sua profonda dedizione».

  • In che senso, come lei ha scritto, don Luigi Giussani è stato un precursore del concilio Vaticano II?

«Perché, già dagli anni Cinquanta, aveva colto la sclerotizzazione di tanti ambienti cattolici, la loro difficoltà di parlare all’uomo moderno e, in positivo, la necessità di rimettersi in ascolto dei giovani, riproponendo loro la fede di sempre con un accento nuovo, più attento alle loro esigenze e alle loro attese. Ma soprattutto perché nutriva una grande fiducia nel fatto che, seguendo Cristo, si incontra veramente la strada per rivelare l’uomo a sé stesso».

  • Secondo lei, il carisma di don Luigi Giussani ha trovato piena accoglienza nella Chiesa, anche attraverso il suo successore, don Julián Carrón?

«Da un lato, la recente udienza del Santo Padre concessa a don Julián Carrón, la sua presenza agli ultimi due Sinodi dei vescovi come Padre sinodale, il grande incontro del Movimento da lui guidato con il Santo Padre, il 23 marzo 2007; dall’altro, la presenza di migliaia di ciellini nei consigli pastorali, nelle opere caritative, catechetiche e liturgiche delle parrocchie italiane e degli altri Paesi in cui Cl è presente. Questi due elementi stanno a dimostrare una collaborazione ecclesiale, che spero possa diventare sempre più feconda».

  • L’emergenza educativa è sempre stata al primo posto nelle preoccupazioni di don Luigi Giussani. Ci spieghi il suo metodo educativo.

«Ho dedicato molto spazio nel libro a questo tema. Il carisma educativo è stato certamente un punto di vista riassuntivo della vita di don Giussani, che ha definito l’educazione, riprendendo una formula del grande liturgista austriaco Josef Andreas Jungmann, "introduzione alla realtà totale". Oggi, c’è bisogno più che mai di "introdurre" le nuove generazioni alla realtà. Abituati spesso a un rapporto virtuale con le cose, essi hanno bisogno di qualcuno che li educhi a vedere, a toccare, a gustare ciò che è reale e vivo, a incontrare sé stessi, aprendosi così, nell’incontro con i fatti, a quella voce che risuona in ciascuno di loro, a quella presenza che li ha originati e li guida. L’incontro con Dio è una grazia. L’incontro con le cose e gli avvenimenti della vita sono il primo manifestarsi di questa grazia».

  • Da dove nasceva quell’instancabile energia creativa che spingeva don Giussani a tanti incontri e a tanti viaggi, promuovendo tante iniziative?

«C’è sempre stato in lui un fuoco, si vedeva nei suoi occhi, nelle sue mani, ma soprattutto nelle sue parole, nel tono della sua voce. Da quando aveva scoperto e accolto nella sua vita Gesù Cristo, per lui nulla fu più banale. Questa è la cosa che più mi ha impressionato in don Giussani: egli non viveva mai un istante senza dargli peso. Anche la continua ricerca di una creatività nel linguaggio esprimeva questa personale tensione a vivere il peso reale delle cose e delle ore della vita».

  • Che dire, poi, del senso ecumenico che lo spingeva a incontri con cristiani protestanti e ortodossi, con ebrei, e persino con i monaci buddhisti del monte Koya, in Giappone?

«Don Giussani ha sentito sempre il cattolicesimo come un evento ecumenico. Cattolico, infatti, è una parola che in greco vuol dire "secondo la totalità". Non solo nel senso inclusivo, dentro la Chiesa, ma proprio anche come spinta a incontrare tutto e a trattenere il valore secondo le parole di san Paolo: "vagliate ogni cosa e trattenete ciò che vale"».

  • Come sono stati gli ultimi anni della vita di don Giussani?

«Sono anni segnati dalla malattia. Ma non l’ho mai sentito lamentarsi. Certamente si sarà chiesto: "perché, Signore, mi mandi questa prova?". E sono altrettanto certo che egli abbia accettato tutto considerandolo come parte privilegiata della sua missione».

  • Sulla sua tomba, al cimitero monumentale di Milano, mèta di continui pellegrinaggi, c’è una semplice scritta: "Oh Madonna, tu sei la sicurezza della nostra speranza". Chi era Maria per don Luigi Giussani?

«Giussani ci ha educati per tutta la vita a guardare a Cristo attraverso lo sguardo di Maria, soprattutto nei giorni della Settimana santa. Penso alle sue parole di introduzione all’Angelus in centinaia di incontri, all’ascolto dello Stabat Mater di Pergolesi, a certi brani di Charles Peguy e, più in generale, allo sguardo meditativo di Giussani, che seguiva quello della Madonna. Negli ultimi anni la figura di Maria è diventata per lui un tema che tornava continuamente. Lo era nelle sue parole e, prima ancora, nella sua meditazione. Soprattutto il canto XXXIII del Paradiso di Dante, con l’Inno alla Vergine di san Bernardo. In Maria, Giussani ha visto la profezia della grandezza possibile a ogni uomo e donna, nel suo "sì", la strada per la fecondità di ogni nostra obbedienza».

Alfredo Tradigo
    
   

LE TAPPE DI UN CAMMINO

1922, nasce a Desio (Milano).
1945, viene ordinato sacerdote.
1954-1964, insegna religione al liceo classico Berchet di Milano e fonda Gioventù studentesca (Gs).
1969-1970, Gioventù studentesca diventa Comunione e liberazione.
1982, riconoscimento pontificio di Comunione e liberazione.
2005 muore a Milano.



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giussani

LA VOGLIA DI VIVERE CHE VINCE LA MORTE

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Jade GoodyLe avevano detto: “Un’iniezione e sarà tutto finito; il tuo cancro è incurabile, hai solo poche settimane di vita: perché passarle soffrendo sempre di più? L’unica persona che potrebbe aiutarti, il tuo compagno, è anche in carcere e non può fare nulla per te. Nessuno potrebbe biasimarti se chiederai di porre fine alla tua sofferenza”. Ma Jade Goody ha detto no. Anzi, ha detto sì alla vita. E invece dell’eutanasia, ha scelto esattamente l’opposto, ha fatto quanto era più impensabile fare per una donna nelle sue condizioni: ha organizzato le nozze con l’uomo che amava, Jack Tweed, 21 anni, chiuso in una cella, le cui porte si sono però aperte per un giorno, grazie a un permesso speciale concesso dal Ministero della Giustizia inglese.

Jade ha messo in piedi uno splendido matrimonio, la cerimonia nuziale di cui i mass media hanno più parlato in questi ultimi tempi. C’era anche la TV, ed è cominciata la gara per i diritti sulle immagini. Questo ha fatto piovere su Jade molte critiche, ma lei era già da anni un personaggio televisivo, ed ha voluto concludere la sua vita così come l’aveva condotta. Ha detto: “Ho vissuto davanti alle telecamere, e forse ora davanti alle telecamere morirò. Ho pensato che se guadagnerò qualcosa con i diritti, potrò mettere da parte abbastanza per far continuare ai miei figli la scuola”. Jade ha infatti un bimbo di 4 anni ed uno di 5, Bobby e Freddie.

Jade Goody and JackIl cancro le impediva di lavorare, e la carcerazione di Jack non permetteva certo il mantenimento dei bambini. Così Jade, che molto probabilmente avrebbe voluto trascorrere quell’unico giorno di “felicità” nell’intimità e nel nascondimento, è sfilata sotto i riflettori col suo abito bianco, taschino per gli antidolorifici incluso. I flash hanno ripreso il suo bacio con Jack, ma anche i momenti di inevitabili lacrime. “E’ stata una cerimonia di lacrime e risate” ha detto uno degli organizzatori “e Jade l’ha vissuta tutta restando in piedi fino agli ultimi 5 minuti, quando, stanca, si è dovuta sedere”. E’ stato in quel momento che ad alzarsi in piedi sono stati i 200 invitati, battendole le mani in una standing ovation che non finiva più.

Forse non era il matrimonio che sognava da bambina, ma certamente è stata, per tutto il mondo, una lezione di vita. Ora farò battezzare i miei figli” ha annunciato Jade “così potranno comunicare con me tramite Gesù”. Ancora poche settimane di vita, e la luce dei riflettori si spegnerà... per lasciar posto ad una luce più potente: quella della stella di Jade in cielo.

Scritto da: Wallace73

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eutanasia

TESTAMENTO BIOLOGICO

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CL: sul “fine vita” siamo col cardinale Bagnasco

Redazione giovedì 26 febbraio 2009

In relazione al dibattito intorno a una legge sul fine vita, Comunione e Liberazione condivide le ragioni più volte espresse dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, e rese ancora più attuali dopo la morte di Eluana Englaro: «Il vero diritto di ogni persona umana, che è necessario riaffermare e garantire, è il diritto alla vita che infatti è indisponibile. Quando la Chiesa segnala che ogni essere umano ha un valore in se stesso, anche se appare fragile agli occhi dell’altro, o che sono sempre sbagliate le decisioni contro la vita, comunque questa si presenti, vengono in realtà enunciati principi che sono di massima garanzia per qualunque individuo» (Prolusione al Consiglio permanente della Cei, 26 gennaio 2009).

Lo stesso Benedetto XVI, nell’Angelus del 1° febbraio 2009, ha ricordato che «la vera risposta non può essere dare la morte, per quanto “dolce”, ma testimoniare l’amore che aiuta ad affrontare il dolore e l’agonia in modo umano».

Per questo, di fronte alle polemiche suscitate da ambienti laici e anche da cattolici, restano per noi valide le preoccupazioni del cardinale Bagnasco e della Cei sulla necessità di «una legge sul fine vita, resasi necessaria a seguito di alcune decisioni della giurisprudenza. Con questa tecnica si sta cercando di far passare nella mentalità comune una pretesa nuova necessità, il diritto di morire, e si vorrebbe dare ad esso addirittura la copertura dell’art. 32 della Costituzione».

Chi si impegna in politica secondo ragione può trarre da queste preoccupazioni della Chiesa uno sguardo più vero alla vita degli uomini, nel difficile compito di servire il bene comune.

l’ufficio stampa di CL

Milano, 26 febbraio 2009.

Da: www.ilsussidiario.net/

 

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eutanasia

mercoledì, 25 febbraio 2009

Il caso Wajda.

 Il maestro censurato

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 Sono in molti ad avere interesse a che il mio film non sia proiettato, ad acquistarne i diritti per non farlo vedere». Le scomode verità del grande regista di “Katyn”

 di Roberto Persico e Annalia Guglielmi

Varsavia

È appena tornato da Berlino, dove il suo Tatarak ha vinto il premio speciale della giuria per un’opera che «apre all’arte cinematografica nuove prospettive». «Pensi – dice sorridendo all’inviato di Tempi nei suoi studi a Varsavia – che il riconoscimento lo hanno dato ex-aequo a me e a un regista argentino poco più che trentenne al suo primo film». Lui, Andrzej Wajda, di anni ne ha ottantatré, e di regie alle spalle ne conta oltre tre dozzine. Ma ha ancora l’entusiasmo di un giovanotto e il gusto di usare la macchina da presa per continuare a raccontare le gioie e i dolori della vita, oggi come trent’anni fa, quando opere come L’uomo di marmo, L’uomo di ferro e Danton filtravano attraverso la cappa di piombo del socialismo reale e facevano sentire anche in Occidente la voce di un uomo libero, che non ha mai rinunciato a guardare la realtà coi suoi occhi rifiutando le lenti deformanti dell’ideologia. L’arrivo nelle sale italiane, dopo lunghe peripezie, di Katyn, il film sull’eccidio degli ufficiali polacchi perpetrato dai sovietici durante la Seconda guerra mondiale e a lungo attribuito ai nazisti tedeschi, è l’occasione per incontrare Wajda e parlare con lui di cinema. E di molto altro.

Andrzej Wajda, cominciamo dalla pellicola che sta riproponendo il suo nome in Italia. Da dove nasce l’idea di fare un film sul massacro di Katyn?
Un film su Katyn fino al 1989 sarebbe stato impossibile, perché secondo la versione ufficiale imposta dai sovietici il massacro di ventiduemila ufficiali dell’esercito polacco compiuto nel 1940 nei boschi di Katyn era stato opera dei tedeschi. In realtà in Polonia tutti sapevano che i colpevoli erano i russi, e nessuno era disposto a fare un film intriso di menzogna; così Katyn nella nostra storia rimaneva una ferita aperta. Perché allora non lo abbiamo fatto subito dopo il 1989? Perché sulla vicenda c’era stato come un blocco: mentre tutti gli altri episodi drammatici della Seconda guerra mondiale avevano trovato qualcuno che ne facesse materia di qualche racconto, su Katyn non c’era nulla. Così, realizzare una sceneggiatura è stato un lavoro lungo e difficile. Io ho continuato a leggere tutta la documentazione disponibile, soprattuto i diari delle donne che, come mia madre, avevano perso il marito nella strage. Oggi tutto quel che si vede nel film è rigorosamente basato sui documenti che io ho letto nel corso di anni di ricerche.


Che cosa ha voluto dire allora per lei girare un film come questo?
Ho sempre avuto in mente che un film su Katyn avrei potuto e dovuto farlo io: farlo ha voluto dire saldare un debito con mio padre e mia madre, far conoscere a tutti l’eccidio compiuto sugli uomini e la menzogna perpetrata nei confronti delle loro donne.

Ci risulta, però, che l’opera abbia avuto qualche “problema di circolazione”. È vero?
Guardi, in Polonia ha avuto oltre tre milioni di spettatori, posso dire di essere soddisfatto. Del resto era un’opera che la gente aspettava da sessant’anni. Il problema è che i diritti per la distribuzione all’estero sono stati assegnati alla televisione di Stato polacca, che non ha fatto nulla perché il film avesse una circolazione dignitosa: lo ritengono un film scomodo e non hanno voluto spingerlo. Pensi che nel rapporto della Televisione Polacca sulla società New Media Di-stribution, l’azienda che deve distribuire il film contemporaneamente sia in Russia sia negli Stati Uniti, ho visto una nota a margine scritta a mano che informa che «l’iniziativa potrà fallire per ragioni politiche». Tanti infatti hanno interesse a che il film non venga proiettato, e in molti paesi ci sono distributori che lo hanno acquistato per non farlo vedere. Viene mostrato solo in circuiti ristretti, nei cinema d’essai o in rassegne per un pubblico selezionato. Così si fa in modo che non incida, che non abbia un vero rilievo nella mentalità comune. Il caso più clamoroso, comunque, è quello della Russia.

Per quali ragioni?
Perché in Russia, ancora oggi, Stalin è amato. Compare ancora in cima alle classifiche dei personaggi più popolari. Si sa che ha ucciso decine di milioni di persone, eppure molti russi ritengono ancora che lo abbia fatto per il bene del suo paese. Il massacro degli ufficiali polacchi a Katyn, invece, è un crimine senza giustificazioni, che ha infranto tutte le convenzioni di guerra, e quindi qualcuno non vuole che venga ricordato. Pensi che gli organizzatori della Settimana del cinema polacco, in Ucraina, a Kiev e Charków (mi stava a cuore soprattutto questa proiezione, perché proprio in quella città fu ucciso mio padre nella primavera del 1940 e là è sepolto), si sono visti recapitare una una lettera della Televisione Polacca di questo tenore: «Telewizja Polska – l’unico e solo titolare dei diritti di distribuzione del film – non è a conoscenza di NESSUNA proiezione di Katyn in programma per la Settimana del cinema polacco in Ucraina. Per favore, abbiate la cortesia di ritirare il titolo dalle vostre programmazioni, e di comunicarci nome e contatti della persona o dell’organizzazione che vi ha fornito i diritti per la proiezione». Un tono piuttosto minaccioso, non le pare?

Chi si oppone alla circolazione di Katyn? Gli stessi che hanno pilotato il processo che ha portato alla scandalosa assoluzione degli assassini di Anna Politkowskaya?
Non ho ancora fatto in tempo a valutare fino in fondo la notizia a cui ha accennato. Però certo mi fa impressione che in un paese che pretende di essere democratico ritornino gli assassinii politici, come ai tempi della dittatura. È un fatto che non può non preoccupare vivamente.

 



In Italia qualcuno dice che Katyn sarà un flop perché non interessa, è una storia datata. Perché riproporla adesso che il comunismo è finito da vent’anni?
In Polonia il perché è chiarissimo: perché non potranno esserci rapporti normali fra la Polonia e l’ex Unione Sovietica fino a che non sarà detta la verità su questo crimine. I tedeschi hanno compiuto crimini peggiori, ma i loro governanti lo hanno riconosciuto, e ora i nostri rapporti con la Germania non sono più avvelenati dal rancore. Non ci può essere amicizia fra due popoli se non si riconoscono i torti commessi.

Le sue opere sono state armi importanti per la lotta dei polacchi contro il regime. Come giudica il mondo che da quella lotta è nato, la Polonia e l’Europa di oggi?
Non solo i miei film, ma tutto il cinema polacco ha sempre fatto di tutto per costruire un ponte con l’Occidente. La Polonia è parte dell’Europa, i polacchi si sono sempre sentiti occidentali. Dov’è il confine dell’Europa occidentale? Io dico che l’Europa finisce là dove arrivano le chiese gotiche. Dove c’è una chiesa gotica vuol dire che è arrivata non solo la religione cattolica, ma la civiltà mediterranea. Noi polacchi, pur con tutti gli ostacoli, le difficoltà che abbiamo incontrato nella storia, apparteniamo pienamente a questa cultura, a questa civiltà.

Ma la Polonia di oggi è quella che immaginavate vent’anni fa?
Guardi, io non sono preoccupato perché la Polonia non ha sviluppato quella bella forma che noi speravamo. La democrazia è un sistema difficile, si assimila solo lentamente. La cosa davvero importante è che la società adesso può parlare di se stessa, che le persone possono mettere a tema quel che sta loro a cuore: è questo, in fondo, che ci interessava. La gente prima ha dato fiducia a Solidarnosc, poi ha ridato una possibilità alla sinistra, poi ha preso altre strade. L’importante è che le persone hanno cominciato a scegliere. Poi fa parte del gioco della democrazia che alcune scelte siano felici, altre meno. Personalmente, ho apprezzato molto le decisioni del primo governo, quello di Mazowiecki, la scelta di puntare subito su una forte integrazione con l’Europa: ha rivitalizzato la nostra economia, ci ha dato una moneta forte. L’integrazione con l’Europa ormai è un fatto irreversibile, i tentativi nazionalistici sono puramente folkloristici.

Ma in Europa ci si imbatte anche in una nuova ideologia, più sottile ma non meno penetrante, un’ideologia nichilista che afferma che nulla ha valore, una “dittatura del desiderio” secondo cui l’unico valore è soddisfare i desideri immediati di ciascuno. Cosa pensa a questo proposito?
Non ho paura di questo. In Polonia la situazione è diversa, la Chiesa ha ancora un ruolo importante. A me non spaventa che la gente, dopo quarant’anni in cui ogni iniziativa era inibita, riprenda a muoversi secondo i propri desideri, che cerchi la propria soddisfazione in tutti gli ambiti della vita. La gente ha ripreso in mano la responsabilità per il proprio destino: non mi sembra che sia nichilismo. L’importante è che la Chiesa continui a essere quella che è. La Chiesa nella storia polacca ha avuto un ruolo fondamentale. I preti erano contro il nazismo, i preti erano contro il comunismo, si sapeva bene la Chiesa da che parte stava. In Polonia oggi ci sono settori della Chiesa che si intromettono troppo nella politica spicciola, che pretendono di stabilire chi debba essere quello o quell’altro ministro (il riferimento è a un gruppo di sacerdoti che da qualche tempo svolge in Polonia una chiassosa campagna politica in chiave fortemente nazionalista, da cui peraltro i vescovi hanno nettamente preso le distanze, ndr). Non è il suo compito. Il compito della Chiesa è quello di sempre, difendere la persona dal potere dell’ideologia. Vorrei che non si scostasse da questo, che è il suo ministero di sempre.

Un compito che è ben rappresentato dall’opera di Giovanni Paolo II. Lei lo ha conosciuto bene. Che cosa ce ne può raccontare?
Forse è meglio dire, come fece una volta Zanussi (Krzysztof Zanussi, altro grande regista polacco, ndr), a cui era stata rivolta la stessa domanda: «È lui che conosce me». Ma visto che insiste, le racconterò un episodio che per me è stato particolarmente commovente. Una volta in Vaticano era stata organizzata una proiezione alla sua presenza del mio film Pan Tadeusz, che porta sullo schermo il più classico dei testi della letteratura polacca: anche il giovane Wojtyla lo aveva interpretato quando recitava nel “Teatro rapsodico”. Ebbene, a un certo punto il Papa ha chiuso gli occhi, e si vedeva che stava assaporando quelle parole, che tante volte anche lui aveva recitato. Poi li ha riaperti, ha seguito il film fino al termine e alla fine mi ha detto: «L’autore ne sarebbe soddisfatto». È stata la più importante recensione che ho ricevuto.

È questo che la spinge a continuare, a realizzare a ottant’anni suonati opere che vengono premiate perché «aprono all’arte cinematografica nuove prospettive»?
Chissà (Wajda sorride, ndr). Certo che non mi aspettavo proprio questo riconoscimento. Oggi va di moda realizzare film mescolando invenzione e realtà, così ci ho provato anch’io. Avevo cominciato a girare un film su questa novella di uno scrittore polacco, Jaroslaw Iwaszkiewicz, che si intitola Tatarak (è il nome di una canna selvatica che cresce lungo i fiumi, dal profumo inebriante). La storia ha come protagonista una donna il cui compagno è gravemente malato, però a un certo punto il marito dell’attrice che impersonava la protagonista, Krzystyna Janda, si è ammalato per davvero, e lei ha dovuto prendersene cura. Pensavo che non se ne sarebbe fatto più niente, invece, dopo la morte del marito Krzystyna è venuta da me e mi ha detto che era disposta a proseguire il lavoro, inserendo però anche il racconto di che cosa aveva significato per lei seguire la malattia del marito. Così è venuto fuori questo film, in cui realtà e finzione si incontrano per mettere a tema il nostro atteggiamento nei confronti della malattia e della morte, un dramma che riguarda tutti.

Insomma, questo significa che è ancora possibile fare del cinema che non sia di evasione, ma che aiuti a guardare più profondamente le cose.
Assolutamente sì. La differenza è che anni fa i temi prevalenti erano la politica e la società, oggi è l’uomo, i suoi drammi, i suoi desideri. E la morte, che ci aspetta dietro l’angolo, che non possiamo evitare

da: www.tempi.it




da Radio Formigoni - Rubrica “Movie & Popcorn” a cura di Beppe Musicco di Sentieridelcinema.it

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comunismo

Questo è il Luca raccontato nella canzone:

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grazie al grande amico:

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omosessualita

 La pazienza

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Lo imparo ogni giorno, tra dolori cui sono grato: la pazienza è tutto.

Rainer Maria Rilke

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rilke

 Ciò che vale nella vita va incontrato

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L’istruzione è una cosa ammirevole, ma non tutto può essere insegnato: ciò che realmente vale nella vita, va incontrato

Oscar Wilde

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educazione, wilde

La verità

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Io conosco la verità solo quando essa diviene in me vita

Soren Kierkegaard

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kierkeergaard