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chi sono
Sono un ex vagabondo che ha avuto la grazia, durante il suo vagabondare di incontrare degli amici di Gesù che gli hanno mostrato la Bellezza della vita, quello che il suo cuore da sempre cercava. Ora sono diventato un pellegrino con lo sguardo rivolto alla “Roccia splendente” anche se spesse volte riabbasso lo sguardo verso terra col rischio di perdermi in vicoli ciechi; ma appena rialzo la testa vedo gli amici e la meta, di nuovo la realtà riprende forma e colore.
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Prima dell’alba La biografia del rabbino capo della comunità ebraica di Roma che si convertì al cristianesimo. Pubblicata nel 1954 negli Usa, ora viene edita anche in Italia di Giovanni Ricciardi ***
«La conversione è un seguire un appello di Dio. Uno si converte né prima né dopo, né quando vuole o preferisce, ma solo nell’ora in cui l’appello giunge. Giunto che è, a chi è rivolto non resta che una via sola, ed è obbedire».
«Da mio padre imparai la grande arte di pregare piangendo» ricorda Zolli: «Durante la persecuzione nazista io ho vissuto nel cuore di Roma in una piccola stanza in mezzo al freddo, alla fame e al buio. E pregavo piangendo: “Oh Tu guardia di Israele, proteggi l’avanzo di Israele, fa’ sì che non perisca l’avanzo di Israele che tre volte al giorno dice: Ascolta Israele”. Sul mio capo pendeva una taglia di 300.000 lire, allora una cifra notevole; la Gestapo mi cercava per terra e per mare e io non sono mai riuscito a pregare per me. Ripetevo sempre di nuovo guardando da un angolo oscuro, attraverso le lacrime, il cielo stellato: “Oh Tu guardia di Israele…”».
Del suo personale cammino alla ricerca di Dio Zolli darà più avanti quest’immagine: «Io sono mendico alle porte di Dio. All’infuori della mia povertà non ho nulla. Io sono proprio uno di quelli di cui sant’Agostino dice: “Che cosa può l’uomo offrire a Dio che non sia di Dio? Tutto dell’uomo è di Dio, solo i peccati sono dell’uomo”. E allora? E allora io dicevo a me stesso: Tu perché attendi? Che cosa attendi?». «Quando io sento il peso del vivere mio, quando sento la nostalgia immane di lacrime non piante, di beltà sfiorite e morte, in me morte, io piango il Cristo da me, in me, crocefisso. E il mio io vero non è l’io che in sé ha crocefisso il Cristo, ma l’io che Lo piange e Lo rimpiange: che in sé Lo chiama e a sé Lo richiama; che Lo vuole vicino, che con Lui vuol essere tutt’uno. E giunto alla fine di questo libro, di queste pagine di strazio, io mi sento simile a chi è giunto all’ora della morte, sento in me la coscienza di chi sta morendo senza aver vissuto… Vive male chi non vive il Cristo in pieno. Noi non possiamo che confidare nella pietà del Signore, nella pietà del Cristo, ché l’umanità non sa che uccidere, perché non Lo sa vivere. Non possiamo confidare che nell’intercessione di colei che ebbe il cuore trafitto dalla stessa spada che trafisse il Figlio… Ma per Gesù Cristo né si soffre né si ama mai abbastanza. Io ancora attendo Cristo. Lo attendo, ora e nell’ora della mia morte. Gesù, Signore, vieni. Ti attendo…». |
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Pio XII e la persecuzione nazista *** Su questo argomento molto è stato scritto e tuttora se ne fa oggetto di discussioni e polemiche. Ritengo necessario parlarne un po' diffusamente, proprio perché i giudizi critici della stampa italiana ed estera a proposito del Documento vaticano Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah del 16 marzo 1998, rilevano "limiti" e "silenzi" proprio sull'operato di Pio XII negli anni della persecuzione nazista. 1. Attestati a favore di Pio XII alla fine della guerra Il documento vaticano, in una Nota ( 1), riporta, con precisi riferimenti ad articoli dell'Osservatore Romano, attestati di riconoscenza. Il 7 settembre 1945 Giuseppe Nathan, commissario dell'Unione delle comunità israelitiche, il sommo pontefice, i religiosi e le religiose che, "attuando le direttive del santo Padre, non hanno veduto nei perseguitati che dei fratelli, e con slancio e abnegazione hanno prestato la loro opera intelligente e fattiva per soccorrerci, noncuranti dei gravissimi pericoli ai quali si esponevano" (Osservatore Romano, 8-10-1945).
Il 21 settembre 1945 Pio XII ricevette il Dott. A. Leo Kubowitski, segretario del Congresso Mondiale Ebraico, per presentare i più sentiti ringraziamenti per l'opera svolta dalla Chiesa cattolica in tutta l'Europa a favore della popolazione ebraica (Osservatore Romano, 23-09-1945). Il 29 novembre 1945 il Papa ricevette circa 80 delegati di profughi ebrei, provenienti dai campi di concentramento in Germania, "sommamente onorati di poter ringraziare personalmente il santo Padre per la sua generosità dimostrata verso di loro durante il terribile periodo del nazifascismo" (Osservatore Romano, 30-11-1945). Ancora, in occasione della morte di Pio XII (9 ottobre 1958), dopo più di 10 anni dalla fine della guerra e dopo il famoso processo di Norimberga, che diede il più ampio spazio alle inchieste sugli artefici, sulle cause, sulle trame e sulle alleanze dirette e indirette con il nazismo, la fama di Papa Pacelli è rimasta intatta. Le più alte cariche politiche di Israele, e rappresentanti di organismi ebraici mondiali e nazionali, condividono "il lutto dell'umanità per la morte di Sua Santità Pio XII". Così in un cablogramma Golda Meir, che prosegue: "Quando venne il tremendo martirio del nostro popolo, nel decennio del terrore nazista, la voce del Papa si elevò per le vittime [...] Piangiamo un grande servitore della pace" ( 2). 2. Attestato del Gran Rabbino di Roma, Israele Zolli. Un silenzio impenetrabile e inspiegabile è calato sulla figura e sulla vicenda del personaggio Zolli, che per tutto il periodo della guerra fu a Roma Gran Rabbino della comunità israelitica, a capo, cioè, di una delle più antiche e autorevoli comunità della diaspora, e Direttore del Collegio Rabbinico italiano. In nessun documento, neppure da parte cattolica, si cita quanto egli, a parole e con i fatti, testimoniò a favore di Papa Pacelli. In una intervista data a Stefano Zurlo e pubblicata sul Giornale, 31 marzo 1998, la figlia Myriam (che vive e abita a Trastevere) racconta: "Quando i nazisti chiesero 50 chili d'oro per risparmiare la vita agli abitanti del Portico d'Ottavia, mio padre disperato corse in Vaticano... Il Santo Padre gli fece sapere che il Vaticano avrebbe messo a disposizione i 15 chili mancanti. Da allora Israele Zolli stabilì un rapporto di simpatia umana, quasi di identificazione con Pacelli". Purtroppo il tesoro non servì a placare l'ira dei nazisti. Fra il 15 e il 16 ottobre 1943 i tedeschi rastrellarono il ghetto. "Mio padre - aggiunge Myriam - aveva capito anche questo: come sarebbe andata a finire. Lui non si fidava delle SS, e in precedenza aveva suggerito ai leader della comunità di bruciare i registri e di far fuggire la gente. Gli diedero del visionario. Anche perché avevano avuto notizie rassicuranti dall'allora capo della polizia Carmine Senise." Sempre a proposito del rastrellamento del ghetto, in un simposio su "Cristiani ed ebrei durante la persecuzione nazista a Roma", svoltosi nella capitale il 23 marzo 1999, alla domanda fatta da Emanuele Pacifici, presidente dell'Associazione "Amici di Yad Veshem": "Ma dov'era Pio XII in quel 16 ottobre?", il P.Gumpel, gesuita e relatore nel processo per la beatificazione di Pio XII, senza citare Zolli e l'offerta dei chili d'oro, ricorda che Papa Pacelli non era stato a guardare. Aveva incaricato P.Pancrazio Pfeiffer di recarsi dal comandante dell'esercito, il generale Stahel, perché fermasse l'operazione. Il generale mandò un telegramma a Himmler spiegando che l'operazione sarebbe stata controproducente perché avrebbe potuto provocare una reazione violenta. Ottenne solo un ritardo di qualche giorno (Cf. Avvenire, 24 marzo 1999, p.22).
Ritornando al rabbino Zolli, ci domandiamo: che cosa ha provocato la sua scomparsa dalla Storia? Non c'è altra ragione se non il fatto che egli, profondo studioso dei testi biblici dell'Antico e del Nuovo Testamento, nonché profondo conoscitore delle tradizioni talmudiche, dopo anni di solitaria ricerca, sulle orme del "Servo sofferente di Isaia", partecipando intimamente alle sofferenze del suo popolo e fra molte lacrime, aveva riconosciuto nel Cristo crocifisso il Volto del Servo. Agli inizi del 1945 Israele Zolli chiese e ottenne il battesimo, prendendo il nome di Eugenio, come segno di ringraziamento al Papa Eugenio Pacelli per quanto aveva fatto in aiuto degli ebrei. Questa conversione suscitò un grande scandalo. Il cardinale Paolo Dezza, recentemente scomparso, ha testimoniato: "Gli fu fatto il vuoto intorno... Il nome di Zolli fu addirittura cancellato dall'elenco dei rabbini di Roma, il settimanale ebraico uscì listato a lutto. Gli Zolli che vivevano ancora a due passi dalla sinagoga, ricevettero telefonate piene di insulti e dovettero cercarsi una nuova abitazione. Nell'attesa lo ospitai all'Università Gregoriana di cui ero rettore, mentre la moglie e la figlia trovarono ricovero in un convento di suore" (Il Giornale, ib. p. 9). Qui è in ballo la condizione previa a ogni dialogo: il rispetto della persona umana e della libertà religiosa. Per noi cattolici sono state acquisizioni di altissimo valore. E per i fratelli ebrei? Il gran Rabbino di Roma, in piena libertà (nelle sue meditazioni autobiografiche) scrive: "Mai nessuno ha tentato di convertirmi... forse la mia anima si sarebbe esacerbata." Rinuncia a tutte le cariche per imboccare una strada irta di difficoltà per sé e per i suoi: "Sono povero, i nazisti mi hanno portato via tutto, non importa, vivrò povero, morirò povero, ho fiducia nella Provvidenza." A un giornalista ebreo che gli aveva dato del "serpente scaldato nella comunità", risponde: "Lei non sa immaginare quante lacrime ho versato e quante ne verso anche in questi giorni nelle mie preghiere per gli israeliti perseguitati e barbaramente trucidati. Il tuo popolo è il mio popolo, il ceppo è comune." "A chi, per incomprensione, mi domandò come avessi potuto 'rinnegare' me stesso, risposi: Non ho rinnegato, ho la coscienza chiara e sicura di aver soltanto affermato me stesso senza rinnegare nulla". Ecco come l'ebreo fatto cristiano sente di non aver ripudiato l'ebraismo: "Non ho mai altercato con me stesso... Tutto, pur trasformandosi, si armonizzava. L'anima andava saturandosi di valori spirituali nuovi senza espellere... i vecchi, ma trasformandoli sino al giorno in cui l'otre vecchio era pieno e riboccante del vino nuovo" ( 3). Siamo nel 1945, e, ancora oggi, per noi quelle parole sembrano una acquisizione audace! Mi rendo conto che qui tocchiamo un nervo scoperto nei rapporti fra ebraismo e cristianesimo. Nessuno pretende che la scelta fatta dal rabbino Zolli sia condivisa dai suoi correligionari. Così dice la figlia Myriam in questa intervista: "Meglio non parlare di Zolli, nemmeno 40 anni dopo la sua morte (2 marzo 1956). E’ meglio non accostarlo a Pio XII. Troppi luoghi comuni scricchiolerebbero" (Il Giornale, stessa intervista). A un uomo di tale levatura intellettuale e morale, di estremo disinteresse e di impegno in prima persona per le sorti del suo popolo perseguitato (già negli anni 30, a Trieste, dove era Gran Rabbino, si era adoperato a favorire l'espatrio di molti ebrei tedeschi), giustizia vuole che si rispetti la sua scelta, e si riconosca l'importanza della sua testimonianza a favore di Pio XII, forse, più efficace di tutte le altre. 3. Cambiamento di scena: cominciano gli attacchi.4. Per facilitare una seria ricerca storica su Pio XII Era stato profeta Eugenio Zolli. Dice la figlia Myriam: "Subito dopo la guerra papà mi diceva spesso: Vedrai, faranno di Pio XII il capro espiatorio del silenzio che tutto il mondo ha mantenuto dinanzi ai crimini nazisti" (Il Giornale, inizio dell'intervista citata). Il primo ad attaccare pubblicamente Pio XII fu Rolf Hochhuth con un testo teatrale: Der Stellvertreler (Il Vicario), pubblicato nel 1963. La sua tesi era che Pio XII non aveva fatto quel che poteva e doveva fare in difesa degli ebrei. A parte il chiasso nell'opinione pubblica, il contenuto della prova era semplicemente dilettantesco, e diversi ebrei ben informati criticarono fortemente l'autore. Nel 1968 fu tradotto in italiano un libro scritto a New York: "Morte a Roma". Quando ne fu tratto un film, l'autore, Robert Katz, fu condannato dalla Corte di Cassazione per diffamazione. Bisogna segnalare due libri di storici ebrei: La Chiesa cattolica e la Germania nazista, di Gunther Lewy, e Pio XII e il Terzo Reich, di Saul Friedlander, apparsi pure negli anni '60. Ma per ambedue troviamo un giudizio fortemente negativo di uno storico di fama internazionale, il gesuita P.Robert Graham, e di un'autorità incontestabile, Robert Kempner, sfuggito al regime nazista e poi avvocato dell'accusa al processo di Norimberga: "Nessuno dei due offre ragioni per cambiare questa opinione" (di energica difesa di Pio XII).
Vista la poca serietà scientifica delle pubblicazioni storiche sull'operato di Pio XII, Paolo VI nel 1964 ordinò che tutti i documenti vaticani riguardanti la seconda guerra mondiale fossero resi pubblici. Un gruppo altamente qualificato di storici produsse l'opera monumentale: Actes et Documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale: 12 volumi contenenti 5.100 documenti editi secondo rigorosi criteri scientifici.
Avrebbe dovuto bastare per impostare seriamente uno studio su Pio XII. Ma ecco che in questi ultimi anni lo scrittore americano John Cornwell col suo libro Il Papa di Hitler, accusa Pio XII addirittura di essere fautore del nazismo, e pretende di aver documentato la sua tesi con ricerche fatte nell'archivio della Segreteria di Stato, primo ed unico a consultare tali archivi. Gli risponde proprio uno storico ebreo, Michael Marrus: "Il libro di Cornwell? Superficiale e scandalistico... Sul piano accademico, l'opera di Cornwell non ha valore: si basa su pochi documenti già noti da anni e sostiene la sua tesi in modo superficiale" (Cf. Avvenire, 25 novembre 1999). Stando così le cose, e in adesione a diverse richieste anche da parte cattolica (per es., il Cardinale americano O'Connor) la Santa Sede ha costituito una Commissione mista, formata da tre cattolici (Eva Fleischner, il gesuita Gerald Fogarty, Don John Morley) e tre ebrei (Michael Marrus, Bernard Suchecky, Robert Wistrich), evidentemente tutti studiosi di chiara fama. Lo scopo è di fare insieme una analisi accademica sulla figura di Pio XII, non solo sulla base di 12 volumi già pubblicati, ma di qualunque altra fonte documentaria eventualmente non ancora pubblicata. Estrema prova di buona volontà della Santa Sede che ha sempre dichiarato di non aver nulla da temere dalla verità. Il lavoro di questa commissione mista è del tutto indipendente dal processo di beatificazione di Pio XII, e potrà consolidare il dialogo tra ebrei e cattolici. 5. La vera materia del contendere su Pio XII Che Papa Pacelli conoscesse bene l'ideologia anticristiana e antireligiosa dei nazisti non si può dubitare, essendo egli stato Nunzio Apostolico in Germania proprio negli anni in cui si andava affermando il partito di Hitler. Questo spiega, per esempio, un certo sostegno offerto ai generali tedeschi che nel 1940 avevano messo a punto un complotto per liberarsi di Hitler. E spiega anche l'incoraggiamento dato ai cattolici americani, tramite il Delegato Apostolico, che non temessero di fare alleanza con la Russia di Stalin, pur di respingere l'invasione nazista. Che la linea di prudenza adottata da Pio XII durante la guerra abbia consentito alla Chiesa cattolica (mobilitata proprio per volontà del Pontefice) di salvare almeno 800.000 ebrei, è fuori discussione. La ricercatrice americana Margherita Marchione, nel libro Pio XII e la questione ebraica, sostiene addirittura che Pio XII, "rischiò personalmente la deportazione e il lager per aver aiutato i perseguitati dal regime nazista" (Avvenire, 17 marzo 1998). Si poteva, si doveva fare di più, per evitare la "soluzione finale" dell'Olocausto? Una premessa riguarda due fatti. Il primo fatto era stato già preannunziato da Eugenio Zolli: "Faranno di Pio XII il capro espiatorio del silenzio che tutto il mondo ha mantenuto dinanzi ai crimini nazisti" (Il Giornale, inizio dell'intervista alla figlia Myriam). E’ storicamente accertato che né il governo degli Stati Uniti, né della Gran Bretagna, né della Russia di Stalin, né De Gaulle, né Organismi Internazionali come la Croce Rossa e lo stesso Consiglio Mondiale Ebraico, che pure erano informati dell'esistenza dei campi di sterminio, elevarono proteste pubbliche e specifiche. Solo a partire dagli anni '50 cominciò a diffondersi in tutta Europa una nuova sensibilità nella valutazione delle responsabilità circa la Shoah. In questa linea abbiamo avuto, da parte cattolica, molte dichiarazioni di Episcopati nazionali, fino all'ultimo documento vaticano: "Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah ". Ma non è contraddittorio il tentativo di scaricare la principale responsabilità della Shoah sulle spalle di Pio XII, che pochi anni prima si elogiava per le sue benemerenze a difesa degli ebrei perseguitati?
Il secondo fatto è il cosiddetto "silenzio" di Pio XII, che è poi l'accusa principale. Su questo silenzio bisogna bene intendersi. Scrive il P.Gumpel: "La verità è che Pio XII condannò ripetutamente e pubblicamente la persecuzione di gente innocente "solo a causa della loro razza". "A quei tempi, chiunque capiva a chi si stesse riferendo". E a conferma cita vari testi dei massimi vertici nazisti che manifestano ostilità per il Papa "portavoce dei guerrafondai ebrei". E’ vero però che Pio XII nelle sue proteste pubbliche non ha mai usato il termine "ebreo", né ha fatto dichiarazioni veementi. Possiamo capire un po' di più le ragioni di questo atteggiamento? Qualche osservatore fa notare quanto sia difficile, con la sensibilità di oggi, in un contesto culturale profondamenmte diverso, poter giudicare le scelte che la coscienza di Pio XII si trovò a prendere. Altri sottolineano la formazione diplomatica ricevuta da Papa Pacelli, e come egli avesse più fiducia nell'azione diplomatica spiegata in tutte le direzioni, piuttosto che nelle pubbliche dichiarazioni. E si attenne a questa impostazione. Ma ascoltiamo il grido del cuore di Pio XII:
Questa era la convinzione di Pio XII. E che fosse molto fondata, lo conferma quello che successe alla Chiesa d'Olanda. Domenica 26 luglio 1942 fu letta in tutte le chiese cattoliche una lettera di protesta contro le deportazioni di intere famiglie ebree (più di 10.000 persone). E quale fu il risultato? Non solo la deportazione degli ebrei di sangue e di religione venne accelerata, ma, come ritorsione diretta contro i Vescovi, autori della protesta, furono deportati innanzi tutto gli ebrei battezzati (tra questi, Edith Stein e sua sorella Rosa), che da questo momento sarebbero stati considerati "i nostri peggiori nemici". Quando Pio XII fu avvertito di questa tragedia, si recò in cucina e personalmente bruciò due grandi fogli scritti molto fitti, dicendo: "E’ la mia protesta contro la spaventosa persecuzione antiebraica. Stasera sarebbe dovuto comparire sull'Osservatore Romano. Ma se la lettera dei Vescovi olandesi è costata l'uccisione di quarantamila vite umane, la mia protesta ne costerebbe forse duecentomila. Perciò è meglio non parlare in forma ufficiale e agire in silenzio, come ho fatto finora, per tutto ciò che è umanamente possibile per questa gente" ( 5). Conclusione1. Regno-documenti, 1 aprile 1998, pp. 201.204. La Nota è a p. 204. La Chiesa ufficiale, che pure ha molto riflettuto sulle colpe e sulle responsabilità dei cristiani a riguardo delle persecuzioni naziste, non ritiene di dover chiedere scusa per il silenzio di Pio XII. Lo ha detto il Nunzio Apostolico in Israele, in una dichiarazione alla televisione di Stato. Quel silenzio era necessario (Avvenire, 27 febbraio 2000). Questo però non significa che, sul piano storico-scientifico, sia detta l'ultima parola su Pio XII. Così il Cardinale Cassidy, che presiede la Commissione per i rapporti con l'ebraismo, in una conferenza stampa a Londra, qualche settimana dall'uscita del documento sulla Shoah (Avvenire, 14 maggio 1998).
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Pensieri di S. Giuseppe Moscati ***
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L’Oscar Wilde nascosto da Benigni *** Pigi Colognesi venerdì 27 febbraio 2009 Oscar Wilde, citato in modo parziale e strumentale da Roberto Benigni durante la serata inaugurale del Festival di Sanremo, ha scritto in carcere un’opera straordinaria: De profundis. Si tratta della lunga lettera che il romanziere e commediografo di successo – almeno fino al processo del 1895 e la successiva prigionia, che hanno stroncato la sua carriera e la sua stessa vita – ha indirizzato ad Alfred Douglas, la causa di tutte le sue disgrazie. Disgrazie fatali. Il capo dei carcerieri aveva previsto: «Morirà entro due anni». Wilde completò il periodo di detenzione il 19 maggio 1897 e morì, quarantaseienne, poco più di tre anni dopo, il 30 novembre 1900. La lunga lettera – Wilde voleva intitolarla Epistola: In Carcere et Vinculis; il titolo attuale gli è stato dato da Robert Ross, che l’ha parzialmente pubblicata nel 1905 – non può certo essere ridotta a qualche battuta smagliante, del tipo di quelle per cui Wilde era celebre, sull’omosessualità. Essa è anzitutto e soprattutto una riflessione sulla sofferenza. Dice Wilde di sé: «Gli dèi m’avevano concesso quasi tutto. Possedevo la genialità, un nome illustre, un’alta posizione sociale, una mente brillante e ardimentosa. Qualsiasi cosa toccassi la rendevo bella d’un nuovo genere di bellezza». E adesso? « Le cose esteriori dell’esistenza non possiedono per me alcuna importanza, ora». Cos’era successo? Wilde aveva colto, in carcere, il significato del patire: «La sofferenza, per quanto ti possa apparire strano, è il nostro modo d’esistere, poiché è l’unico modo a nostra disposizione per diventare consapevoli della vita. Là dove cresce il Dolore è terra benedetta. Gli ecclesiastici e tutti quelli che discorrono a vanvera parlano a volte della sofferenza come d’un mistero. In realtà è una rivelazione». Come è stato possibile? Attraverso l’immedesimazione con le sofferenze di Cristo. Egli, scrive Wilde, «con una prodigiosa larghezza d’immaginazione che ci riempie quasi di religioso timore, si scelse per regno tutto il mondo dell’inespresso, il mondo senza voce del dolore, e gli prestò in eterno la propria voce». Cristo, «come tutte le nature poetiche amava gli ignoranti. Sapeva che nell’anima d’un ignorante una grande idea trova sempre il suo posto. Ma non poteva sopportare gli sciocchi, specialmente quelli che son resi tali dall’istruzione». Amava, Cristo, anche i peccatori: «Trasformare un ladro interessante in un noioso onest’uomo non era la sua più alta aspirazione. La conversione di un pubblicano in un fariseo non gli sarebbe parsa un gran risultato». Egli «non insegna nulla ad alcuno, ma chi venga semplicemente condotto al suo cospetto, diventa qualcosa». Cristo, dunque, è stato il vero artista, ciò che Wilde aveva cercato di essere nel successo e stava scoprendo nel carcere: «Il proponimento d’essere più buoni è un bell’esempio d’ipocrita retorica, esser diventati più profondi è il privilegio di quanti hanno sofferto». Partendo da questa esperienza di dolore redento, Wilde è in grado di giudicare il mondo che lo circonda. La sua ipocrisia: «Una faccia di bronzo è la cosa più importante da ostentare davanti al mondo ma, se di quando in quando ti capita di restare solo, dovrai bene toglierti la maschera, suppongo, se non altro per respirare. Altrimenti, infatti, finiresti per soffocare». Il suo sentimentalismo: «Un sentimentale è semplicemente uno che vuol godere il lusso di un’emozione senza pagare. Il sentimentalismo è la festa legale del cinismo». La sua menzogna: «La verità è una cosa penosissima a dire. Ma esser costretti a mentire è molto peggio». La lettera si conclude sullo stesso accento da cui era partita: con una richiesta di perdono. Il suo ultimo insegnamento suona infatti così: «Il momento supremo per un uomo è quello in cui s’inginocchia nella polvere, e si batte il petto, e confessa tutti i peccati della sua esistenza». Perciò, Wilde consiglia a lord Douglas e a ciascuno di noi: «Non aver paura del passato. Se la gente ti dice che è irrevocabile, non crederci. Il passato, il presente e il futuro son solo un momento agli occhi di Dio, alla vista del quale dovremo cercare di vivere sempre».
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SENTINELLA DELLA FEDE *** CHIESA È più che mai vivo nel ricordo di monsignor Massimo Camisasca – autore del libro Don Giussani. La sua esperienza dell'uomo e di Dio (San Paolo, 14 euro) – il ricordo del fondatore di Comunione e liberazione, l’amico carissimo venuto a mancare il 22 febbraio 2005. Così come riecheggiano ancora oggi con particolare vibrazione le parole pronunciate dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, durante l’omelia funebre nel duomo di Milano.
«Il libro nasce dalla necessità di rispondere alle domande che sento dentro. Chi è stato per me don Giussani? Che cosa ho ricevuto da lui? E nasce anche dal desiderio di fare incontrare don Luigi Giussani a chi non lo conosce».
«L’uomo e Dio sono stati i due fuochi dell’esperienza di don Giussani, prima ancora che della sua riflessione. Da una parte l’infinito, il mistero e, infine, il Verbo che si è fatto carne; dall’altra l’uomo, quasi un nulla, ma nello stesso tempo "superiore agli angeli", abitato dall’infinito. Tutto il pensiero e tutta l’esperienza di don Giussani sono interamente segnati dalla realtà dell’Incarnazione».
«Ho incontrato don Luigi Giussani nella mia adolescenza, a Milano, tra i banchi del liceo Berchet. Posso dire con assoluta certezza che è stato il maestro della mia vita, colui che mi ha insegnato a vivere ogni istante come incontro e come conoscenza sempre nuova».
«Le parole del cardinale Ratzinger descrivono bene la vita di don Giussani: egli, attraverso il dono della sua parola, si è speso interamente in centinaia di incontri, nell’educazione di migliaia e migliaia di persone. Giussani era segnato ogni giorno dal desiderio di correre, di parlare, vedere, comunicare. Un fuoco lo animava, quel fuoco che si era acceso in lui molto presto, quando aveva sperimentato che ciò che l’uomo attende è una presenza ragionevole e amante».
«Don Giussani ha lottato per fare uscire il cristianesimo dal moralismo e dall’intellettualismo: facendoci incontrare la musica, l’arte, la letteratura ci ha mostrato che tutto è voce di Cristo, tutto parte da lui e porta a lui. Ha dato all’avventura della nostra esistenza un colore affascinante, fatto di continue scoperte e di una pienezza affettiva».
«Penso sia stata una delle esperienze più dure e drammatiche della sua lunga esistenza. Non ne parlava mai: questo mi ha rivelato quanto per lui fosse doloroso non essere stato capito proprio da coloro che riteneva i suoi padri. Certamente il riconoscimento di Giovanni Paolo II ha manifestato l’accoglienza della Chiesa nei confronti della sua opera e il riconoscimento della sua profonda dedizione».
«Perché, già dagli anni Cinquanta, aveva colto la sclerotizzazione di tanti ambienti cattolici, la loro difficoltà di parlare all’uomo moderno e, in positivo, la necessità di rimettersi in ascolto dei giovani, riproponendo loro la fede di sempre con un accento nuovo, più attento alle loro esigenze e alle loro attese. Ma soprattutto perché nutriva una grande fiducia nel fatto che, seguendo Cristo, si incontra veramente la strada per rivelare l’uomo a sé stesso».
«Da un lato, la recente udienza del Santo Padre concessa a don Julián Carrón, la sua presenza agli ultimi due Sinodi dei vescovi come Padre sinodale, il grande incontro del Movimento da lui guidato con il Santo Padre, il 23 marzo 2007; dall’altro, la presenza di migliaia di ciellini nei consigli pastorali, nelle opere caritative, catechetiche e liturgiche delle parrocchie italiane e degli altri Paesi in cui Cl è presente. Questi due elementi stanno a dimostrare una collaborazione ecclesiale, che spero possa diventare sempre più feconda».
«Ho dedicato molto spazio nel libro a questo tema. Il carisma educativo è stato certamente un punto di vista riassuntivo della vita di don Giussani, che ha definito l’educazione, riprendendo una formula del grande liturgista austriaco Josef Andreas Jungmann, "introduzione alla realtà totale". Oggi, c’è bisogno più che mai di "introdurre" le nuove generazioni alla realtà. Abituati spesso a un rapporto virtuale con le cose, essi hanno bisogno di qualcuno che li educhi a vedere, a toccare, a gustare ciò che è reale e vivo, a incontrare sé stessi, aprendosi così, nell’incontro con i fatti, a quella voce che risuona in ciascuno di loro, a quella presenza che li ha originati e li guida. L’incontro con Dio è una grazia. L’incontro con le cose e gli avvenimenti della vita sono il primo manifestarsi di questa grazia».
«C’è sempre stato in lui un fuoco, si vedeva nei suoi occhi, nelle sue mani, ma soprattutto nelle sue parole, nel tono della sua voce. Da quando aveva scoperto e accolto nella sua vita Gesù Cristo, per lui nulla fu più banale. Questa è la cosa che più mi ha impressionato in don Giussani: egli non viveva mai un istante senza dargli peso. Anche la continua ricerca di una creatività nel linguaggio esprimeva questa personale tensione a vivere il peso reale delle cose e delle ore della vita».
«Don Giussani ha sentito sempre il cattolicesimo come un evento ecumenico. Cattolico, infatti, è una parola che in greco vuol dire "secondo la totalità". Non solo nel senso inclusivo, dentro la Chiesa, ma proprio anche come spinta a incontrare tutto e a trattenere il valore secondo le parole di san Paolo: "vagliate ogni cosa e trattenete ciò che vale"».
«Sono anni segnati dalla malattia. Ma non l’ho mai sentito lamentarsi. Certamente si sarà chiesto: "perché, Signore, mi mandi questa prova?". E sono altrettanto certo che egli abbia accettato tutto considerandolo come parte privilegiata della sua missione».
«Giussani ci ha educati per tutta la vita a guardare a Cristo attraverso lo sguardo di Maria, soprattutto nei giorni della Settimana santa. Penso alle sue parole di introduzione all’Angelus in centinaia di incontri, all’ascolto dello Stabat Mater di Pergolesi, a certi brani di Charles Peguy e, più in generale, allo sguardo meditativo di Giussani, che seguiva quello della Madonna. Negli ultimi anni la figura di Maria è diventata per lui un tema che tornava continuamente. Lo era nelle sue parole e, prima ancora, nella sua meditazione. Soprattutto il canto XXXIII del Paradiso di Dante, con l’Inno alla Vergine di san Bernardo. In Maria, Giussani ha visto la profezia della grandezza possibile a ogni uomo e donna, nel suo "sì", la strada per la fecondità di ogni nostra obbedienza».
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LA VOGLIA DI VIVERE CHE VINCE LA MORTE ***
Jade ha messo in piedi uno splendido matrimonio, la cerimonia nuziale di cui i mass media hanno più parlato in questi ultimi tempi. C’era anche la TV, ed è cominciata la gara per i diritti sulle immagini. Questo ha fatto piovere su Jade molte critiche, ma lei era già da anni un personaggio televisivo, ed ha voluto concludere la sua vita così come l’aveva condotta. Ha detto: “Ho vissuto davanti alle telecamere, e forse ora davanti alle telecamere morirò. Ho pensato che se guadagnerò qualcosa con i diritti, potrò mettere da parte abbastanza per far continuare ai miei figli la scuola”. Jade ha infatti un bimbo di 4 anni ed uno di 5, Bobby e Freddie.
Forse non era il matrimonio che sognava da bambina, ma certamente è stata, per tutto il mondo, una lezione di vita. “Ora farò battezzare i miei figli” ha annunciato Jade “così potranno comunicare con me tramite Gesù”. Ancora poche settimane di vita, e la luce dei riflettori si spegnerà... per lasciar posto ad una luce più potente: quella della stella di Jade in cielo. Scritto da: Wallace73
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TESTAMENTO BIOLOGICO *** CL: sul “fine vita” siamo col cardinale Bagnasco Redazione giovedì 26 febbraio 2009 In relazione al dibattito intorno a una legge sul fine vita, Comunione e Liberazione condivide le ragioni più volte espresse dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, e rese ancora più attuali dopo la morte di Eluana Englaro: «Il vero diritto di ogni persona umana, che è necessario riaffermare e garantire, è il diritto alla vita che infatti è indisponibile. Quando la Chiesa segnala che ogni essere umano ha un valore in se stesso, anche se appare fragile agli occhi dell’altro, o che sono sempre sbagliate le decisioni contro la vita, comunque questa si presenti, vengono in realtà enunciati principi che sono di massima garanzia per qualunque individuo» (Prolusione al Consiglio permanente della Cei, 26 gennaio 2009). Lo stesso Benedetto XVI, nell’Angelus del 1° febbraio 2009, ha ricordato che «la vera risposta non può essere dare la morte, per quanto “dolce”, ma testimoniare l’amore che aiuta ad affrontare il dolore e l’agonia in modo umano». Per questo, di fronte alle polemiche suscitate da ambienti laici e anche da cattolici, restano per noi valide le preoccupazioni del cardinale Bagnasco e della Cei sulla necessità di «una legge sul fine vita, resasi necessaria a seguito di alcune decisioni della giurisprudenza. Con questa tecnica si sta cercando di far passare nella mentalità comune una pretesa nuova necessità, il diritto di morire, e si vorrebbe dare ad esso addirittura la copertura dell’art. 32 della Costituzione». Chi si impegna in politica secondo ragione può trarre da queste preoccupazioni della Chiesa uno sguardo più vero alla vita degli uomini, nel difficile compito di servire il bene comune. l’ufficio stampa di CL Milano, 26 febbraio 2009. |
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Il caso Wajda. Il maestro censurato ***
approfondimenti
Varsavia Andrzej Wajda, cominciamo dalla pellicola che sta riproponendo il suo nome in Italia. Da dove nasce l’idea di fare un film sul massacro di Katyn?
da: www.tempi.it
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Questo è il Luca raccontato nella canzone: ***
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La pazienza *** Lo imparo ogni giorno, tra dolori cui sono grato: la pazienza è tutto. Rainer Maria Rilke |
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Ciò che vale nella vita va incontrato *** L’istruzione è una cosa ammirevole, ma non tutto può essere insegnato: ciò che realmente vale nella vita, va incontrato Oscar Wilde |
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La verità *** Io conosco la verità solo quando essa diviene in me vita Soren Kierkegaard |