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Eccomi

Utente: giacabi

chi sono
Sono un ex vagabondo che ha avuto la grazia, durante il suo vagabondare di incontrare degli amici di Gesù che gli hanno mostrato la Bellezza della vita, quello che il suo cuore da sempre cercava. Ora sono diventato un pellegrino con lo sguardo rivolto alla “Roccia splendente” anche se spesse volte riabbasso lo sguardo verso terra col rischio di perdermi in vicoli ciechi; ma appena rialzo la testa vedo gli amici e la meta, di nuovo la realtà riprende forma e colore.



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martedì, 31 marzo 2009

L’Amicizia

***

"...e piango, piango come un bambino: il Signore Gesù ci ha messo al mondo per la felicità, perchè tanta gente si fabbrica un'effimera illusione che li porterà all'eterna infelicita?

 

Io vorrei essere presente per poterti vedere e vedere la tua gioia: perchè non c'è gioia più grande di quella di vedere la gioia dell'amico caro

 

Ci credi vero? Io non sono fine come te: ma nell'amore per i miei fratelli uomini (figuriamoci poi gli amici) non posso rimanerti indietro: noi non siamo forse al mondo per amore di Lui e per la felicità degli uomini?

Com'è bello che Gesù ci abbia messi insieme per questa missione!

 

Tu puoi sapere quanto desidererei di strapparti dal cuore l'angoscia che ti opprime, di rubartela e tenerla per me.

 

Perchè l'amicizia è una tal cosa che lascia irrequieti al pensiero di essere diversi dall'amico: bisogna essere il più possibile uguali, identici: uniti ed impastati insieme, aderenti l'uno all'altro così come la luce aderisce ai contorni delle cose: e se Lui è in Croce tutto l'orgoglio mio deve consistere nel sentirmi come Lui.

 

Perchè la gioia più grande della via dell'uomo è quella di sentire Gesù Cristo vivo e palpitante nelle carni del proprio pensiero e del proprio cuore. Il resto è veloce illusione o sterco.

 

Vivi quindi il più intensamente possibile, direi il più veementemente possibile questi mesi preziosi, lascia libero, sfrenato corpo, alle meditazioni, alle idee, che ti pulluleranno e scaturiranno dal misterioso e sconosciuto fondo dell'anima, e solo tieni fermamente e fiduciosamente una riserva: venerazione leale per i tuoi superiori e per i loro principi: perchè il nuovo non può con prudenza giudicare fuori combattimento, sui due piedi, ciò che fu prima di lui e che - se non altro - ha almeno il merito di non averne impedito la nascita, se non ne fu magari il genitore.

 

Io ho ancora la febbre ma mi pare che il Signore lo si possa amare ugualmente. E non è l'unica cosa da fare? Ti prego di non rispondere puntualmente alle mie lettere: non che non lo desideri, ma mi pare che la puntualità nel rispondere, se diventa una preoccupazione, è cosa che relaziona due estranei, non due amici. Tienti sempre libero: anche di non scrivermi più: io sono così contento di voler bene, "io", e di ricordare "io" gli amici.

 

Non pretendo nulla. Se non che mi interesso di te. Per forza. E' Lui che fa incontrare e crea le circostanze della vita.

 

Guardala in faccia la Realtà, Lui: Gesù Signore.

 

Ti parlo come se ti tenessi la testa appoggiata sulla spalla.

 

Bisognerebbe che anche tu fossi qui: adesso piango. E' malinconico che dobbiamo "rinunciare" a delle cose che non sono "nulla". Il desiderio è solo di Lui."

 

(Luigi Giussani - Lettere di fede e di amicizia, ad Angelo Majo, ed. San Paolo)

grazie a : http://rapyna.splinder.com/

Postato da: giacabi a 21:58 | link | commenti
amicizia, giussani

 
Amazing Grace
***
  
Amazing Grace!
Meravigliosa grazia!
How sweet the sound.
Che lieta novella
That saved a wretch 
che ha salvato un miserabile 
like me!
come me!
I once was lost, 
Un tempo ero perduto, 
but now I am found.
ma ora sono ritrovato.
Was blind but now I see.
Ero cieco ma ora ci vedo.
'Twas grace that taught 
E' stata la grazia ad insegnare 
my heart to fear.
al mio cuore il timor di Dio
And grace my fears relieved:
Ed è la grazia che mi solleva dalla paura;
How precious did that grace appear
Quanto preziosa mi apparve quella grazia
The hour I first believed!
Nell'ora in cui ho cominciato a credere!
Through many dangers, 
Attraverso molti pericoli,
toils and snares
travagli e insidie
I have already come;
sono già passato;
'This grace has brought me 
La grazia mi ha condotto 
safe thus fare,
in salvo fin qui,
And grace will lead me home.
E la grazia mi condurrà a casa.
The Lord has promised good to me.

Il Signore mi ha promesso il bene,

His word my hope secures;
la sua parola sostiene la mia speranza;
He will my shield and portion be
Egli sarà la mia difesa e la mia eredità,
As long as life endures.
per tutta la durata della vita
Yea, when this flesh 
Sì, quando questa carne 
and heart shall fail,
e questo cuore verranno meno,
And mortal life shall cease,
E la vita mortale cesserà,
I shall possess, within the veil,
io entrerò in possesso, oltre il velo,
A life of joy and peace.
di una vita di gioia e di pace
grazie a : http://www.annavercors.splinder.com/

Postato da: giacabi a 21:02 | link | commenti
canti

MARIJA JUDINA

La pianista che commosse Stalin

Enrico Raggi              

lunedì 30 marzo 2009

Il toccante libro di Giovanna Parravicini, Liberi, recentemente edito da Rizzoli – inconsueta galleria di ritratti di nove protagonisti della Russia novecentesca, storie di grandi uomini, di luminosi testimoni della Fede, di martiri catacombali – fa riemergere da lontane nebbie la leggendaria figura della pianista Marija Judina.
Notizie biografiche ridotte al minimo. Scarse le registrazioni sopravvissute. Alcuni conoscitori ne tramandano giudizi entusiasti. Una certezza: fu la più grande pianista russa di tutti i tempi.
Virtuosismo, scatto, elettricità, bellezza del suono, un’eccezionalità umana più grandi del suo mito. Prodigio di perfezione e di poesia.
Classe 1899, a dodici anni è già artista completa. Legge avidamente Platone, Agostino, Tommaso d’Aquino, si appassiona ai poeti simbolisti, studia arti figurative, architettura, teatro, filologia, storia. Al suo cospetto i colleghi Richter, Gilels, Sofronitskij tremano come ragazzini. «Le sue dita sono artigli d’aquila», esclama un ammirato Shostakovich. Anche Prokofiev ne è sbalordito.
«Suonare per me è un avvenimento interiore
», testimonia la giovane Judina, donna inquieta, inappagata, sempre in ricerca. «Non m’interessano la fama o la tranquillità. Al centro della mia vita c’è la ricerca della verità. Devo inoltrarmi nella mia vocazione, alla ricerca di un’illuminazione che mi sorprenderà», riassume. Questa sua tormentosa indagine approderà finalmente alla Fede. A vent’anni si fa battezzare nella Chiesa ortodossa: «Conosco solo una strada che porta a Dio, l’arte». Autorevoli membri di partito rimpiangono questa sua sciagurata decisione: «Noi la porteremmo in trionfo, se solo Lei non credesse in Dio!». «Non rinnegherò la mia fede. Sarete voi, invece, a venire tutti dalla nostra. Voglio mostrare alla gente che si può vivere senza odiare, pur essendo liberi e indipendenti», replica. Non nasconde amicizie pericolose (Pasternak, padre Pavel Florenskij, la poetessa Marina Cvetaeva, il monaco Feodor Andreev), ma fortunosamente evita sempre la reclusione.
Neri capelli lisci, occhi che mandano bagliori, lunghi abiti scuri su scarpe scalcagnate. Ai suoi concerti il pubblico non vuole andarsene, nemmeno dopo l’ennesimo bis. Lei entra in scena e recita poesie di autori proibiti, scatenando uragani di applausi. Subito le sue tournée sono cancellate. La sua notorietà è ormai mondiale, numerosi inviti le giungono dall’estero, ma ogni volta è costretta a rifiutare. «Ostenta la sua religione», è l’accusa. «Una sua lezione su Bach è catechismo, sembra di leggere un pezzo di Vangelo», confermano i suoi allievi.
La licenziano dal Conservatorio di Leningrado. Si trasferisce allora a Mosca, dove fatica perfino a pagarsi l’affitto e riesce a malapena a noleggiare un pianoforte. Aiuta tutti, paga visite mediche agli amici indigenti, difende i perseguitati dal regime. Quando tiene concerti, affigge avvisi di questo tipo: «Suonerò nella tale città. Posso portare pacchi di un chilo massimo l’uno». Poi recapita i vari pacchi agli sconosciuti destinatari, fino all’ultimo. Non teme nulla, nella certezza indistruttibile di un rapporto con un Tu vivo, presente, che la sostiene: «Ho due stelle che mi guidano: la musica e Dio».
Nel 1943 Stalin ascolta alla radio il Concerto K 488 di Mozart eseguito dal vivo dalla Judina. Ne resta così colpito da chiederne immediatamente il disco. Ma il disco non esiste perché si tratta di una diretta, effettuata negli studi della radio di Mosca. Non è il caso di perdere tempo in spiegazioni: la Judina è convocata d’urgenza, l’orchestra è pronta, due direttori declinano l’invito, solo un terzo accetta, in una notte la registrazione è fatta, il disco confezionato in pochi esemplari e recapitato all’illustre ammiratore.
Stalin è generoso, fa avere alla Judina ventimila rubli, una cifra strepitosa per l’epoca. Con un gesto folle, li rifiuta
: «La ringrazio. Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso, La perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della chiesa in cui vado».
Ancora una volta, non le viene torto un capello. Sale spontaneamente alla bocca la parola “miracolo”. Alla morte di Stalin, sul grammofono del dittatore, c’è quel disco della Judina.
«Due stelle mi guidano, come una volta», continuerà a ripetere Marija, «ma ora mi sono accorta che l’ordine è diverso: Dio e la musica». «L’esperienza della musica è uno squarcio che si apre su un altro mondo, su una realtà più grande, sulla realtà: la Grazia di Dio».
Sono le ultime parole della Judina. Le legge il suo parroco, padre Vsevold Spiller, durante l’omelia funebre, il 24 novembre 1970.

 

Mozart - Concerto per Pianoforte e Orchestra n. 23 in La Maggiore K. 488 - I. Allegro

 

Mozart - Concerto per Pianoforte e Orchestra n. 23 in La Maggiore K. 488 - II. Adagio

 

 

Mozart - Concerto per Pianoforte e Orchestra n. 23 in La Maggiore K. 488 - III. Allegro assai

 

da: http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=15235

Postato da: giacabi a 20:21 | link | commenti
pasternak

domenica, 29 marzo 2009

Studiando estetica...

***

 

Questa è la conclusione cui perviene tutto il discorso sulla quarta forma di mania - ossia quella mania per la quale, quando uno veda la bellezza di quaggiù, ricordandosi della vera Bellezza, mette le ali, e messe di nuovo le ali, è desideroso di volare, ma ne è incapace, e guardando verso l'alto come un uccello e non prendendosi cura delle cose di quaggiù, riceve l'accusa di trovarsi in uno stato di mania. E il discorso giunge a dire che, fra tutte le divine ispirazioni, questa è la migliore e deriva dalle cose migliori, e per chi la possiede e per chi ne partecipa. Ed è per questo che, partecipando di tale mania, chi ama i belli viene detto innamorato. Infatti, come ho detto, ciascun'anima di uomo, per sua natura, ha contemplato gli esseri, altrimenti non sarebbe venuta in questo essere vivente. [...]Poche anime restano nelle quali è presente il ricordo in maniera sufficiente. Quando vedono qualcosa che sia un'immagine delle realtà di lassù esse restano colpite e non rimangono più in sé. Ma non sanno cosa sia quello che provano, perché non lo percepiscono in modo sufficiente. [...] Per quanto riguarda la Bellezza, poi, come abbiamo detto, splendeva fra le realtà di lassù come Essere. E noi, venuti quaggiù, l'abbiamo colta con la più chiara delle nostre sensazioni, in quanto risplende in modo luminosissimo. La vista, per noi, è infatti la più acuta delle sensazioni che riceviamo mediante il corpo. Ma con essa non si vede la Saggezza, perché, giungendo alla vista, susciterebbe terribili amori, se offrisse una qualche chiara immagine di sé, né si vedono tutte le altre realtà che sono degne d'amore. Ora, invece, solamente la Bellezza ricevette la sorte di essere ciò che è più manifesto e più degno d'amore.

Dunque, chi non è di recente iniziato, o è già corrotto, non si innalza prontamente di qui a lassù,verso la Bellezza in sé, quando contempla ciò che quaggiù porta lo stesso nome. Di conseguenza, guardandola, non la onora, ma, dandosi al piacere come un quadrupede che cerca solo di montare e generare figli, e abbandonandosi agli eccessi, non prova timore e non si vergogna nel correre dietro a un piacere contro natura.

Chi, invece, è di recente iniziato e ha molto contemplato le realtà di allora, quando vede un volto di forma divina che imita bene la bellezza, o una qualche forma di corpo, dapprima sente i brividi, e qualcuna delle paure di allora penetra in lui. Poi, guardandolo, lo venera come un dio, e se non avesse timore di essere ritenuto in condizione di eccessiva mania, offrirebbe sacrifici al suo amato come a una immagine sacra e a un dio. Al vederlo, lo coglie come una reazione che proviene dal brivido, e un sudore e un calore insoliti. Ricevendo, infatti, attraverso gli occhi l'effluvio della bellezza, si scalda nel punto in cui la natura dell'ala si alimenta. E, una volta riscaldatasi, si sciolgono le parti che stanno attorno ai germi, le quali, essendo da tempo chiuse, per inaridimento, non lasciavano germogliare le ali. In seguito all'affluire del nutrimento, l'ala si gonfia e comincia a crescere dalla radice, per tutta quanta la forma dell'anima. Un tempo, infatti, l'anima era tutta alata. Dunque, a questo punto, essa ribolle tutta quanta e palpita. [...]

Quando, dunque, guarda la bellezza di un ragazzo, e riceve le parti che ne procedono e fluiscono e che appunto per questo sono dette "flusso d'amore", l'anima viene irrigata e si riscalda, si riprende dal dolore e si allieta. Quando invece ne è separata e si inaridisce, le bocche dei condotti da cui escono le penne, disseccandosi e chiudendosi, impediscono il germoglio dell'ala. Ma questo, rinchiuso dentro insieme al flusso d'amore, come i polsi che battono, pizzica sui condotti, ciascun germoglio nel condotto che gli è proprio, cosicché l'anima, pungolata tutt'intorno, è presa dall'assillo e dal dolore. Ma avendo di nuovo il ricordo della bellezza, prova gioia.

In seguito alla mescolanza di queste cose, essa prova grande turbamento per la stranezza di ciò che sente e, senza una via d'uscita, delira, e, presa dalla mania, non riesce a dormire di notte, né di giorno può riposare da qualche parte, ma, spinta dalla brama, corre là dove pensa di poter vedere chi possiede la bellezza. E dopo che ha visto ed è stata irrorata dal flusso d'amore, si sciolgono i condotti che prima si erano ostruiti e, ripreso respiro, cessa di avere punture e travagli e nel momento presente gode di un piacere dolcissimo.

 

Platone, da Fedro

grazie ad : annina

Postato da: giacabi a 19:09 | link | commenti
platone, bellezza

VOLANTONE  DI  PASQUA

***

La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche il presente più faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino. La presenza di Cristo non è soltanto una realtà attesa,  ma una vera presenza.

Benedetto XVI

 

Noi diciamo quello che dovrebbe essere  o quello che non va e non  "si parte dall'affermazione che Cristo ha vinto".  Che  Cristo ha vinto, che Cristo è risorto, significa che il senso della mia vita e del mondo è presente, è già presente, e il tempo è l'operazione profonda e misteriosa del suo manifestarsi.

Luigi Giussani

Postato da: giacabi a 18:42 | link | commenti
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sabato, 28 marzo 2009

L’io polverizzato

***

   In un mondo e in una cultura sempre più virtuali, 
l’unità e la continuità dell’io fondato 
sulla coscienza e sui valori appaiono non solo
 pericolanti, ma quasi dimenticati in una
 polverizzazione indistinta in cui tutto è
 interscambiabile con tutto, in una universale 
indifferenza che sbriciola sentimenti, visioni
 del mondo, gerarchia di affetti, il senso stesso
 dell’esperienza. L’IO individuale, scomposto
 e rimesso insieme di continuo come in un videogame,
cerca di salvarsi afferrandosi alle cose; 
si salva nell’inventario di cio' che ha vissuto.” 
 Claudio Magris
da: corrieredellasera
 

Postato da: giacabi a 20:26 | link | commenti
senso religioso

Essere amici, essere fratelli, amare

***

  Un uccello in gabbia in primavera sa perfettamente che 
c’è qualcosa per cui egli è adatto, sa benissimo che
c’è qualcosa da fare, ma che non può fare;
che cos’è? Non se lo ricorda bene, ha delle idee vaghe
 e dice a se stesso:
“Gli altri fanno il nido e i loro piccoli allevano
la covata”,
e batte la testa contro le sbarre della gabbia.
 E la gabbia rimane chiusa
e lui è pazzo di dolore.
“Ecco un fannullone” dice un altro uccello
 che passa di là.
“quello è come uno che vive di rendita.
” Intanto il prigioniero continua a vivere
e non muore, nulla traspare di quello che prova,
 sta bene e il raggio di sole riesce
a rallegrarlo. Ma arriva il tempo della migrazione.
 Accessi di malinconia –
ma i ragazzi che lo curano si dicono che nella sua gabbia
ha tutto ciò che può desiderare – ma lui sta a guardare
 fuori il cielo turgido,
 carico di tempesta e sente la rivolta contro
 la propria fatalità.
E gli uomini si trovano spesso nell’impossibilità
di fare qualcosa, prigionieri di non so quale
 gabbia orribile, orribile,
 spaventosamente orribile.
Non si sa sempre riconoscere che cos’è
che ti rinchiude, che ti mura vivo,
 che sembra sotterrarti, eppure si sentono
non so quali sbarre, quali muri.
 Tutto ciò è fantasia, immaginazione?
Non credo, e poi uno si
chiede:”Mio Dio, durerà molto, durerà per sempre,
 durerà  per l’eternità?”
Sai tu ciò che fa sparire questa prigione?
E’ un affetto profondo,
 serio. Essere amici, essere fratelli,
amare spalanca la prigione per grazia potente.
 Ma chi non riesce ad avere questo
 rimane chiuso nella morte.
Ma dove rinasce la simpatia, lì rinasce
anche la vita.
    
Van Gogh, 1882

Postato da: giacabi a 20:05 | link | commenti (1)
amore, amicizia, van gogh

Frammenti Lirici  Frammento VI

***

Sciorinati giorni dispersi,
cenci all'aria insaziabile:
prementi ore senza uscita,
fanghiglia d'acqua sorgiva:
torpor d'attimi lascivi
fra lo spirito e il senso;
forsennato voler che a libertà
si lancia e ricade,
inseguita locusta tra sterpi;
e superbo disprezzo
e fatica e rimorso e vano intendere:
e rigirìo sul luogo come carte,
per invilire poi, fuggendo il lezzo,
la verità lontano in pigro scorno;
e ritorno, uguale ritorno
dell'indifferente vita,
mentr'echeggia la via
consueti fragori e nelle corti
s'amplian faccende in conosciute voci,
e bello intorno il mondo, par dileggio
all'inarrivabile gloria
al piacer che non so,
e immemore di me epico armeggio
verso conquiste ch'io non griderò.
- Oh-per l'umano divenir possente
certezza ineluttabile del vero,
ordisci, ordisci de' tuoi fili il panno
che saldamente nel tessuto è storia
e nel disegno eternamente è Dio:
ma così, cieco e ignavo,
tra morte e morte vil ritmo fuggente, anch'io
t'avrò fatto; anch'io.
Clemente Rebora

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rebora

venerdì, 27 marzo 2009

Se non lo farò io, chi lo farà?

 ***

 

...No, né le bombe atomiche, né le dittature sanguinarie né le teorie della "moderazione" o della convergenza salveranno la democrazia. Noi, che siamo nati e cresciuti nell'atmosfera del terrore, conosciamo un mezzo solo, i panni del cittadino. C'è una differenza di qualità nel comportamento della massa e del singolo in una situazione estrema. Il popolo, la nazione, la classe, il partito o semplicemente la folla, in una situazione estrema,

vince l’istinto di autoconservazione.

Essa può sacrificare una parte sperando

di salvare il resto, può disgregarsi in

gruppi cercando la salvezza. Ed è proprio

questo a perderla. -Perché proprio

io?- si chiede ognuno nella folla -Da solo

non posso far niente-. E periscono tutti.

Stretto contro il muro, l’uomo riconosce:

“Io sono il popolo, io sono la nazione”.

Non può indietreggiare, e preferisce la

morte fisica a quella spirituale. E, cosa

straordinaria, nel difendere la propria

integrità egli difende il proprio popolo,

la propria classe o partito. Sono questi

uomini a conquistare il diritto alla vita

per la propria comunità, anche se forse

non ci pensano. -Se non lo farò io, chi lo

farà?- si domanda l’uomo stretto al muro.

E salva tutti. Così l’uomo comincia a

costruire il proprio castello.

 V. Bukovskij: Il vento va e poi ritorna

 

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majakovskij, pasternak

SCELGO LA LIBERTÀ

Aleksander Galič

 ***

 

Il mio cuore è un rattoppo,

annebiate son le tempie,

ma io scelgo la libertà:

date fiato a tutte le trombe!

La pazienza viene meno

e tremila rodomonti

affilano le penne

(son coltelli!)

aizzando i loro cani.

Brest e Ungen son sbarrati,

d’ogni parte ben guardati;

mi si aspetta in Occidente,

ma invano mi si aspetta.

Io scelgo la libertà:

non via dalla lotta, ma dentro,

io scelgo la libertà

solamente d’esser me stesso.

Ecco qui la mia libertà,

questo basta, non è chiaro?

Sarà poi affar mio

di cavarmela con lei.

E più dolce delle vostre balle

m’ è l’orgoglio della mia miseria,

la libertà della sbobba,

la libertà a pane e acqua.

Io scelgo la libertà,

le do del “tu” e ci bevo sopra.

Io scelgo la libertà

di Noril’sk e Vorkutà,

dove ancora ronza il knut

come un falcetto sulle erbacce,

dove un giorno mi tapperan la bocca

con uno straccio o una pallottola.

La strada canta meravigliosa,

ogni tappa è come un tempio,

la pallottola è leggera,

pesa solo nove grammi…

Io scelgo la libertà

seppur ruvida e butterata,

e voi – forza! – goccia a goccia

calpestate i vostri schiavi!

Goccia a goccia calpestate

con l’astuzia e le lusinghe,

goccia a goccia forse a Capri

ma a noi un’intera secchiata.

A noi va bene il truogolo

e ci alzeremo senza fare a

rimpiattino,

perché tutti ci ammirino!

Io scelgo la libertà

e, seppiatelo, non sono il solo…

Mi sussurra la libertà:

“Fa’ fagotto, cittadino,

avanti marsch in gattabuia!”

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majakovskij, libertà

Essere famosi non è bello

Borìs Pasternàk

 ***

 

Essere famosi non è bello,

non è così che ci si leva in alto.

Non c’è bisogno di tenere archivi,

di trepidare per i manoscritti.

 

Scopo della creazione è il restituirsi,

non il clamore, non il gran successo.

È vergognoso, non contando nulla,

essere favola in bocca di tutti.

 

Ma occorre vivere senza impostura,

viver così da cattivarsi in fine

l’amore dello spazio, da sentire

il lontano richiamo del futuro.

 

Ed occorre lasciare le lacune

nel destino, non già fra le carte,

annotando sul margine i capitoli

e i luoghi di tutta una vita.

 

Ed occorre tuffarsi nell’ignoto

e nascondere in esso i propri passi,

come si nasconde nella nebbia

un luogo, quando vi discende il buio.

 

Altri, seguendo le tue vive tracce,

faranno la tua strada a palmo a palmo,

ma non sei tu che devi sceverare

dalla vittoria tutte le sconfitte.

 

E non devi recedere d’un solo

briciolo dalla tua persona umana,

ma essere vivo, nient’altro che vivo,

vivo e nient’altro sino alla fine

 

Postato da: giacabi a 20:32 | link | commenti
pasternak

giovedì, 26 marzo 2009

 Il sogno e l' ideale

***

 

Il sogno è dato dal fatto che le esigenze del cuore hanno talmente sete di essere esaudite che, dimenticando la grande presenza tendono a darsi, a immaginare la forma che le esaudirà......

-le esigenze del cuore sono esigenze di felicità;

 -senza la fede, questa certezza di felicità non può essere ragionevole, ma acquista la forma, una forma che le da il cuore stesso, prendendo pretesto da qualche presenza che non è ancora la grande Presenza (l'uomo per la donna, il bambino per la madre, i soldi per chi ama i soldi, l'esito politico per chi fa politica) e questo si chiama sogno; il cuore dell'uomo è tentato dal sogno;

-invece, il cuore dell'uomo è fatto per la felicità. Se riconosce la grande Presenza, se vive la certezza nella grande Presenza, capisce che è dalla grande Presenza che può venire la ragione della certezza che i suoi desideri si attuino; perciò domanda con l'aiuto della grande Presenza di raggiungerli così come essa vi ha dato forma eterna: questa forma si chiama ideale. Cioè, la speranza si traduce in desiderio di sogno o  in desiderio ideale.

Luigi Giussani da "Si può vivere così"pag 193  ed.Rizzoli

La Promessa

           

Johnny lavora in fabbrica,

Billy lavora in città,

Terry lavora in una rock’ n’ roll band

in cerca del sound da un milione di dollari.

Io ho trovato un lavoretto giù a Darlington

ma certe sere non ci vado,

certe sere vado al drive-in,

qualche volta resto a casa.

 

Ho seguito quel sogno

proprio come fanno i ragazzi sullo schermo

e ho guidato una Challenger giù per la Statale 9

tra vie senza uscita e posti malfamati

e quando la promessa è stata infranta,

dei miei sogni ho riscosso le briciole.

 

Beh, mi ero costruito quella Challenger da solo,

ma avevo bisogno di soldi e così l’ho venduta.

Vivevo con un segreto che avrei dovuto tenere per me,

ma una notte mi sono ubriacato e l’ho rivelato.

Per tutta la vita ho combattuto una battaglia

che nessun uomo può vincere.

Ogni giorno diventa sempre più difficile

far vivere il sogno in cui credo.

 

Thunder Road,

oh piccola, avevi così ragione...

Thunder Road,

qualcosa muore sull’autostrada stanotte.

 

Ho vinto una bella somma, una volta, e me la sono spassata,

ma in qualche modo ne ho pagato il duro prezzo.

Dentro mi sentivo come se mi stessi sobbarcando

le anime spezzate di tutti gli sconfitti.

Quando la promessa è infranta continui a vivere

ma qualcosa nel profondo ti è stato rubato;

quando la verità viene rivelata e non fa alcuna differenza,

qualcosa nel tuo cuore si raffredda.

Ho seguito quel sogno

fino alle pianure del sud-ovest

che vanno a morire in locali da due soldi,

e quando la promessa si è spezzata

ero così lontano da casa:

dormivo nel sedile posteriore di una macchina a noleggio

Postato da: giacabi a 08:25 | link | commenti
canti, giussani