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Eccomi

Utente: giacabi

chi sono
Sono un ex vagabondo che ha avuto la grazia, durante il suo vagabondare di incontrare degli amici di Gesù che gli hanno mostrato la Bellezza della vita, quello che il suo cuore da sempre cercava. Ora sono diventato un pellegrino con lo sguardo rivolto alla “Roccia splendente” anche se spesse volte riabbasso lo sguardo verso terra col rischio di perdermi in vicoli ciechi; ma appena rialzo la testa vedo gli amici e la meta, di nuovo la realtà riprende forma e colore.



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domenica, 31 maggio 2009

La contemporaneità di Cristo oggi

è questo fatto di umanità diversa

 ***


«Qual è la prima caratteristica della fede in Cristo? Per Andrea e Giovanni qual è la prima caratteristica della fede che hanno avuto in Gesù?

[...] La prima caratteristica è un fatto! Qual è la prima caratteristica della conoscenza? È l’impatto della coscienza con una realtà».

Il fatto che continua a sfidare ciascuno di noi è il punto di partenza per cui ancora ritorniamo qui quest’anno: il presentimento di una corrispondenza che non possiamo toglierci di dosso, perché è l’imbattersi in una diversità umana:

«L’avvenimento di Cristo diventa presente “ora” in un fenomeno di umanità diversa: un uomo vi si imbatte e vi sorprende un presentimento nuovo di vita [...]. Quest’imbattersi della persona in una diversità umana è qualcosa di semplicissimo, di assolutamente elementare, che viene prima di tutto, di ogni catechesi, riflessione e sviluppo: è qualcosa che non ha bisogno di essere spiegato, ma solo di essere visto, intercettato, che suscita uno stupore, desta una emozione, costituisce un richiamo, muove a seguire, in forza della sua corrispondenza all’attesa strutturale del cuore»

Senza questa contemporaneità della Sua presenza nel fenomeno di una umanità diversa, non sarebbe possibile la fede cristiana. E la contemporaneità

di Cristo oggi è questo fatto di umanità diversa che tanti di voi mi testimoniate –, fatto che sfida la mia ragione e la mia libertà.

Don Carron «DALLA FEDE IL METODO»

Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione maggio 09

 

 

Postato da: giacabi a 22:36 | link | commenti
cristianesimo, giussani, carron

Il rapporto educativo

***


 

Parlare di rapporto educativo possiede signi­ficato soltanto nell'orizzonte del dato di fat­to che quest'uomo, in carne ed ossa, esiste. Il suo esserci è fuori dal dominio dell'educazio­ne. Egli entra nella realtà della vita, portando con sé il suo proprio destino; entra, portandosi dietro le sue leggi costitutive, le sue energie, le sue esigenze. Tutto ciò è lì: dato. Non afferriamo che ne era di noi, «prima» che fossimo. Non ci è possibile immaginare che «dietro» di noi stia un momento, nel quale confiniamo con il nulla. Ma è così.
È un mistero il fatto che ad un certo punto abbiamo cominciato ad essere; come questi uo­mini: proprio noi. Lì ricevemmo in noi la nostra stessa esistenza; possibilità e limiti. E ciò che lì venne alla luce, incominciò a destarsi e a crear­si.

Questa è la nostra fortuna, e la nostra zavor­ra. Tutto quanto si chiama «educazione» signifi­ca in fondo permanere in questo mistero, offren­do il nostro servizio, il nostro aiuto, e ponendo rimedio dov'è necessario. Qui, allo stesso modo, l'educazione trova garanzia e sicurezza.
E dobbiamo poter confidare che questo mon­do abbia spazio per noi; non ci emargini, ma ci consideri «dei suoi». Abbiamo purtroppo occa­sione di dubitarne. Constatiamo l'esistenza di po­teri e forze non positivi né benevoli verso l'uo­mo.  Forze che, quando va bene, non s'interessa­no di noi; e, nel caso opposto, ci strumentalizza­no e rovinano.

Quando ho da educare un uomo, lo guardo attentamente, cerco di comprenderlo; mi chiedo qual è la sua essenza, e se egli è come dovrebbe essere. Dunque, lo sottopongo ad una verifica. E mi prendo la libertà di dire: "Fa' questo! Trala­scia quello!" Quand'egli poi non vi corrisponda, allora: «Hai sbagliato», «Hai agito male», gli dico.
Tuttavia, chiunque voglia educare avverte una volta o l'altra sorger dentro di sé l'interroga­tivo: perché mai hai proprio deciso di educare un'altra persona? Di dove prendi il diritto di scrutare, di giudicare, di esigere? E se l'uomo è persona, con la sua dignità e libertà, perché mai voler dire a quest'uomo, come deve realizzar­si?
Ma la questione va più a fondo: che cosa dun­que significa educare? Di certo, non che un pez­zo di materia inanimata riceva una forma, come la pietra per mano d'uno scultore. Piuttosto,
educare significa che io do a quest'uomo corag­gio verso se stesso. Che gli indico i suoi compiti, ed interpreto il suo cammino - non i miei. Che lo aiuto a conquistare la libertà sua propria.

Devo dunque mettere in moto una storia umana, e personale. Con quali mezzi? Sicura­mente avvalendomi anche di discorsi, esortazio­ni, stimolazioni e «metodi» d'ogni genere. Ma ciò non è ancora il fattore originale. La vita viene destata e accesa solo dalla vita
. La più potente «forza d'educazione» consiste nel fatto che io stesso in prima persona mi protendo in avanti e mi affatico a crescere. È stato da qualche parte detto che gli educatori sono per lo più uomini che non riescono a vincere se stessi e perciò si proiettano addosso agli altri. Che i giudizi più sicuri e le richieste più esigenti provengano spes­so da uomini intimamente perplessi e confusi, è comunque appurato. Sta proprio qui il punto de­cisivo. E proprio il fatto che io lotti per miglio­rarmi ciò che dà credibilità alla mia sollecitudi­ne pedagogica per l'altro.

Ogni uomo possiede una propria configura­zione essenziale, anche l'uomo più comune. Ogni uomo è uscito con un'indelebile impronta dalla mano di Dio. Dobbiamo esserne certi, e di­ventarne coscienti; poiché noi consistiamo in essa.
Tuttavia, non è solo la propria fisionomia ad essere assai significativa per l'uomo.
Non c'è nulla di più importante per la sua intima formazione, del fatto che egli incontri un uomo davve­ro grande, e sperimenti l'influsso della sua figu­ra. Essa s'imprime; opera in lui;feconda; rischia­ra. E, insieme, chiama ad una lotta. Quella gran­dezza viene riconosciuta ed accolta; contempo­raneamente s'accende la battaglia per la propria consistenza personale.
Un tale vivo paragone deve essere profonda­mente familiare alla vita dell'uomo. Del suo spri­gionarsi è responsabile l'incontro, in un qualche momento, con una grande figura d'uomo. L'in­contro con quanto si chiama «grandezza natura­le»; e
con quella soprannaturale, un santo cioè, vale a dire un uomo che non solo è umanamente grande, ma nel quale hanno preso forma anche la ricchezza e la pienezza di Dio.

L'uomo deve offrire a tale figura ecceziona­le la propria dedizione; seguirla; lasciarsi pla­smare da lei. In principio, forse copiando; poi in modo più maturo, più profondamente. Quella figura deve entrare nello spirito e nel cuore, ed operare da dentro. Allora, e con amore pieno, si ridesta la difesa contro il predominio dell'estraneo. E, lentamente, nel resistere balza di nuovo allo scoperto la propria essenza: «Per
quanto ti voglia bene, pure io non sono te; devo affermare me stesso per quello che sono».

1           Romano Guardini Persona e libertà

Grazie a: http://www.culturacattolica.it/

 

 

Postato da: giacabi a 08:21 | link | commenti
educazione, guardini

venerdì, 29 maggio 2009

 Il terremoto fa crollare       "i muri"

***

 

grazie a :Definitivo.it

Postato da: giacabi a 21:56 | link | commenti
amore

giovedì, 28 maggio 2009

  Se manca l’umano

***

Ciò che manca oggi tra noi non è la Presenza (siamo circondati da segni, da testimoni!); manca l’umano. Se l’umanità non è in gioco, il cammino della conoscenza si ferma. Amici, non manca la Presenza, manca il percorso, manca che noi ci decidiamo a fare tutto il percorso della fede come ci è stato annunciato, perché da questa situazione, da questo contesto in cui ci troviamo a vivere la fede (che incide su di noi molto più di quanto ne siamo consapevoli), noi non possiamo venire fuori automaticamente, scaldando la sedia, senza un lavoro. «È una schiavitù da cui non ci si libera automaticamente, ci si libera con una ascesi [...]:l’ascesi è una applicazione che l’uomo fa delle sue energie in un lavoro su se stesso, intelligenza e volontà».

L’esperienza fatta in questi anni ci rende consapevoli che non basta

ripetere certe frasi di don Giussani – riducendo così la sua persona a uncatalogo di discorsi – o partecipare a momenti belli. Occorre impegnarsi seriamente in un cammino, in un lavoro, e la sfida davanti a cui ci troviamo è se prendere sul serio o no la proposta che ci ha rivolto don Giussani.

Smettiamola di prenderci in giro! Pochi luoghi nella Chiesa di Dio

hanno avuto il coraggio di accettare la sfida dei tempi moderni come ha fatto l’esperienza nata da don Giussani. Ma noi tante volte la riduciamo a una serie di iniziative, a partecipare a certi gesti, però senza fare un cammino umano, cioè della ragione e della libertà: l’abbiamo presa un po’ “sportivamente”, quasi non veramente consapevoli della situazione

drammatica in cui ci troviamo, che invece chiede tutto l’impegno della persona nella verifica. Proprio lui ce l’aveva predetto già tanti anni fa: «Se il movimento non è un’avventura per sé e non è il fenomeno d’un allargarsi del cuore, allora diventa il partito [...] che può essere

sovraccarico di progetti [che non mancano tra di noi], ma nel quale la singola persona è destinata a rimanere sempre più tragicamente sola [insieme,ma sola!] e individualisticamente  definita».

Don Carron «DALLA FEDE IL METODO»

Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione maggio 09

Postato da: giacabi a 22:28 | link | commenti
carron

  Se manca l’umano

***

Lettera scritta da un giovane di fronte al suicidio di un suo compagno di lotta

 

«Anni fa pensavamo che la rivoluzione fosse lì dietro l'angolo ad attenderci cortese e sorridente. Si avanzava spediti verso lo "scontro decisivo". Ma molti "scontri decisivi" passavano e tutto pareva rimanere immutato. Quel piccolo ritardo, irrilevante sul calendario della storia, diventava la misura di un fallimento. In contrasto con questa "esasperante lentezza", la nostra vita, quella sì, correva veloce e senza intoppi: ti toglieva la giovinezza, ti spingeva ad un lavoro che non c'era o in ogni caso quasi sempre ad un lavoro schifoso... Egli è morto anche perché siamo stati "disumani" tutti noi, Roberto incluso, vittime di un certo modo di fare politica. Disumano è stato mandare allo sbaraglio i compagni davanti alle fabbriche; è stato il modo con cui si sono trattati i compagni "silenziosi" che non parlavano quasi mai alle riunioni, gli "stupidi" perché quando parlavano dicevano (male) due o tre volte cose che parevano banali; disumani sono stati i piccoli e grandi leaders depositari del sapere e del potere; disumani sono stati i rapporti ai cancelli con gli operai che per noi erano di volta in volta o fonti di notizie, o lettori dei nostri volantini, o persone a cui spiegare la rivoluzione. Quanti sono i compagni persi per strada, allontanati da questo modo di fare? Chi ricorda i loro volti, chi ha mai conosciuto la loro storia? Chi li ha aiutati a crescere politicamente,o ad ambientarsi in sede?  Roberto è morto ed è sciocco e retorico dire ora frasi del tipo "lotteremo anche per lui", “lo avremo sempre al nostro fianco"; è cinico affermare che bisogna fare che Roberto non sia morto invano; significherebbe trovare a questa morte orrenda una giustificazione a posteriori. Ma tra i tanti motivi che ci spingono a modificare il nostro comportamento politico e personale, c'è anche il desiderio che nessun compagno sia costretto più ad andarsene cosi: c'è il desiderio che tra la nostra splendida teoria piena di futuri paesi delle meraviglie e la nostra "squallida" pratica quotidiana non si lasci più aperto un varco cosi grande dove un uomo possa perdersi.              Ivrea, settembre 1977».

(Da Care campagne, cari_compagni. Lettere a Lotta Continua, Coop. Giornale Lotta Continua, Roma 1977)

Postato da: giacabi a 14:51 | link | commenti
comunismo

mercoledì, 27 maggio 2009

Evoluzione: Fatto o Credo?

***

 http://www.pd.astro.it/othersites/altrimondi/prot02_083/Evoluzione-file/origine2.jpg

 

 

    Clicca  per questo bellissimo  video

 

 

 grazie a: rapyna

Postato da: giacabi a 19:54 | link | commenti (1)
evoluzionismo

Le circostanze

***


Per noi le circostanze non sono neutre, non sonocose che capitano senza alcun senso; cioè non sono cose soltanto da sopportare, da subire stoicamente.

Attraverso queste circostanze il Mistero ci vuole ridestare da questa anestesia, educarci alla consapevolezza di noi stessi, alla nostra verità,

ci ridesta alla coscienza per cui siamo fatti, non ci lascia andare verso il niente senza preoccuparsi di noi, per una passione per la nostra vita che

è il segno più potente della tenerezza di Dio per noi.

Per chi ha ricevuto l’annuncio cristiano – «il Mistero si è incarnato in un uomo» – ogni circostanza è l’occasione in cui ciascuno mostra la sua posizione davanti a questo annuncio, a questo fatto poi scopriamo che nella realtà noi

ci muoviamo secondo un’altra logica.

Per questo, dal modo con cui noi affrontiamo le circostanze da cui siamo sfidati, noi affermiamo qual è la nostra appartenenza.

 Cioè, noi diciamo a noi stessi qual è la nostra cultura, che cosa e chi amiamo di più e abbiamo di più caro, nel modo in cui noi affrontiamo le circostanze.

È davanti alle vere sfide del vivere che si pone in evidenza la consistenza di una posizione culturale,la sua capacità di reggere davanti a tutto, anche davanti al terremoto.

 

 

Postato da: giacabi a 14:53 | link | commenti
carron

domenica, 24 maggio 2009

Europa multietnica 

***


 L'inchiesta di Giulio Meotti - IL FOGLIO

12 maggio 2009

Chiese convertite in moschee, l’islam prima religione ad Amsterdam, segregazione e sharia di stato. Il multiculti olandese è morto. Bolkestein: “Mi chiamarono razzista, oggi è realtà”. Ecco perché Wilders ha successo

Giulio Meotti è stato due settimane in Olanda, paese multietnico all’avanguardia nella collisione fra l’islam e la democrazia occidentale. La sua è un’inchiesta sul successo di Geert Wilders e il tramonto del multiculturalismo. Questa è la prima puntata. Seguiranno una giornata con gli amici di Theo van Gogh; un racconto su Rotterdam, la città di Pim Fortuyn; l’incontro con una fotografa iraniana a cui gli ayatollah danno la caccia; un clamoroso caso di autocensura sull’antisemitismo islamico e un’intervista con un accademico sotto protezione perché condannato a morte dai fondamentalisti islamici.

Al numero 114 di Jan Hanzenstraat c’è il cuore della moderna schizofrenia olandese. E’ lì che si trova la moschea el Tawheed, “il Monoteismo”, una delle più popolari in città. Un luogo unico al mondo, che soltanto in Olanda potrebbe esistere. Siamo nel quartiere operaio di Old West, che qui chiamano “South Bronx”. Una scritta in perfetto olandese invita a rispettare la privacy. Al di là della strada un coffeshop serve droghe leggere e graffiti di donne nude con bocche da fellatio adornano le mura attorno. Accanto alle ragazzine in t-shirt passano donne musulmane in burqa e chador. La moschea, di proprietà saudita, divenne nota il 2 novembre 2004 quando Mohammed Bouyeri, un giovane islamista che frequentava il luogo di preghiera, tagliò la gola al regista Theo van Gogh, discendente del fratello del celebre pittore Vincent. Qui pregava Samir Azzouz, condannato a otto anni per aver progettato l’assassinio di Geert Wilders, politico antiislamico che ha buone possibilità di vittoria alle prossime elezioni europee. L’imam è un egiziano che gestisce un ristorante dall’altra parte della strada e la moschea offre lezioni in olandese per i molti convertiti all’islam dalla pelle bianca. Ma anche prima che Bouyeri tagliasse “come una pagnotta” la gola a Van Gogh, la moschea era assurta alle cronache per aver venduto libri che giustificano l’uccisione degli omosessuali e la lapidazione delle adultere. E’ una delle moschee che Wilders vorrebbe chiudere.

“Il fallimento del multiculturalismo è l’incontro fatale fra la perdita di Dio e la globalizzazione”, ci spiega Jos de Beus, filosofo della politica all’università di Amsterdam, laburista. Dati dell’ufficio centrale delle diocesi olandesi dicono che fra il 1973 e il 2002 oltre 240 chiese cattoliche sono state riconvertite in moschee, palestre o showroom. La chiesa protestante il Seminatore di Amsterdam oggi è la moschea Fatih. L’ultimo caso nel giorno di Pasqua, un mese fa, quando a Groningen una chiesa protestante è stata convertita in moschea. Il simbolo dell’ipersecolarismo è Oude Kerk, la più celebre chiesa di Amsterdam, risalente al XIII secolo, l’edificio più antico della capitale olandese. Di fronte ha molte vetrine di prostitute. La chiesa serve per esposizioni e può essere affittata per cene di gala. Davanti c’è il Sexyland che offre “Live Fuck Shows” (sesso dal vivo), l’High Time Coffeshop per le droghe leggere e l’Erotic Supermarket per i dildos, i peni artificiali venduti ovunque in città. Davanti alla chiesa un monumento: “Rispetto per le lavoratrici del sesso di tutto il mondo”. Costa sette euro visitare la chiesa che domina il quartiere. In una vetrina di oggettistica porno c’è una statua di bronzo con un energumeno che lecca una vagina. A pochi metri da qui però ci sono negozi di islamici in cui le donne non possono entrare. Siamo ad Amsterdam, dove l’islam è la prima religione. E i minorenni musulmani sono già maggioranza.

“La vera domanda è perché è così facile integrare negli Stati Uniti e falliamo in Europa?”, dice Frits Bolkestein, teorico liberale e commissario europeo sotto Romano Prodi, accogliendoci nella sua casa sul fiume Amstel. Diciotto anni fa, quando sul giornale Volkskrant uscì un suo articolo sull’islam, Bolkestein fu tacciato di razzismo e accusato di essere un mercante di paure. Era profetico, ma all’epoca non si parlava di islam, stava crollando l’Unione sovietica, l’economia olandese non era mai cresciuta tanto quanto in quegli anni, si stava facendo la storia delle multinazionali, nasceva la Endemol del Grande fratello, l’ottanta per cento della popolazione aveva un lavoro fisso e la seconda generazione di musulmani da Marocco, Turchia e Indonesia stava facendo grandi passi in avanti. Poi, fra il 2002 e il 2004, due omicidi legati all’islam misero fine a quel sogno sinistro e dolciastro.

Le uccisioni di Pim Fortuyn e Theo van Gogh furono i casi di violenza politica più clamorosa dai tempi di Jan e Cornelius de Witt, i due amici di Spinoza fatti a pezzi dalla folla. Ma accadeva tre secoli fa. Questo è l’unico angolo d’Europa dove non si scatenarono pogrom, dove Rembrandt dipingeva un Gesù con i tratti dell’ebreo sefardita, dove Spinoza diventava profeta di ateismo e Marx indagò le radici del capitalismo. Ma quel paese non esiste più e le città olandesi si stanno trasformando in ghetti etnici a cielo aperto.
Oggi uno dei biglietti da visita più diffusi è questo: “Nome: Geert Wilders. Peccato: derisione dell’islam. Punizione: decapitazione. Ricompensa: paradiso”.
Due omicidi multiculturali sarebbero bastati a vendicare Bolkestein. Ma l’ex eurocommissario ha dalla sua anche le statistiche
. Entro sei anni la regione che comprende Amsterdam, l’Aia, Rotterdam e Utrecht sarà a maggioranza islamica. Intorno all’islam e al crollo del multiculturalismo è in corso una guerra che sta cambiando il volto dell’unico paese in cui Voltaire e Spinoza pubblicarono i loro scritti e Locke mise mano alla “Lettera sulla tolleranza”. E’ il paese con il più progressista sistema di diritti civili al mondo, ma per certi versi è quanto di più vicino agli stati americani della segregazione razziale.

Alla scuola Rietlanden/8th Montessori di Amsterdam ci sono due ingressi, uno per gli olandesi nativi e uno per gli immigrati. La misura servirebbe a una migliore integrazione. E’ lo stesso governo ad ammettere che “un terzo delle scuole promuove la segregazione”. 680 istituti scolastici nel paese sono oggi composti in maggioranza da un gruppo etnico omogeneo. Uno studio dell’Open Society Institute parla di “quartieri concentrazionari” per il dieci per cento delle quattro più grandi città. Il trenta per cento dei musulmani olandesi vuole la sharia nei Paesi Bassi in una società-apartheid dove l’80 per cento dei figli di immigrati ancora oggi continua a “importare” le mogli dai paesi di origine, come Turchia e Marocco. La segregazione tra uomo e donna è finanziata anche dallo stato. A Utrecht il comune nel 2008 ha speso dieci milioni di euro per manifestazioni pro islam in cui gli uomini e le donne sono separate. La piscina Den Hommel ogni lunedì sera offre lezioni per soli uomini musulmani. Nella moschea Omar al Farouk ci sono due ingressi nell’ufficio informazioni del comune: uno per gli uomini e uno per le donne. La sharia è suffragata in nome della non discriminazione. Il Dutch Committee for Equal Treatment, una sorta di orwelliana commissione per l’eguaglianza, ha stabilito che un’insegnante di fede islamica può rifiutarsi di stringere la mano di un uomo. Come quando un celebre imam radicale, poco dopo l’omicidio di Van Gogh, si rifiutò di stringere la mano del ministro dell’Integrazione Rita Verdonk. Quella manina appesa nel vuoto divenne il simbolo dell’Olanda.
Per il quinto anno consecutivo, l’emigrazione dall’Olanda ha superato l’immigrazione. L’Olanda è l’unico paese europeo che sta facendo esperienza ell’emigrazione. 

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L'Europa fra qualche decennio

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Un'analisi lucida e terribile quella di Giulio Meotti sul FOGLIO di oggi 10/06/2006. Ecco l'Europa come potrà essere fra qualche decennio.

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Stoccolma è tappezzata da una t-shirt  di moda fra i giovani musulmani: 2030 – Poi prendiamo il controllo". Si  guarda alla Svezia come in un caleidoscopio, in cerca del futuro dell’Europa, ruotando i tre specchi nel tubo. Quella Svezia che l’imam Adly Abu Hajar ha definito "il miglior stato islamico", dove ogni tre giorni si registra un attacco antisemita e si vive attaccati al respiratore della "folkhemmet", la mitologia del welfare che ha sostituito l’idea di patria dopo averla uccisa. Un mese fa la più grande organizzazione islamica ha chiesto leggi separate per i musulmani, l’impegno del governo a costruire una moschea in ogni città, paese, sobborgo e la presenza degli imam nelle scuole pubbliche. A Stoccolma, Göteborg e Malmö, prima città europea già a maggioranza islamica, le comunità ebraiche sono costrette a spendere un quarto del budget in misure di sicurezza. Due studentesse sono state espulse perché portavano la bandiera svedese legata allo zaino. Quel gesto, ha detto il preside, avrebbe offeso "i non svedesi". stesso avviene in Olanda e in Inghilterra, dove cresce l’ostilità alla croce rossa di San Giorgio. Definita "piena di sangue" dai musulmani, la bandiera è scomparsa da un gate di Heathrow, dai taxi di Blackpool e Cheltenham e dalla stazione dei pompieri di Barking. A Hyllie, vicino Malmö, in una scuola pubblica si insegna solo in arabo. Il ministro della Giustizia svedese, Göran Lambertz, di fronte alla violenza antisemita detto che l’incitamento alla "morte degli ebrei" fa parte del dibattito in medio oriente. Vicende sepolte in una cronaca glaciale come la Scandinavia e che disvela l’islamizzazione di una provincia lontana, austera, ma che riguarda molti altri stati europei…

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Autore: Giulio Meotti
Titolo: «L'Europa che non alza la testa»

Postato da: giacabi a 20:51 | link | commenti
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  Ragionatore e ragionevole

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La distinzione dei due aggettivi ragionatore e ragionevole basterebbe a indicarci la divergenza. "Ragionatore" è anche colui che fa uso errato della ragione, e che, o per una debolezza del pensiero, o per una falsa sottigliezza, o  per vendicarsi di una smentita, o per mettere in scacco l'esperienza o l'evidenza, sostituisce alla verità, con il gioco del ragionamento, la parvenza della ragione. AI contrario "ragionevole" designa colui che sottomette la propria ragione all'esperienza, e in particolare chi, nell'ordine della condotta e della morale, non cerca tanto di costruire un sistema per giustificarsi, quanta piuttosto di trovare la misura della verità, proporzionata alla condizione umana.

Si potrebbe dire che il ragionatore è colui che sottomette la ragione al suo desiderio; si può anche dire che nel ragionatore la ragione prende se stessa per fine: ama se più che non ami la verità alla quale pretende però di essere vincolata essenzialmente. E come se civettasse con se stessa.

Nella persona ragionevole, invece, la ragione non si conosce, non ha coscienza di esercitarsi. É completamente presa dalla preoccupazione di rettificarsi: per questo nel "ragionatore" la ragione fa molto uso del ragionamento, mentre nel "ragionevole" il ragionamento è sottomesso a una specie di istinto di realtà che non può sempre fornire le proprie prove, dato che il ragionamento non interviene che come mezzo di esposizione e di controllo.

Jean Guitton

da:L’arte nuova di pensare ed.San Paolo

Postato da: giacabi a 17:37 | link | commenti
ragione, guitton

MEMENTO THEO

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 IL FOGLIO  29 ottobre 2005

Un anno fa in Olanda l'assassinio del regista Van Gogh. Storia del "porco infedele" trasformato in bacheca coranica

Giulio Meotti

“Tempi sciagurati quando dei pazzi fanno da guide a ciechi” (Re Lear, IV, 1).

Avevano sognato di vivere nel miglior mondo possibile. Stavano solo dormendo. L’economia non era cresciuta tanto quanto negli ultimi vent’anni, il settantaquattro per cento della popolazione aveva un lavoro fisso, lo stato sociale era un letto caldo, la seconda generazione di immigrati stava facendo grandi passi in avanti. Tutte le tappe dell’agenda multiculturale erano state rispettate. I giovani marocchini parlavano un perfetto olandese, erano i figli benvoluti della patria di ugonotti, libertari, apostati, artisti, puttane e capitalisti corsari.
Tutto era libero, ma di una libertà diventata camicia di forza. Solo il tempo in Olanda restava pessimo.
Allegramente accettarono la morte di Dio. Nel 1989 più del cinquanta per cento della popolazione olandese non faceva parte di alcuna confessione. Molte chiese furono demolite per mancanza di fedeli. La più celebre, quella di S. Vincentius di Amsterdam, trasformata in moschea. Confessionali, banchi, crocifissi, candelabri, tutto venne messo in fretta all’asta. Fra il 1970 e il 1985 i cattolici olandesi diminuirono del settanta per cento. Ad Eindhoven una chiesa venne convertita in ritrovo per ragazzi. Altre in palestre, piscine e negozi di mobili. Quella che fu la chiesa protestante del Seminatore oggi è la principale moschea di Amsterdam, Fatih.
Negli ultimi trent’anni hanno cambiato proprietà più di 250 edifici cattolici, luterani e calvinisti. La chiesa domenicana di Haarlem è stata demolita. Il monastero domenicano di Nijmegen è stato abbandonato nel 2004 e oggi è un ospizio. La Mansion Maria-Louise di Eversweg è diventata un garage. 40 mila libri del monastero dell’Assunzione di Louisaweg sono stati venduti al chilo. Nel settembre del 2004 la storica Katholieke Universiteit di Nijmegen ha cambiato nome in Radboud University. Non aveva più senso riferirsi al cattolicesimo. A L’Aja la comunità ebraica ha venduto ai musulmani una sinagoga del XVIII secolo.
Durante la Riforma le pareti affrescate della cattedrale cattolica di Den Bosch furono ricoperte da uno spesso intonaco bianco. Un restauro successivo portò alla luce la figura della Madonna. Le era stato graffiato tutto il viso sino a renderla senza volto. E’ in un’Olanda senza volto che è stato compiuto l’assassinio di Theo van Gogh, sgozzato ritualmente il 2 novembre 2004. Ian Buruma, Christopher Caldwell e Mark Steyn sono convinti che per impedirle di marcire del tutto bisognerebbe metterla sotto ghiaccio. Quella che conosciamo scomparirà, lasciando solo i sintomi. Poi anche quelli e più niente. Come le chiese svendute all’asta.
Le proiezioni demografiche sono impressionanti. Entro il 2015 la regione che comprende Amsterdam, l’Aja, Rotterdam e Utrecht sarà a maggioranza islamica. Altri dicono che nel 2020 lo sarà il settanta per cento. I musulmani minorenni sono già oggi maggioranza ad Amsterdam e Rotterdam. Ad Amsterdam accanto ai bordelli (sono 30mila le “sex workers” unite in sindacato), ai coffee- shop dell’Era marijuana-lsd-thc-cocainametadrina e ai manifesti con le bocche da fellatio ci sono decine di locali frequentati dai musulmani in cui le donne non possono entrare. Secondo il New York Times sarebbero migliaia gli olandesi con le valigie pronti a partire entro la fine dell’anno. Nel 2004 lo hanno fatto in 40mila. Aveva capito questo Theo van Gogh, gli olandesi sono rassegnati a una necessaria assenza. E a diventare dhimmi tollerati di una Tebaide capovolta.

Il “grosso grasso lurido maiale” la mattina del 2 novembre di un anno fa è diventato una bacheca coranica. La sua morte è stata la notte di San Bartolomeo della libertà europea. L’Olanda che conoscevamo non esisteva già più. Era stato il solo paese in cui Voltaire e l’ebreo apostata Spinoza riuscirono a pubblicare i loro scritti. Oggi uno dei suoi biglietti da visita più diffusi è simile a questo, indirizzato al leader della destra:
“Nome: Geert Wilders. Professione: idolatra. Peccato: derisione dell’islam. Punizione: decapitazione. Ricompensa: paradiso”.
Theo aveva rifiutato la scorta anche dopo la morte dell’amico Pim Fortuyn: “Chi vorrebbe uccidere lo scemo del villaggio? Il proiettile non arriverà per me. Se deve accadere accadrà”. Ne arrivarono nove, fra un “pietà” e un “non lo fare”. Poi quei trenta centimetri di lama per completare il rituale salafita. Era dal 1997 che i musulmani olandesi lo minacciavano di morte. Theo aveva smascherato l’ipocrisia e circonciso il multiculturalismo attraverso invettive, litanie, smorfie e grotteschi. Cosa significava per lui multiculturalismo? “Che il soggetto della storia deve essere rimosso dal curriculum scolastico e sostituito con un orientamento mondiale; che dobbiamo fornire un trattamento preferenziale alle ‘scuole dei neri’, in modo che gli olandesi capiscano che i loro bambini sono inferiori; che bisogna balbettare sull’educazione in un unico linguaggio ed essere sicuri che la legge sia indebolita, così da dare l’impressione agli stranieri che qui l’impunità è la norma”.

Poche settimane prima di morire disse che “la polizia non ha interesse a difendere gli olandesi attaccati da una minoranza aggressiva. Sospetto che il nostro sindaco sia un incorreggibile cinico e un mercenario opportunista. Non c’è Atene senza Sparta o Roma senza i barbari. E’ possibile che l’occidente libero perda la guerra delle idee”.
Sei mesi prima di quella tragica mattina: “Vent’anni fa nel mondo civilizzato girava un film. In quel film la fede cristiana era totalmente ridicolizzata. C’era un figlio di Dio imbroglione inchiodato alla croce mentre cantava. Lo stesso tipo di film sui travagli di Allah non potrebbe essere girato oggi. Grazie al nostro multiculturalismo. Ma non penso che sono autorizzato a dirlo”. Solo lui aveva avuto il coraggio di girare quel film per denunciare lo schiavismo islamista. Ma la sua Olanda non lo avrebbe ascoltato nemmeno da morto. Avrebbe invece sfoggiato tutto il suo femminismo perbenista anche ai funerali dell’ex regina Giuliana, celebrati nel marzo scorso da un donna dei Rimostranti, la corrente più liberal di un protestantesimo in via di estinzione.
Al funerale di Theo gli olandesi alzarono decine di cartelli: “Grazie a trent’anni di politica da struzzo, l’Olanda è malata terminale – Sotto i nazisti venivi ucciso se criticavi. Sta succedendo di nuovo”. Lui solo si era offerto per dire quello che tutti pensavano: “Se qualcosa caratterizza l’‘identità olandese’ questa è la mancanza di rispetto di sé, che si esprime nella paura di essere definiti ‘razzisti’ o ‘discriminatori’. La libertà di parola è l’unica cosa che può salvare i liberi cittadini dai barbari. Lasciamo che gli imam restino i pigmei che sono, non facciamone dei martiri. Il giorno in cui il ministro Roger van Boxtel sarà giustiziato dagli imam, allora cominceremo a capire cosa significa ‘dialogo’ per Allah”. Pochi minuti dopo la sua morte anche un timoroso speaker del Parlamento, Josiah van Arisen, disse: “Il Jihad è arrivato in Olanda”. Il regista obeso lo diceva da quattro anni. Doveva morire per suonare la sveglia all’intérieur borghese olandese. In vita era solo lo scemo invitato ai talk show per far ridere.

“Reazionario duro a morire”, come gli piaceva definirsi, Van Gogh era un funambolo dalla passione fanatica, un istrione eclettico con la vocazione da ventriloquo, un genio surrealista in t-shirt che ballava il tip tap sulle note del Corano. Anche se era più un pornografo con uno strepitoso senso dell’assedio, come per ogni oracolo la sua colpa doveva essere fabbricata in gran fretta per l’innocenza di chi si sentiva colpevole. La sinistra parlamentare e la grande stampa olandese lo dipinsero come un “insetto immondo, vile, crudele, egoista” (Dostoevskij, “I demoni”). Un noto settimanale italiano confinò la notizia della sua esecuzione nella sezione “spettacoli”. “Un poeta è il combinarsi di uno strumento e di un essere umano in un’unica persona”, scriveva Josif Brodskij su Marina Cvetaeva. Theo era un poeta del corpo, lo ostentava, si vestiva da imam, davanti ai burqa tirava fuori il perizoma.
Duecentomila persone si ritrovarono davanti a un grande schermo per seguire la cerimonia privata della cremazione al cimitero De Nieuwe Ooster. Fu trasmessa dalla catena televisiva Nederland 2. “No alla sottomissione al fondamentalismo”, scandirono molti. Qualcuno sfogliava il quotidiano liberale The Volkskrant: “Combattenti per il jihad educati sotto i nostri nasi”. La cerimonia si aprì da un assolo di violino. Prese la parola la madre di Theo, bionda e altera, capace come il figlio di far ridere e commuovere a un tempo. “Siamo qui insieme perché nostro figlio è morto, ucciso. Io temo per il futuro”. Usò le parole di Van Randwijk, il poeta della Resistenza olandese:
“Un popolo che cede ai tiranni perderà più del proprio corpo e dei propri beni”.
Il corpo del “lurido maiale” era composto in una bara bianca coperta da un manto di fiori. Nella Pythagorasstraat, dove Theo abitava, le bandiere rimasero a mezz’asta, un onore che per legge doveva essere tributato solo alla regina. I suoi amici più intimi scrissero una lettera ironica a Mohammed Bouyeri, il suo assassino: “Non ci rendevamo conto di aver urtato così la vostra sensibilità. Ma abbiamo imparato la lezione! Potresti darci alcune regole severe su quel che possiamo e non possiamo dire? Faremo di tutto per capire meglio le vostre convinzioni religiose. Se tu ti trovi in questa situazione difficile, di sicuro è anche colpa nostra. Speriamo che in questa lettera non ci siano cose che potrebbero offendere te o i tuoi correligionari. Bene, ragazzo, tieni duro, cerca di rilassarti, domani è un altro giorno. Forza e arrivederci”.
L’uomo era una fogna di difetti, ma si sa, “anche i cani di razza hanno le pulci” (Heine). Theo era arrogante, indolente, cinico e candido, feticista e adolescenziale, radicale e libertario, generoso con gli amici e vendicativo con i nemici, polemista di razza con un talento estremo, regista di cortometraggi che non ebbe pazienza per girare un capolavoro (ha lavorato con Roman Polanski), fumatore incallito, consumatore di cocaina e amante di vini costosi. I nazisti gli uccisero un cugino. A Theo, nato e cresciuto socialista e che negli anni Ottanta si era allontanato definitivamente dalla sinistra olandese (“la mafia politicamente corretta”), restava solo il pessimismo sul futuro della democrazia.
Prima di morire ha scritto: “Gli stivali nazisti sono di nuovo in marcia, ma stavolta vestono nei caffettani e si nascondono dietro le loro barbe”. E ancora: “C’è stato detto che dovevamo essere degli olandesi tolleranti, che dovevamo adattarci alle tenebre islamiche medievali, a coloro che odiavano la libertà dell’individuo, che avevano fatto dell’Occidente libero il falò del mondo intero. E’ come avere un ospite che sta lentamente rilevando la tua casa”. Aveva chiamato “ruffiano del Profeta” il capo della European Arab League, Dyab Abou JahJah.
In “America America”, Theo scrive che “fu l’America, il più affascinante esperimento della storia, a prevenire che Hitler unificasse l’Europa nel millenario Reich, fu l’America che vinse la Guerra fredda per tutti noi. L’esperto di islam
Bernard Lewis predisse la rivoluzione di Khomeini e non fu creduto. Oggi che ha più di novant’anni dice che l’Europa avrà una maggioranza islamica in dieci anni. Se Lewis ha ragione, come io credo, ci sono buone ragioni per emigrare nella terra del McDonald’s... tutto l'articolo

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sabato, 23 maggio 2009

  L’amore

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Si deve intendere per amore quella tendenza che ci spinge a donarci a un altro diverso da noi, a godere della sua felicità e del suo bene, a immaginare, come dice Descartes, un « tutto di cui noi siamo soltanto una parte mentre la cosa amata ne e l'altra »? O si deve al contrario intendere, come si sarebbe portati a credere leggendo i romanzi d'appendice o vivendo in mezzo alla gente della strada, che amore sia l'inclinazione propria dell'istinto vitale?

E, senza andare sul terreno del sesso, si deve chiamare amore quell'impulso che ci porta a godere degli esseri o, al contrario, quello che ci spinge a sacrificarci per essi?

Gli antichi teologi avevano risposto a questo problema distinguendo due amori, e utilizzando quindi due parole: parole conosciutissime e che hanno finito per passare nell'u-so corrente.

C'e anzitutto l'amore di concupiscenza, cioè l'amore che prende per fine il proprio interesse, che cerca il godimento più che la gioia; e quando si applica non a una cosa ma a una persona, non ama veramente l'altro, ma ama se stesso attraverso la relazione con l'altro. Questa deviazione dell'amore non e mai così percettibile come quando l'essere amato parla ai nostri sensi, e per questo la parola concupiscenza ha finito per designare di preferire l'appetito sregolato dei beni sensibili. Ma questa maniera di amare per se, può ritrovarsi in tutti i generi di attaccamento, e può alterare i più nobili affetti. Cosi, una madre può amare la figlia per le gioie che questa le procura, per la compagnia che le tiene, e perciò si opporrà ad ogni sua sistemazione. La concupiscenza si e insediata nell'amore materno e al posto suo. Un credente può amare Dio per se e non per Iddio, per godere egoisticamente del suo trionfo visibile, per averlo protettore nelle proprie imprese e vendicatore; e se questi beni vengono a mancare, per esempio in tempo di persecuzione o di desolazione interiore, allora cesserà di credere in Dio. Perche amava il bene proprio sotto il nome di Dio.

Amare per benevolenza, diceva Leibniz, è godere della felicità altrui. E quindi fissare il proprio centro nella felicità. di un altro. L'amore, in questo senso, è generosità. É dono. Siamo sul cammino di quella che si chiama carità.

Ma colui che si ama nel primo senso e di quell'amore detto amor proprio, può dire veramente che si ama? E qui il tragico della nostra condizione. L'impulso che ci induce ad appagare noi stessi, se fosse spinto al mondo, ci trascinerebbe alla rovina.

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Jean Guitton

da:L’arte nuova di pensare ed.San Paolo

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