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Eccomi

Utente: giacabi

chi sono
Sono un ex vagabondo che ha avuto la grazia, durante il suo vagabondare di incontrare degli amici di Gesù che gli hanno mostrato la Bellezza della vita, quello che il suo cuore da sempre cercava. Ora sono diventato un pellegrino con lo sguardo rivolto alla “Roccia splendente” anche se spesse volte riabbasso lo sguardo verso terra col rischio di perdermi in vicoli ciechi; ma appena rialzo la testa vedo gli amici e la meta, di nuovo la realtà riprende forma e colore.



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domenica, 28 giugno 2009

BARCELLONA Guarda chi si vede alla Sagrada Familia: Bono Vox

***

di Paolo Perego

26/06/2009 - Il leader degli U2 in visita alla cattedrale catalana. A fargli da guida, Etsuro Sotoo e un gruppetto di amici. Cronaca di un pomeriggio fuori dall'ordinario

Etsuro e Bono sotto la cupola della Sagrada.

Etsuro e Bono sotto la cupola della Sagrada.

Barcellona, prima domenica d’estate. Tra le navate della Sagrada Familia cammina un gruppetto di persone. A guidarle c’è un personaggio che i lettori di Tracce conoscono bene: Etsuro Sotoo, lo scultore e architetto giapponese che ha consacrato la vita a proseguire l’opera di Gaudí. Ma la sorpresa gli cammina a fianco, camicia jeans e occhiali da sole a lente ampia. Quelli che porta anche quando sale sul palco, davanti a migliaia di persone. Il nome? Paul David Hewson. Ma il mondo lo conosce come Bono Vox, voce e leader degli U2.
Che cosa ci faceva una delle rockstar più famose di tutti i tempi in mezzo alle colonne del tempio catalano con un gruppo di amici di Sotoo?
Pochi giorni prima John Waters, giornalista irlandese, aveva accettato di fare da tramite per invitare l’amico cantante: Bono si sarebbe trovato già a Barcellona per il concerto di apertura del tour europeo - che porterà gli U2 anche a Milano il 7 e 8 luglio -, magari poteva essere un’occasione per incontrarlo. «Si può fare. Ma la settimana prima del concerto del 30», risponde l’assistente di Bono agli spagnoli che chiamano per una conferma.
Così ecco un piccolo gruppetto di amici con Sotoo ad aspettare all’appuntamento la rockstar: «Non ci credevamo, finché non è arrivato davvero», racconta Diego Giordani, responsabile della comunità di Cl di Barcellona. Bono è con un amico d’infanzia, Gavin Friday, un altro artista. La visita comincia. «
Ci aspettavamo una star, e invece è arrivato un uomo vero. Pieno di domande, di stupore, capace di lasciarsi sorprendere e toccare da quello che vede», racconta ancora Giordani. Il dialogo con Sotoo è serrato. Bono è curioso, lui che proprio alla Sagrada si è ispirato per le scenografie del suo concerto, come ha detto in un’intervista tv pochi giorni prima: «Gaudí ha progettato un luogo per l’adorazione. E la musica è adorazione. A volte di Dio, a volte della persona che ami, a volte della gente che ti sta attorno...». Il giapponese spiega, indica, racconta di Gaudí. Bono lo incalza tra le guglie: «Barcellona è la città del surrealismo... Miró, Dalí. In questi c’è un dinamismo che ritrovo nel realismo di Gaudí. Qual è l’origine di questo realismo?». Sotoo indica il gruppetto di amici: «Qualcosa che accomuna tutti noi: la fede». Bono ha un sussulto e sorride: «Hey man...». Accidenti. «Da lì in poi è come se si fosse sentito più tranquillo, come a casa», cerca di spiegare Giordani. La visita prosegue, tra spiegazioni di Etsuro e domande di Bono, che richiama l’amico ad ascoltare bene le parole del giapponese: un dialogo fitto, su Creazione, Trinità, Incarnazione, con l’irlandese che colpisce tutti citando a memoria il vangelo di Giovanni. Poi si ferma a guardare la cupola: «Vorrei essere toccato da tutta questa bellezza», e fa prendere per mano tutti e li fa pregare in cerchio. E ancora, quando scendono nella cripta: davanti alla tomba di Gaudí, Bono intona Amazing Grace: «Grazia straordinaria, com’è dolce l’annuncio che ha salvato un miserabile come me...».
Si risale, sono passate più di due ore. Bono si rivolge ancora una vota a Etsuro: «C’è una frase che amo di un filosofo che non amo: Nietzsche. “Perché una cosa diventi grande ha bisogno di una grande obbedienza nella stessa direzione”». E la stessa cosa la dice Sotoo: «Per capire Gaudí occorre guardare ciò che Gaudí guardava, stare dove Gaudí stava, e questo luogo è la fede».
Poi i saluti, e il regalo (una copia di The Religious Sense) e Bono abbraccia uno a uno i suoi compagni di questo straordinario pomeriggio: «Vi aspetto al concerto».

 da : http://tracce.it/

Postato da: giacabi a 22:41 | link | commenti
gaudi

Arcipelago Gulag in Romania:

ciò che nessuno aveva mai raccontato

La testimonianza è di pochi giorni fa. È stata letta in Vaticano da un prete greco-cattolico che è stato sedici anni nelle prigioni comuniste. Ai limiti dell´immaginabile

di Sandro Magister                                    

***




 


ROMA - Due libri, due opposte fortune. Mercoledì 24 marzo, in un hotel romano di lusso, il portavoce vaticano Joaquín Navarro-Valls ha presentato alla stampa di tutto il mondo l´ultimo libro di papa Karol Wojtyla, il racconto autobiografico dei suoi anni di vescovo di Cracovia. Intitolato "Alzatevi, andiamo", edito da Mondadori, tradotto in numerose lingue, il libro ha il successo assicurato. Il suo semplice annuncio ha avuto un´enorme copertura mediatica.

Immeritatamente trascurata e clandestina, invece, si prospetta la vita di un altro libro presentato 24 ore prima, martedì 23 marzo, nella sala stampa vaticana.

Il volume ha per titolo: "Fede e martirio. Le Chiese orientali cattoliche nell´Europa del Novecento". Raccoglie gli atti di un convegno di storici tenuto in Vaticano nel 1998 sulle persecuzioni delle Chiese dell´est. È stato stampato nel 2003 dall´Editrice Vaticana. Ma nelle librerie è praticamente introvabile. Persino lo scaffale virtuale di Amazon.com lo ignora.

Eppure questo è un libro decisamente fuori dell´ordinario. E ancor più lo è stata la sua presentazione, anch´essa passata sotto immeritato silenzio.

Per capirlo, basta leggere il testo riprodotto qui sotto, letto dal suo autore proprio durante la presentazione del volume, in Vaticano. L´autore è un anziano sacerdote della Chiesa greco-cattolica di Romania che ha passato sedici anni nelle prigioni comuniste. Il racconto della sua prigionia è concretissimo e insieme spirituale. Un po´ Solgenitsin, un po´ atti dei martiri. Tra mistero d´iniquità spinto ai limiti dell´immaginabile e Grazia. Con la "Santa Provvidenza" che opera per le mani inconsapevoli degli aguzzini.

In tempi in cui il martirio è parola abusata, applicata anche agli "shahid" islamisti che si fanno esplodere per fare strage, questa è una testimonianza che aiuta a restituir verità. Assolutamente da non perdere.


da: http://chiesa.espresso.repubblica.it/

 

 

 

 

 

"Ma è più grande il Cielo sopra di noi"

di Tertulian Ioan Langa



Il mio nome è Tertulian Langa e della mia vita sono ben 82 gli anni che non ho più. Di questi, 16 regalati alle prigioni comuniste.

A 24 anni, nel 1946, ero un giovane assistente alla facoltà di filosofia dell´università di Bucarest. Le truppe russe avevano occupato quasi un terzo della Romania e mi fu intimato, come membro del corpo insegnante, di iscrivermi d´urgenza al sindacato manipolato dal partito comunista, imposto al potere dai blindati sovietici.

Già allora ero pienamente attestato sul fermo atteggiamento magisteriale che la Chiesa cattolica aveva adottato contro il comunismo, dichiarato male intrinseco. Quindi non c´era posto nella mia coscienza per un compromesso. Rinunciai alla carriera universitaria e mi ritirai in campagna come operaio agricolo; ma non fu sufficiente, poiché ero conosciuto, già alla facoltà, come militante cattolico e anticomunista. Velocemente fu improvvisato a mio carico un dossier accusatorio; e visto che le accuse si fondavano su fatti che il codice penale dell´epoca ancora non incriminava (rapporti con i vescovi, con la nunziatura, apostolato laico), il mio dossier fu assimilato a quello dei grandi industriali. Dopo gli interrogatori accompagnati da atroci trattamenti, il procuratore dichiarò con perfetta logica comunista: "Nel dossier dell´accusato non si trova nessuna prova sulla sua colpevolezza; ma chiediamo ugualmente il massimo della pena: 15 anni di lavori forzati. Poiché, se non fosse colpevole, non si troverebbe qui". Obiettai: "Ma non è possibile che mi condanniate senza avere nessuna prova!". E lui: "Non è possibile? Guarda come è possibile: 20 anni di lavori forzati per aver protestato contro la giustizia del popolo". E questa fu la sentenza.

Ciò avveniva quando la Chiesa greco-cattolica di Romania ancora non era stata messa fuori legge. Si dava per scontato che il mio arresto e le torture sarebbero riuscite a trasformarmi in uno strumento a favore della futura incriminazione di vescovi e preti della Chiesa greco-cattolica e della nunziatura.

Degli interrogatori e della mia prigionia nei campi di sterminio comunisti riferisco soltanto alcuni momenti.

Sono stato arrestato a Blaj, nell´ufficio del vescovo Ioan Suciu, allora amministratore apostolico della metropolia greco-cattolica di Romania e futuro martire. Mi ero presentato a lui, al capo della nostra Chiesa, per chiedere lumi alla Santa Provvidenza, poiché il mio padre spirituale, monsignor Vladimir Ghika, altro futuro martire, era all´epoca nascosto. Mi era stata offerta da qualcuno la possibilità di partire per l´estero. Trattandosi di un passo importante, non volevo compierlo senza confrontarlo con la volontà di Dio. E la risposta arrivò: il mio arresto. Capivo che avrei passato la mia vita nelle prigioni create dal regime comunista, ma ero sereno: seguivo il percorso della Santa Provvidenza.


LA VERGA DI FERRO



Ricordo il giovedì santo dell´anno 1948.
Da due settimane, ogni giorno, mi percuotevano con un ferro sulla pianta dei piedi, attraverso gli scarponi: dei fulmini mi percorrevano la spina dorsale e mi esplodevano nel cervello, senza però che mi fosse rivolta alcuna domanda. Mi preparavano col ferro per farmi arrivare più morbido all´interrogatorio. Legato mani e piedi e appeso con la testa in giù, i miei carcerieri mi infilavano in bocca un calzino, già lungamente passato negli scarponi e nella bocca di altri beneficiari dell´umanesimo socialista. Il calzino era diventato lo strumento antirumore grazie al quale si impediva al suono di oltrepassare il luogo dell´interrogatorio. D´altra parte, era praticamente impossibile emettere un solo gemito. Per di più, mi ero autobloccato psicologicamente: non ero più capace di gridare o di muovermi. I miei torturatori interpretavano questo atteggiamento come fanatismo da parte mia. E continuavano sempre più accaniti, alternandosi nel torturarmi. Notte dopo notte, giorno dopo giorno. Non mi domandavano nulla, poiché non era la risposta ciò che li interessava, ma l´annientamento della persona, fatto che tardava ad avverarsi. E come si prolungava lo sforzo di annientare la mia volontà, di ottenebrare il mio pensiero, si prolungava indefinitamente la tortura. Gli scarponi maciullati mi caddero dai piedi, pezzo dopo pezzo.

In quella notte del giovedì santo, in una chiesa vicina, si celebrava l´ufficio liturgico, accompagnato come da un pianto di campane spaventate. Trasalii. Gesù avrà sentito il mio grido soffocato, quando, non so come, urlai da quell´inferno: "Gesù! Gesù!". Fuoruscito attraverso il calzino, il mio grido non fu compreso dagli aguzzini. Trattandosi del primo suono che udivano da me, si dichiararono contenti, sicuri d´avermi piegato. Mi trascinarono con la coperta fino alla cella, dove svenni. Al mio risveglio, davanti a me stava l´inquisitore, con in mano una risma di carta: "Ti sei ostinato, bandito, ma non uscirai di qui finché non avrai tirato fuori tutto ciò che tieni nascosto dentro. Hai 500 fogli. Scrivi tutto ciò che hai vissuto: tutto su tua madre, su tuo padre, sulle sorelle, i fratelli, i cognati, i parenti, i compagni, i conoscenti, i vescovi, i sacerdoti, i religiosi, le religiosi, i politici, i professori, i vicini e i banditi come te. Non ti fermare finché non avrai finito la carta". Ma non scrissi nulla. Non per chissà quale fanatismo, ma perché non ne avevo la forza: anche la mente mi sembrava svuotata.


LA LUPA


Dopo quattro giorni, lo stesso individuo: "Hai finito di scrivere?". Vedendo che i fogli non erano stati toccati, disse: "Se così stanno le cose, spogliati! Ti voglio vedere come Adamo nel paradiso". Passarono così altri giorni, vissuti a pelle nuda sul pavimento: conforto tipico del socialismo umano. Un altro individuo mi si presentò dopo un po´ di tempo davanti alla porta: "Vediamo, cosa c´è allora sulla carta? Nulla? Sempre ostinato! Guarda che abbiamo anche altri metodi". Dopo di che uscì. Ritornò accompagnato da un cane lupo enorme, con le zanne minacciose, in vista. "La vedi? È Diana, la cagna eroina, alla quale hanno sparato i tuoi banditi sulle montagne. Ti insegnerà lei cosa devi fare.
Comincia a correre!". E io: "Come a correre? In una stanza di soli tre metri?". Nella stanza c´era anche una lampadina di 300 watt, troppo per una stanza di soli tre metri per due, fissata non in alto ma sul muro, a livello del viso. "Corri!". La lupa, ringhiando, stava pronta ad attaccare. Corsi per sei, sette ore, ma di ciò mi resi conto soltanto verso l´alba, vedendo la luce farsi strada nella cella e sentendo movimenti nell´edificio. Ogni tanto quel tale faceva uscire la lupa per i bisogni. A me non era concesso. Quando cominciai a perdere l´equilibrio e accennavo a fermarmi, la lupa vigilante, come a un comando, mi ficcava le sue zanne nella spalla, nella nuca e nel braccio.

Ho corso sotto i suoi occhi e le sue zanne per 39 ore senza interruzione. Alla fine crollai e la lupa si lanciò su di me. Mi azzannò al collo, senza però strozzarmi. Sulla fronte e sugli occhi sentii scorrere qualcosa di caldo e bruciante, capii che la bestia mi orinava sul viso. Ed è dalle
parole dei miei carnefici che seppi d´aver corso per 39 ore. "Questo lo possiamo mandare alla maratona di Rio! Che resistenza, la bestia fascista!". Ma vedendo che nemmeno la maratona era riuscita a convincermi a rilasciare una dichiarazione sui vescovi e la nunziatura, o su qualche compagno ricercato, ritennero utile passare a un altro metodo di convincimento: il sacchetto di sabbia.


IL SACCHETTO DI SABBIA


Il giorno dopo, in un ufficio, mi legarono mani e piedi a una sedia, davanti a un tavolo con un sacchetto sopra. Dietro di me c´era un aguzzino impalato e muto. A una scrivania, nell´angolo, un individuo calvo con una barbetta da caprone, che voleva rassomigliare a Lenin. Muto anche lui, fece un segno muovendo la testa. Il mio boia capì il comando.
Impugnò il sacchetto e me lo picchiò in testa con ritmo, accompagnando ogni colpo con la parola: "Parla!". Decine di volte, centinaia di volte, non so, magari migliaia: "Parla!". Ma nessuno mi chiedeva alcunché. Soltanto una voce cavernosa, monotona, mi ficcava nel cervello l´idea imperativa di dire, di rispondere a ogni domanda sottoposta alla mia coscienza dall´organo inquisitore. Non mi fu difficile decifrare la satanica idea di voler sottomettere la mia volontà. Dopo circa venti colpi, cominciai ad applicare il principio morale "age contra", fa il contrario, dicendo tra me ad ogni colpo: "Non parlo!". Decine di volte, centinaia di volte. Con l´autosuggestione avevo impiantato in me lo stereotipo "Non parlo!", col rischio di diventare io stesso schiavo di quell´unico modo di esprimermi. In effetti fu così: da allora in poi, automaticamente, a ogni domanda che mi veniva rivolta, non importa su quale argomento, io rispondevo: "Non parlo!". Mi ci volle un anno intero di sforzi mentali per liberarmi da questo sinistro riflesso automatico.


VENTOTTO CENTIMETRI


Come soggetto privo di valore e interesse negli interrogatori
, fui trasferito nella prigione sotterranea della zona paludosa di Jilava, a 8 metri sotto terra, che era stata costruita un tempo a difesa della capitale, ma era allora completamente inutilizzabile a causa delle forti infiltrazioni d´acqua. Nulla e nessuno vi resisteva tranne l´uomo, il più alto tesoro del materialismo storico. Nelle celle di Jilava, i poveri uomini facevano l´esperienza delle sardine: però non nell´olio, ma nel succo proprio, fatto di sudori, di orine e di acque di infiltrazione, che scorrevano senza sosta sui muri. Lo spazio era sfruttato nel modo più scientifico: due metri di lunghezza e ventotto centimetri di larghezza per ciascuna persona stesa a terra, sul fianco. Alcuni, i più anziani, stavano stesi su tavole di legno, senza lenzuola o coperte. A contatto col legno erano l´osso omerale e la parte esterna del ginocchio e della caviglia. Stavamo sulla punta delle ossa, per occupare uno spazio minimo. La mano non poteva appoggiarsi che sull´anca o sulla spalla del vicino. Non resistevamo così più di mezz´ora; poi tutti, al comando, poiché non era possibile separatamente e uno dopo l´altro, ci voltavamo sull´altro fianco. La catasta di corpi stipati, così disposti, aveva due livelli, come in un letto a castello. Ma al di sotto di questi c´era un terzo livello, dove i detenuti giacevano direttamente sul cemento. Sul cemento i vapori di condensa del respiro dei settanta uomini, assieme alle acque di infiltrazione e all´orina che fuorusciva dalle latrine, formavano una miscela viscosa in cui nuotavano i malcapitati. Al centro della cella-tomba di Jilava troneggiava un recipiente metallico, di circa settanta-ottanta litri, per l´orina e le feci di settanta uomini. Non aveva coperchio e l´odore e il liquido traboccavano abbondantemente. Per raggiungerlo, dovevi passare per il "filtro", vale a dire per un controllo severo applicato a pelle nuda, controllo nel quale veniva sottoposto ad esame l´intero organismo e ogni suo orifizio.


IL "FILTRO"



Con una bacchetta di legno ci raspavano in bocca, sotto la lingua e le gengive, nel caso in cui noi banditi avessimo lì nascosto qualcosa. La stessa bacchetta ci perforava le narici, le orecchie, l´ano, sotto i testicoli, rimanendo sempre la stessa, rigorosamente la stessa per tutti, come segno d´egualitarismo. Le finestre di Jilava non erano fatte per dare luce, ma per ostacolarla, poiché tutte erano accuratamente chiuse da tavole di legno inchiodate.
La mancanza d´aria era tale che per respirare, tre per volta, ci avvicendavamo a turni, pancia in giù, con la bocca accanto allo spiraglio della porta, posizione in cui contavamo sessanta respiri, affinché poi anche altri compagni potessero riprendersi dallo svenimento e dalla carenza d´ossigeno.
Contribuivamo così, a nostro modo, all´edificazione del più umano sistema del mondo. Sapevano queste cose Churchill e Roosevelt, quando, con un colpo di penna, sul tavolo della vergogna di Teheran, stabilirono che noi rumeni dovessimo finire macinati dalle fauci del Moloch orientale rosso e facessimo da cordone di sicurezza per la loro comodità? E la Santa Sede poteva forse immaginare qualcosa?


NUDI NEL GELO



Da Jilava, dopo lunghi anni di profanazioni umane, fummo trasferiti, catene ai piedi, al carcere di massimo isolamento, chiamato Zarka, padiglione del terrore della prigione di Aiud. L´accoglienza si svolse secondo lo stesso rituale sinistro, diabolico, di profanazione dell´uomo creato dall´amore di Dio. La stessa raspatura, gli stessi stivali tremendi che ci si ficcavano nelle costole, nella pancia e nei reni. Nonostante ciò, notammo una differenza: non eravamo più sottoposti al regime di conserva in orine, sudori, condensa e carenza d´ossigeno, ma
fummo sottoposti a una intensa cura di ossigenazione a pelle nuda e nel gelo, bandito dopo bandito (da intendere ministri, generali, professori universitari, scienziati, poeti) compreso me, che non ero nulla tranne che un "Non parlo!" gigante, una ferma e umile fiducia nella Grazia che mi avrebbe fatto superare la prova.

Tutti dovevamo sparire, come nemici del popolo. Altrimenti, come avrebbe potuto farsi avanti il tanto proclamato "Uomo nuovo sovietico"? La cella in cui ero stato introdotto non conteneva nulla: né letto, né coperta, né lenzuolo, né cuscino, né tavolo, né sedia, né stuoia e nemmeno finestre. Soltanto sbarre di acciaio e io, come tutti gli altri, da solo nella cella: mi meravigliavo di me stesso, vestito con la sola pelle e coperto dal freddo.

Era la fine di novembre. Il freddo si faceva sempre più penetrante, come uno scomodo compagno di cella. Dopo circa tre giorni, dalla porta violentemente sbattuta mi furono gettati dei pantaloni logori, una camicia con maniche corte, mutande, una divisa a strisce e un paio di scarponi consumati, senza lacci, senza calzini. Nulla da mettere in testa. E in più una specie di latrina, un misero recipiente di circa quattro litri. Mi vestii come un razzo. Congelati, il quarto giorno ci contarono. Al posto del nome mi diedero un numero: K-1700, l´anno in cui la Chiesa della Transilvania si riunì con Roma. All´anagrafe, ero già ucciso. Sopravvivevo solo come numero statistico. Arrivò poi il brodo, servito con un mestolo da 125 grammi: un fluido allungato prodotto dalla bollitura di farina di mais. Come pranzo ci fu distribuita una minestra di fagioli, nella quale potei contare all´incirca otto, nove chicchi, con parecchie bucce vuote, senza contenuto. Per la cena, ci portarono del te con una crosta di pane bruciato. Dopo una settimana, i fagioli furono sostituiti da un passato di crusche, nel quale contai quattordici chicchi. Di tanto in tanto, i fagioli si alternavano con il passato di crusche. Vivevamo con meno di quanto si dà a una gallina.


CAMMINARE O MORIRE


Per sopravvivere al freddo, eravamo costretti a muoverci continuamente, a far ginnastica. Nel momento in cui cadevamo stremati dalla stanchezza e dalla fame, precipitavamo nel sonno; un sonno brevissimo, giacché il freddo era tagliente. Da un tale sonno mi svegliò un giorno una voce proveniente dall´altra parte del muro: "Qui professor Tomescu. Chi sei ?". Era un ex ministro della sanità che, udito il mio nome, così proseguì: "Ho sentito parlare di te.
Ascoltami attentamente: siamo stati portati qui per essere sterminati. Non collaboreremo mai con loro. Ma chi non cammina muore, e quindi diventa un collaboratore. Trasmettilo agli altri: chi si ferma, muore. Camminare senza sosta!". Il padiglione, immerso nel silenzio lugubre della morte, risuonava sotto i nostri scarponi senza lacci. Eravamo animati dalla misteriosa volontà di un popolo di rimanere nella storia e dalla vocazione della Chiesa di restare viva. Ci fermavamo dal camminare solamente intorno alle 12,30, per una mezz´ora, quando il sole si fermava avaro per noi nell´angolo della stanza. Là, rannicchiato col sole sul viso, rubavo un fiocco di sonno e un raggio di speranza. Quando il sole mi abbandonava anche lui, sentivo però di non essere abbandonato dalla Grazia. Sapevo di dover sopravvivere. Camminavo, dicendomi come in un ritornello, sillabando: "Non voglio morire! Non voglio morire!". E non sono morto! A ogni passo cadenzavo nella mente una preghiera, componevo litanie, recitavo versetti di salmi.
Continuammo a camminare così, per non inciampare nella morte, diciassette settimane. Chi non aveva più la forza o la volontà di muoversi, moriva. Degli 80 uomini entrati nella Zarka, appena 30 sopravvissero. La sbarre di ferro, piano piano, si rivestivano di brina, formatasi dagli aliti di vita del nostro respiro, brillante abito di passaggio verso il cielo.


MA TUTTO È GRAZIA


Credetti fortemente, più volte, che sarei arrivato fino ai margini della notte. Ma avevo ancora una lunga strada da percorrere. Arrivato poi, anni dopo, in ciò che immaginavo dovesse essere la libertà, costatai che non era in realtà che un nuovo modo di essere della notte, che il gelo tra la Chiesa greco-cattolica e la gerarchia della Chiesa sorella ortodossa non si lasciava sciogliere ancora; che le nostre chiese continuavano ad essere confiscate, e il gregge diminuiva sempre di più, ucciso dalle promesse. Ma anche Cristo Signore ha vinto soltanto quando ha potuto pronunciare con l´ultimo respiro: "Consummatum est", tutto è compiuto.

Non ho scritto molto di queste mie drammatiche esperienze. Chi può credere a ciò che sembra incredibile? Chi può credere che le leggi fisiche possono essere superate dalla volontà?
E se dovessi raccontare i miracoli che ho vissuto? Non sarebbero considerati delle fantasmagorie? Sopporterei più difficilmente questa incredulità che non altri anni di prigione. Ma nemmeno Gesù è stato creduto da tutti coloro che l´hanno visto: "Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui" (Gv 6,66).

Nulla avviene per caso nella vita. Ogni attimo che il Signore ci concede è gravido della Grazia - impazienza benevola di Dio - e della nostra volontà di rispondergli o di rifiutarlo. Spetta a ciascuno di noi non ridurre tutto a un semplice racconto duro, feroce, incredibile, e capire invece che la Grazia accolta non frena l´uomo, ma lo porta oltre le sue aspettative e forze. Questa testimonianza spero di cuore che apra una finestra di Cielo. Perché è più grande il Cielo sopra di noi che non la terra sotto i nostri piedi.

Postato da: giacabi a 21:00 | link | commenti
comunismo, testimonianza

Il corpo delle donne

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ho trovato questo bellissimo filmato  che fa capire come oggi la donna è ridotta ad oggetto

 

grazie a : ciellino.blogspot.com/

Postato da: giacabi a 09:11 | link | commenti
imbecillità giovanile

Il gruppo di fraternità

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"La fraternità, il gruppo di fraternità, è una trama di rapporti, non una seconda scuola di comunità. Può capitare questo: che uno si raduna, ma poi quando gli si domanda:«Ma  con chi condividi la tua vita?» non c’è risposta. Il gruppo di fraternità non è un raduno in più: è questa trama di rapporti che sostiene la vita. Se non è questo, non serve a niente, perché non abbiamo bisogno di un raduno in più, ma di una trama rapporti che ci accompagni nella vita, che ci sostenga nella vita, con cui condividere la vita, con cui condividere i bisogni. È questa trama di rapporti non è per risparmiarmi il dramma del mio rapporto con il Mistero (non voglio che nessuno mi risparmi il dramma di dire «Tu» a Cristo ogni mattina, voglio dirlo io), ma per destare in continuazione questo dramma. Perché senza un luogo cosi, una trama di rapporti così, il Mistero rimane estraneo e vince la mentalità moderna dove il Mistero è estraneo e tutta la speranza delude. Abbiamo bisogno di un luogo così, perché altrimenti la nostra compagnia diventa utopia, cioè tante volte l’immagine  che abbiamo della compagnia è quella di un luogo che meccanicamente ci risparmi il dramma di vivere, invece di destarlo in continuazione.

Abbiamo bisogno…. di un luogo, di una trama di rapporti che desti  continuamente il desiderio, che ci metta in moto, perché l’incontro con Cristo si manifesta proprio nel destarsi del desiderio, che dà allo stesso tempo una impossibile serenità. Altrimenti aspettiamo tutto dal meccanicismo della compagnia, contro la quale il don Gius dice di lottare. Accade così che la compagnia diventa qualcosa di schiavizzante."

Don Carron Esercizi di fraternità Rimini 2005

Postato da: giacabi a 07:53 | link | commenti (1)
chiesa, carron

sabato, 27 giugno 2009

La comunità cristiana

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"La comunità cristiana è un continuo miracolo dello Spirito divino, una continua dimostrazione della sua presenza e della sua opera diretta; ne è, anzi, la dimostrazione più toccante per chi è sensibile a ciò che è veramente grande ed elevato."

Mohler

Postato da: giacabi a 20:03 | link | commenti
chiesa

Il desiderio dell’uomo

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visto all'origine l'essere umano assomiglia a una ferita che non può rinchiudersi

Maria Zambrano

Postato da: giacabi a 08:23 | link | commenti
desiderio, zambrano

La dittatura del desiderio

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“Il mondo nuovo si annuncia così, con la dittatura del desiderio, la sua trasformazione in diritto, con l’intrusività onnipotente della tecnica, che forgia la cultura e impone la sua falsa coscienza o ideologia, e parole come terapia, autodeterminazione della donna, diritto a un figlio sano, decostruzione della famiglia e del matrimonio trionfano senza antidoti, senza discussione vera, senza esame razionale. Chi vuole verificare il mondo nuovo, illuminarne i significati, commisurarli alla realtà finita dell’umanità o all’infinità del divino, nel caso dei credenti, è considerato oscurantista. La devozione moderna trionfa dovunque, senza il limite del confronto razionale, e tende a farsi dottrina, conformismo di massa”

G. Ferrara su “Il Foglio”, 17.01 .2005

Questa concentrazione di nuovi poteri si giustifica da sé in nome dei diritti, che sono l'assoluto contenuto nell'estremo relativismo: un diritto stabilito da una maggioranza è di per sé giusto, basta a se stesso. Chi lo contesta è un cattivo teologo, un prete reazionario, uno strano animale laico e miscredente infervorato dal fanatismo delle guerre culturali. Tutta gente da evitare. In fondo, ci spiegano, si tratta di minoranze, di comportamenti e autorizzazioni che riguardano pochi, se proprio volete potete continuare a vivere all'antica, non si sa per quanto tempo, anche nel mondo nuovo. Non c'è ideologia, ci spiegano, non c'è attacco alla tradizione ed emancipazione dalla natura, ma eguaglianza di diritti emancipata dal criterio del giusto e dell'ingiusto, del buono e del cattivo: criteri vecchi, inservibili, bandiere abusate dell'assolutismo morale che il mondo liberale respinge a buon diritto. Anche gli antibiotici ci emancipano dalla natura. Dunque: che volete? I diritti di morte e di vita del mondo nuovo sono come la penicillina.

Tutte le cose qui elencate, e molte altre che lascio inesplorate, si vogliono fare, dunque si possono fare; si possono fare, dunque si vogliono fare. Per la prima volta, da laico, formulo una preghiera, ma ho già le labbra secche e so che non sarà esaudita: Benedetto XVI, aiutaci tu. "

G. Ferrara su “Il Foglio”, 25.04.2005

Postato da: giacabi a 07:42 | link | commenti
ferrara, desiderio

Giudicare attraverso l’esperienza

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"sembra più facile convincere gli uomini a comportarsi nel modo più impensabile ed oltraggioso, piuttosto che convincerli ad imparare dall’ esperienza, a pensare e giudicare veramente, invece di applicare automaticamente categorie e formule pre-costituite nella nostra testa, che pur essendo coerenti sono oramai desuete ed inadeguate rispetto agli eventi che accadono realmente”

Hannah Arendt Responsabilità e giudizio, Einaudi Editore, Torino, 2004.

 

Postato da: giacabi a 07:33 | link | commenti
esperienza, arendt

La passione di essere

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"sotto le passioni altre passioni più fondamentali si nascondono, e al di sotto di tutte, la passione di essere. La lunga passione che obbliga l’uomo a essere …..quasi fosse il prolungamento di un Dio che lo ha creato per questo.

Maria Zambrano da Persona e democrazia, Mondadori

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senso religioso, zambrano

venerdì, 26 giugno 2009

Il catechismo della carne

*** Pigi Colognesi  

venerdì 26 giugno 2009

Consiglio vivamente la lettura dell’ultimo saggio di Timothy Verdon, Il catechismo della carne (Cantagalli 2009). Lo studioso di storia dell’arte cristiana, americano di origine ma residente in Italia da quarant’anni, offre in tre densi capitoli notevoli spunti per comprendere non solo le caratteristiche di una espressione artistica che accompagna la civiltà occidentale da due millenni (e senza della quale quella stessa civiltà risulta meno comprensibile), ma anche la natura stessa del fatto cristiano che a quell’espressione artistica ha dato origine. E la natura del cristianesimo è quella di essere «incarnazionale», cioè fondato sull’accadere di un evento compiutamente «fisico»: l’incarnazione, appunto, di Dio in un corpo umano. Pertanto esso è valorizzatore di ogni «carne», quella dell’uomo, e di ogni «materia», quella del cosmo che circonda l’essere umano. Entrambi sono «chiamati a salvezza», cioè destinati ad una definitiva bellezza, pur dovendo ancora nel tempo dibattersi in quelle che san Paolo chiama «le doglie del parto».

Lascio al lettore il gusto e la soddisfazione di ripercorrere con Verdon l’evolversi della carnalissima arte cristiana, dal superamento della corporeità eroica dell’arte greco-romana all’approfondimento teologico e simbolico del medio evo, dalla rivoluzione affettiva di san Francesco alla reinvenzione del modello classico nel rinascimento, dal dramma barocco alle sue degenerazioni, fino alla strana afasia sul corpo di molta arte sacra contemporanea.

Mi voglio, invece, soffermare su una delle opere analizzate nel volume. Si tratta del michelangiolesco Tondo Pitti, conservato al Bergello di Firenze. Scrive Verdon (che anni fa ha dedicato un saggio a Michelangelo teologo): «Il tondo rappresenta Maria, seduta su un blocco di marmo mentre mostra un libro aperto al bambino Gesù, il quale vi appoggia il braccio destro. Alle spalle di Maria, l’altro bambino che guarda verso Cristo è san Giovanni Battista, sovente raffigurato nell’arte fiorentina in quanto patrono cittadino. Ma l’intuizione teologica principale del tondo è comunicata in un altro particolare: il braccio di Gesù poggiante sul grande libro tenuto da Maria, che comunica l’idea di un’antica cultura “incarnata” nel Verbo fattosi bambino». Perché si tratta di una grande intuizione teologica? Appunto perché il cristianesimo non è una «religione del libro», l’incontro con esso non avviene per riflessione su una teoria e il suo mantenersi nella storia non si realizza perché uno stuolo di scribi commenta e chiosa le parole scritte di una dottrina del passato. Quel braccino di un sorridente bambino è «la vittoria della carne umana sulla parola scritta».

Maria è pensosa, dice Verdon, perché rappresenta tutta l’umanità nel suo sforzo, intenso e un po’ triste, di comprendere il mistero dell’esistenza. E come può farlo? Leggendo un libro, cioè paragonandosi con il meglio che il suo lungo cammino e diuturno sforzo ha saputo produrre e tramandare. «Ma, al posto delle parole, Dio le ha dato il suo Verbo come figlio in carne ed ossa».

Maria, però, è anche la Chiesa. Tra i suoi figli non è mai escluso il pericolo di comportarsi come scribi, sottili interpreti di un libro, dotti esegeti di una teoria, ripetitori di un discorso. Ma il braccio un po’ insolente di quel bambino posato sul libro sta a ricordare che «solo lo stupore conosce» e che l’unico «catechismo» convincente è quello «della carne».

 da: ilsussidiario.net

Postato da: giacabi a 21:53 | link | commenti
cristianesimo

martedì, 23 giugno 2009

Il pensiero dominante

***

Dolcissimo, possente

Dominator di mia profonda mente;

Terribile, ma caro

Dono del ciel; consorte

Ai lugubri miei giorni,

Pensier che innanzi a me sì spesso torni.

 

Di tua natura arcana

Chi non favella? il suo poter fra noi

Chi non sentì? Pur sempre

Che in dir gli effetti suoi

Le umane lingue il sentir proprio sprona,

Par novo ad ascoltar ciò ch'ei ragiona.

 

Come solinga e' fatta

La mente mia d'allora

Che tu quivi prendesti a far dimora!

Ratto d'intorno intorno al par del lampo

Gli altri pensieri miei

Tutti si dileguar. Siccome torre

Il solitario campo,

Tu stai solo, gigante, in mezzo a lei.

 

Che divenute son, fuor di te solo,

Tutte l'opre terrene,

Tutta intera la vita al guardo mio!

Che intollerabil noia

Gli ozi, i commerci usati,

E di vano piacer la vana speme,

Allato a quella gioia,

Gioia celeste che da te mi viene!

 

Come da' nudi sassi

Dello scabro Apennino

A un campo verde che da lontan sorrida

Volge gli occhi bramoso il pellegrino;

Tal io dal secco ed aspro

Mondano conversar vogliosamente,

Quasi in lieto giardino, a te ritorno,

E ristora i miei sensi il tuo soggiorno.

 

Quasi incredibil parmi

Che la vita infelice e il mondo sciocco

Già per gran tempo assai

Senza te sopportai;

Quasi intender non posso

Come d'altri desiri,

Fuor ch'a te somiglianti, altri sospiri.

 

Giammai d'allor che in pria

Questa vita che sia per prova intesa,

Timor di morte non mi strinse il petto.

Oggi mi pare un gioco

Quella che il mondo inetto,

Talor lodando, ognora abborre e trema,

Necessitade estrema;

E se periglio appar, con un sorriso

Le sue minacce a contemplar m'affiso.

 

Sempre i codardi, e l'alme

Ingenerose abbiette

Ebbi in dispregio. Or punge ogni atto indegno

Subito i sensi miei;

Move l'alma ogni esempio

Dell'umana viltà subito a sdegno.

Di questa età superba,

Che di vote speranze si nutrica,

Vaga di ciance, e di virtù nemica;

Stolta, che l'util chiede,

E inutile la vita

Quindi più sempre divenir non vede;

Maggior mi sento. A scherno

Ho gli umani giudizi; e il vario volgo

A' bei pensieri infesto,

E degno tuo disprezzator, calpesto.

 

A quello onde tu movi,

Quale affetto non cede?

Anzi qual altro affetto

Se non quell'uno intra i mortali ha sede?

Avarizia, superbia, odio, disdegno,

Studio d'onor, di regno,

Che sono altro che voglie

Al paragon di lui? Solo un affetto

Vive tra noi: quest'uno,

Prepotente signore,

Dieder l'eterne leggi all'uman core.

 

 

 

Pregio non ha, non ha ragion la vita

Se non per lui, per lui ch'all'uomo è tutto;

Sola discolpa al fato,

Che noi mortali in terra

Pose a tanto patir senz'altro frutto;

Solo per cui talvolta,

Non alla gente stolta, al cor non vile

La vita della morte è più gentile.

 

Per còr le gioie tu, dolce pensiero,

Provar gli umani affanni,

E sostener molt'anni

Questa vita mortal, fu non indegno;

Ed ancor tornerei,

Così qual son de' nostri mali esperto,

Verso un tal segno a incominciare il corso:

Che tra le sabbie e tra i vipereo morso,

Giammai finor sì stanco

Per lo mortal deserto

Non venni a te, che queste nostre pene

Vincer non mi paresse un tanto bene.

 

Che mondo mai, che nova

Immensità, che paradiso è quello

Là dove spesso il tuo stupendo incanto

Parmi innalzar! dov'io

Sott'altra luce che l'usata errando

Il mio terreno stato

E tutto quanto il ver pongo in obblio!

Tali son, credo, i sogni

Degl'immortali. Ahi finalmente un sogno

In molta parte onde s'abbella il vero

Sei tu, dolce pensiero;

Sogno e palese error. Ma di natura,

Infra i leggiadri errori,

Divina sei; perché sì viva e forte,

Che incontro al ver tenacemente dure,

E spesso al ver s'adegua,

Né si dilegua pria, che in grembo a morte.

 

E tu per certo, o mio pensier, tu solo

Vitale ai giorni miei,

Cagion diletta d'infiniti affanni,

Meco sarai per morte a un tempo spento:

Ch'a vivi segni dentro l'alma io sento

Che in perpetuo signor dato mi sei.

Altri gentili inganni

Soleami il vero aspetto

Più sempre infievolir. Quanto più torno

A riveder colei

Della quale teco ragionando io vivo,

Cresce quel gran diletto,

Cresce quel gran delirio, ond'io respiro.

Angelica beltà de!

Parmi ogni più bel volto, ovunque io miro,

Quasi una finta imago

Il tuo volto imitar. Tu sola fonte

D'ogni altra leggiadria,

Sola vera beltà parmi che sia.

 

Da che ti vidi prima,

Di qual mia seria cura ultimo obbietto

Non fosti tu? quanto del giorno è scorso,

Ch'io di te non pensassi? ai sogni miei

La tua sovrana imago

Quante volte mancò? Bella qual sogno,

Angelica sembianza,

Nella terrena stanza,

Nell'alte vie dell'universo intero,

Che chiedo io mai, che spero

Altro che gli occhi tuoi veder più vago?

Altro più dolce aver che il tuo pensiero?

G. Leopardi

Postato da: giacabi a 21:30 | link | commenti (1)
leopardi

La Sua presenza ci cambia

***

 

« Mi chiedi come io  possa  venire a  conoscenza della sua presenza? Egli è vivo e operoso, e subito, appena entrato ha risvegliato la mia anima sonnecchiante: ha scrollato , raddolcito e ferito il mio cuore, perché era duro come pietra e malsano. Ha cominciato a sradicare e a distruggere , a costruire e a piantare, a irrigare le zone aride, a illuminare i recessi tenebrosi … , in modo tale che la mia anima si è messa a benedire il Signore».

San Bernardo

 

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sbernardo