
Signore, copri il mio spirito col profumo dei fiori perché non mi accada di separarmi mai da Te
"La Chiesa è il luogo dove tutte le verità si incontrano". Gilbert Keith Chesterton ---------------------------------- CONSULTA L'INDICE PUOI TROVARE OLTRE 3500 ARTICOLI su santi,filosofi,poeti,scrittori,scienziati etc. che ti aiutano a comprendere la bellezza e la ragionevolezza del cristianesimo. PER OGNI VOCE PUOI TROVARE ANCHE 10 PAGINE!
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chi sono
Sono un ex vagabondo che ha avuto la grazia, durante il suo vagabondare di incontrare degli amici di Gesù che gli hanno mostrato la Bellezza della vita, quello che il suo cuore da sempre cercava. Ora sono diventato un pellegrino con lo sguardo rivolto alla “Roccia splendente” anche se spesse volte riabbasso lo sguardo verso terra col rischio di perdermi in vicoli ciechi; ma appena rialzo la testa vedo gli amici e la meta, di nuovo la realtà riprende forma e colore.
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Il falso desiderio *** “Che il desiderio soddisfatto porti sazietà,e la sazietà la noia, e la noia il disgusto, troppi sono gli esempi perché si possa dubitarne”. Julien Green “Verso l’invisibile” (Rusconi 1973) |
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*** “L’uomo dedito al piacere fa di certi esseri strumenti sessuali, li riduce a una funzione, li semplifica al massimo. Non sono più anime unite a corpi, ma corpi e basta, e spesso parti di corpi”. Julien Green “Verso l’invisibile” (Rusconi 1973) |
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Così il cristianesimo è diventato Parola, parole *** «Noi cristiani nel clima moderno siamo stati staccati non dalle formule cristiane, direttamente, non dai riti cristiani, direttamente, non dalle leggi del decalogo cristiano, direttamente. Siamo stati staccati dal fondamento umano, dal senso religioso [dal nostro umano]. Abbiamo una fede che non è più religiosità. Abbiamo una fede che non risponde più come dovrebbe al sentimento religioso; abbiamo una fede cioè non consapevole, una fede non più intelligente di sé. Diceva un mio vecchio autore, Reinhold Niebuhr: “Nulla è tanto incredibile come la risposta ad un problema che non si pone”. Cristo è la risposta al problema, alla sete e alla fame che l’uomo ha della verità, della felicità, della bellezza e dell’amore, della giustizia, del significato ultimo. Se questo non è vivido in noi, se questa esigenza non è educata in noi, che ci sta a fare Cristo? Cioè, che ci sta a fare la Messa, la confessione, le preghiere, il catechismo, la Chiesa, preti e Papa? Sono trattati ancora con un certo rispetto a seconda delle aree di vita del mondo, sono conservati per un certo periodo di tempo per forza d’inerzia ma non sono più risposte ad una domanda, perciò non hanno più lunga sopravvivenza [una data di scadenza, appunto]. [...] Così il cristianesimo è diventato Parola, parole». L. Giussani, «La coscienza religiosa nell’uomo moderno», Centro Culturale “Jacques Maritain”, pro manuscripto, Chieti 1986, p. 15. |
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Gesù protegge i peccatori alla Silvio ***
Ci sono giornali e intellettuali che strattonano la Chiesa esigendo la condanna del peccatore. Si rassegnino: Berlusconi è corazzato da quel Gigante che attraversa le pagine dei Vangeli e che è la Misericordia fatta carne. Non è "protetto dai preti" (per qualche losco interesse), ma da Gesù stesso (come ciascuno di noi peccatori). E i preti devono essere loro stessi il volto di Gesù che attende e perdona il peccatore. Chi è stato, nella nostra generazione, l'immagine più perfetta di questo Salvatore che spalanca le braccia a fiumi di peccatori in cerca di perdono? Padre Pio. Icona di Cristo perfino nella carne (perché quei segni dei chiodi indicano che Gesù inchiodò alla croce la giustizia di Dio e fece vincere la "follia" della sua sconfinata misericordia). Per questo l'idea di andare a San Giovanni Rotondo da padre Pio è la migliore: non so se Berlusconi ci ha pensato davvero, ma è, in assoluto, il posto del mondo dove più è atteso. È casa sua e casa mia. La Chiesa è, ad immagine di Maria, "refugium peccatorum". È il paradosso che si riflette poeticamente nei più grandi scrittori cristiani. Non a caso «la creazione più alta in cui si incarna, nei romanzi di Dostoevskij, la santità è paradossalmente una prostituta», nota don Barsotti. Cioè Sonja di "Delitto e castigo". Non il santo monaco Zosima, ma Sonja. Il fariseo pretende sempre di accusare di incoerenza i peccatori che si affidano a Dio. Ma non si crede in Gesù Salvatore perché noi siamo perfetti, si crede perché lui è perfetto. Tanto più si ha il diritto di gettarsi fra le braccia del Salvatore quanto più noi siamo dei disgraziati. Un personaggio della "Sposa bella" di Bruce Marshall, uno che mostra di apprezzare la bellezza femminile e si dice cattolico, risponde al moralista che lo contesta: «È proprio qui che ti sbagli… Quasi tutti pensano che i loro peccati li abbiano privati del diritto di credere. Ma questo equivarrebbe a dire che la rivelazione cristiana è vera in maniera inversamente proporzionale ai propri vizi. Nel Medioevo, la gente era cristiana anche nel peccato: il timore di essere accusata di incoerenza non la faceva cadere nell'errore di credere nella propria virtù». Credere nella propria virtù, pronti a lapidare il peccatore, è quanto c'è di più anticristiano, mentre le ferite del peccato facilmente diventano le feritoie attraverso cui Dio, che non si rassegna a perdere nessuno dei suoi figli, ci raggiunge con il suo abbraccio. Così Charles Péguy, un grande convertito del Novecento, memore delle pagine evangeliche sul pubblicano e il fariseo (e delle polemiche di Paolo e Agostino sulla Legge), scrive queste pagine provocatorie: «Le persone morali non si lasciano bagnare dalla grazia. Ciò che si chiama la morale è una crosta che rende l'uomo impermeabile alla grazia. Si spiega così il fatto che la grazia operi sui più grandi criminali e risollevi i più miserabili peccatori». Infatti sul Calvario si convertì il "ladrone" (un brigante), mentre scribi e farisei, osservanti di tutti i 600 precetti della Legge, additavano Gesù come un maledetto da Dio. «È per questo» prosegue Péguy «che niente è più contrario a ciò che si chiama… la religione, come ciò che si chiama la morale. E niente è così idiota che confondere così insieme la morale e la religione». Attenzione, Péguy – col suo linguaggio poetico - non sta facendo l'elogio dell'immoralità. Ma condanna l'ideologia della morale, cioè il giacobinismo, il moralismo farisaico e la pretesa di salvarsi da sé. Non è che Gesù fosse indifferente al peccato che anzi gli faceva una tristezza infinita. Ne aveva orrore, ma si struggeva di compassione per i peccatori. Era venuto per loro. Letteralmente. Nel Vangelo Gesù mostra una pietà infinita per i più miserabili peccatori, li perdona sempre, li risolleva sempre (li considera i più poveri), mentre sfodera parole di fuoco solo contro i "giusti", i rigoristi, i moralisti e gli "onesti" del suo tempo. I peccatori umiliati (resi umili dalla propria scandalosa debolezza) si salvano, dice una sua parabola, mentre i "giusti", insuperbiti dalla loro presunta rettitudine, no. Scrive don Divo Barsotti: «È il tuo peccato che lo chiama; nulla più efficacemente della tua miseria lo attrae, purché tu gliela doni… In un istante i tuoi peccati sono distrutti, non sono più. Egli solo è». Per Gesù l'unico peccato che non si può perdonare è quello contro lo Spirito Santo, cioè quello dell'ideologia o dell'opposizione lucida e teorizzata contro Dio. Il peccato del pensiero oggi dominante che si erge deliberatamente contro Dio. Com'è stato, nel recente passato, il comunismo. Perciò Pio XI nella Divini Redemptoris (citata dal Concilio) proclamava: «Il comunismo è intrinsecamente perverso e non si può ammettere in nessun campo la collaborazione con esso». Gilbert K. Chesterton in una pagina memorabile fa dire a un suo personaggio (evidente simbolo della Chiesa): «Noi sosteniamo che i delinquenti più pericolosi sono proprio quelli dotati di cultura, che il furfante più temibile è il filosofo moderno assolutamente privo di principi. Al suo confronto, bigami e tagliaborse sono esseri essenzialmente morali e il mio cuore palpita per loro. Essi non rinnegano il vero ideale dell'uomo, lo cercano in modo sbagliato, ecco tutto». Invece i "filosofi", gli ideologi pretendono di teorizzare e trasformare il Male in Bene e viceversa. Da duemila anni, la Chiesa è – per volontà del suo Maestro e Signore - la casa del peccatori, l'abbraccio del loro Padre misericordioso. Tutto nella Chiesa è fatto per i peccatori. Le grandi Cattedrali e il sublime gregoriano, le immense tele di Caravaggio e l'Agnus Dei di Mozart, la grandiosa teologia di Tommaso d'Aquino e il Giudizio universale di Michelangelo. Quello che c'è di più sacro sulla terra, cioè i sacramenti, sono fatti per i peccatori. Sono per loro. Infatti sono i gesti fisici (legati sempre a segni fisici) della presenza di Gesù che abbraccia, risolleva, cura, medica, consola, rafforza, chiama. Il Concilio ripete che la Chiesa è il primo, grande sacramento della salvezza. La Chiesa è la casa dei peccatori perché gli esseri umani sono i figli del Re. Anche quando sono in catene (nel peccato) sono i figli del Re, possono invocarlo e vengono da lui soccorsi. E gli angeli sono a loro servizio. Chi invece contesta la regalità di Dio, quello non è figlio. Non può essere perdonato, perché non vuole l'abbraccio del Padre, ma lo odia e ne combatte lucidamente la presenza, le opere, la volontà, la bontà. Invece – come spiega Agostino nelle "Confessioni" - nella debolezza del peccare talvolta si manifesta proprio la sete che ogni creatura ha di Dio. Spesso il peccato nasce dalla solitudine, dalla paura della morte, dall'incertezza di esistere che induce ad aggrapparsi alle creature, alla loro effimera bellezza creata. E così inconsapevolmente l'uomo mostra quanto ha sete e fame di Dio, la fonte della Bellezza, la vera Felicità, la vera Vita. Un altro grande convertito del nostro tempo, Olivier Clément, osservando la generazione della "rivoluzione sessuale", negli anni Settanta, scriveva: «Nel peccato, e soprattutto nel peccato in quanto ricerca dell'innocenza mediante l'inferno, si delinea tutto il paradosso dell'uomo… Dovremmo essere in grado di discernervi la sete dell'infinito, la nostalgia della libertà e della comunione, la sofferenza di colui che cerca l'assoluto nelle realtà della terra, quelle realtà che non possono salvare, ma che attendono di essere salvate». Clément parla di uomini in cerca di «un'eterna adolescenza» e conclude: «Nella grande e spesso folle prova della libertà dobbiamo distinguere la persona nel suo trasalimento ancora cieco e nel suo destino insaziabile, con la certezza che nella parte più profonda dell'inferno Cristo – per sempre vincitore di esso – attende colui che l'Apocalisse chiama "l'uomo di desiderio"». Perché Cristo è il solo medico della nostra malattia mortale. di Antonio Socci 24/07/09 |
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Marciana grazie della tua testimonianza ***
Dedicatórias da MarcianaHo trovato un blog - credo portoghese - con i pensieri di Marziana tradotti dall'originale e, con l'aiuto di google, ho cercato di renderli in Italiano. Perciò chiedo venia se la traduzione non sarà esattissima!
(Grazie a Paulo che mi ha aiutato a correggere la traduzione!) Dedicatórias da Marciana 27![]() Senhor, cubra meu espírito com a fragrância das flores, para que eu nunca seja tentada a me afastar de Ti.
Signore, copri il mio spirito col profumo dei fiori perché non mi accada di separarmi mai da Te Dedicatórias da Marciana 20.
A meu amoroso Pai: Tu me deste o presente mais maravilhoso da minha vida, Senhor... Sentir o deleite nas noites coalhadas de estrelas, um campo banhado de flores e o abraço carinhoso de meus seres queridos. Obrigada por merecer tantos prodígios de meu Deus.
O Padre amoroso, Tu mi hai fatto dono di questa mia meravigliosa vita. Sentire la gioia di una notte stellata, di un campo inondato di fiori, dell'abbraccio tenero degli amici. Grazie infinite di questi prodigi del mio Dio! postato da AnnaV alle ore luglio 21, 2009|
Marziana è mortaE' con struggimento che leggo e condivido questa lettera di P. Aldo:
‘Non e’ il dolore della mia malattia che mi afflligge ma la sofferenza e l’abbandono dei miei fratelli che vivono nel mondo, per la strada, bambini, anzíani, ammalati.’ Era gia’ un scheletro, ma il suo cuore batteva forte, lei con il cuore innamorato del suo Gesu,’ gia’ desiderava vederlo. E’morta il giorno della Madonna del Carmine alle 22. C’erano suo papa’ a fianco e le infermiere. Quando sono arrivati era appena spirata. Sorella Sonia ( la giovane suora di clausura che e’ l’anima della clinica ) stava suonando l’arpa , il papa’ singhiozzava e io, con il cuore spezzato, piangevo. Ma oggi non voglio parlare di quanto accaduto e di come abbiamo visuto i due giorni in cui l’abbiamo vegliata (ne riparlero’) ma offrirvi la sua testimonianza lasciata per iscritto dietro ogni suo quadro dipinto. Amici, capite che anche il cancro, il dolore sono una circostanza positiva, come ci dice Marciana. Anzi per Marciana e’ stata la circostanza pu’ bella che Dio le ha dato. Sentit cosa mi ha scritto il 1 luglio 2009 sopra un pezzo di carta igiénica l’ultima volta che era stata alcune ore nel suo povero ‘rancho’. L’ha scritto sulla carta igiénica tanto era povera. Dio mio, che fede ! che bello quanto Carron ci ripete sulla bellezza delle circostanze, anche quella del cancro! Amici, ascoltate Marciana e che dal cielo cambi il nostro cuore: “Al mio carissimo Padre Aldo. Il mio viaggio e’ próssimo alla fine e non voglio andarmene senza dirle che ho passato i giorni piu’ belli della mia vita in questa clinica; ho incontrato i miei fratelli e sorelle ammalati come me ai quali ho voluto tanto bene. Mi duole sapere che ho ancora pochi giorni per stare con loro. La prego Padre per l’incarico che le do’: abbia cura di loro, perche’ so che donera’ il meglio di se’, che e’ tanto amore. Ed io da questo momento mi prendero’ cura di lei.” Marciana Elizabeth “E’ tranquillo come l’acqua cristallina, è tenero come un uccello con la sua cucciolata nella sua nidiata, è sagace come un bimbo“ “Dio mi ha messo nel mondo il giorno più bello dell’anno, 20 settembre, è per quello che nel mio cuore soltanto c’é primavera”. Come sapete Marziana dipingeva e potete vedere due suoi dipinti QUI. E di seguito ne aggiungo un altro: Ecco la foto di Marziana nello splendore dei suoi quindici anni: No permitas Señor que estas mágicas manos que tú me diste, pinte otra cosa, sino los más bellos paisajes de tu Edén. Marziana sta morendo:"Chi mi ama, mi ritroverà nei miei fratelli ammalati, nei bimbi, negli anziani abbandonati e con i poveri"Padre Aldo ci scrive: Il mío viaggio. A tutti quelli che mi hanno conosciuto. Sto aspettando il mio treno senza ritorno, con le valigie piene di bei ricordi vissuti. In questa valigia non porto angoscia, nè odio nè rancore, soltanto cose belle: l’amore di miei cari, degli amici e le carezze ricevute nelle notti d’inverno. Alla mia partenza non voglio pianti, ma l’addio con un semplice fazzoletto. Chi mi ama, mi ritroverà nei miei fratelli ammalati, nei bimbi, negli anziani abbandonati e con i poveri senza pane. Marziana Elizabeth. 20-01-2009 Allego la foto della mostra dei suoi quadri fatta domenica. Come vedete la morte è vinta dalla gioia di vivere. postato da AnnaV alle ore luglio 10, 2009 14:53 |
MarzianaSi può vivere così? P. Aldo dal Paraguay ci testimonia di sì: La vita è un miracolo continuo da queste parti. Amici «io sono Tu che mi fai». Ecco Marziana vive di questa certezza. Per lei quanto Carron ci ripete è la sua carne. Seguissimo noi Carron come lei lo segue. Personalmente passo il giorno nella clinica, ripetendo a tutti quanto lui ci insegna, in particolare seguendo quanto dice nella scuola di comunità che un amico mi invia.
Dio mi ha messo nel mondo il giorno più bello dell’anno, 20 settembre, è per quello che nel mio cuore soltando c’é primavera Marziana con metastasi in tutto il corpo: “la vita é bella...padre sto molto bene”.La mail di P. Aldo: di ritorno dalla Bolivia, dove sono stato a rivedere l'esperienza di fede iniziata dai gesuiti 300 anni fa nella selva della Chiquitania e ancora oggi visibile nella gente che, nonostante la teologia della liberazione, segue vivendo il quotidiano come il modo piú bello e concreto della personale relazione con Cristo. Ho visto bimbi sporchi, affamati, suonare il violino, il contrabbasso, l'organo a pedali, originario. Ho visto questi bimbi dai 5 ai 10 anni, macilenti suonare il violino guardando lo spartito de “La donna é mobile” di Verdi. Capite, che commozione! Nella selva, dove ci sono solo capanne e una chiesa bellissima frutto della fede dei gesuiti e degli indios, a tre navate, attorniata di casupole di fango e paglia. Non strade ma viottoli. Come nel Medio Evo: un popolo generato dalla fede che vive in capanne povere, disgustose, fra le quali spicca la maestosità e bellezza della Chiesa. Due circostanze in particolare, in questi giorni mi hanno educato a vedere la positività della realtà: 2- Marziana, una bella ragazza che sta morendo di cancro, 20 anni. Vi allego la sua testimonianza. “Mi chiamo Marziana Elizabeth Estigarribia, ho 20 anni di etá, sono stata abbandonata dalla mia mamma quando sono nata. Sono ho cresciuta con la mia nonna paterna, con lei ho avuto una infanzia bella e non mi aveva mai fatto mancare niente, finché lei e morta. Per prima volta avevo sperimentato il dolore più grande della mia vita, con la mia “mamma” morta (come chiamavo la mia nonna). Sono andata a casa del mio babbo e lui mi continuava a dare tutto il calore che noi essere umani abbiamo bisogno nella nostra vita. FOTO 1: Amici... ed è qui che soffre aspettando la morte... cioè la vida nella sua pienezza FOTO 2: “Le cose belle e sincere nascono dal cuore e non muoiono mai” FOTO 3: “Che tristezza mi dà colui che non vede le meraviglie che Dio regala per vedere”
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Gli indios di Rimini *** Come i guaranì quattrocento anni fa. Come i malati con tre giorni di vita. Il titolo del Meeting raccontato da un sacerdote in missione in Paraguay di Padre Aldo Trento
Siamo nel 1609, 400 anni fa, quando i gesuiti hanno dato inizio al “sacro esperimento”, come sono state chiamate più tardi le Riduzioni gesuitiche. Durante 150 anni circa nella foresta subtropicale è nato un nuovo modo di guardare la realtà. O meglio, gli indios guaranì hanno finalmente potuto conoscere ciò che da centinaia di anni stavano cercando: la terra senza il male. Di che cosa si trattava? La storia è andata così: Tupà (in guaranì Tu è “meraviglia”, “stupore”; pà è una domanda: “Chi ha fatto questa bellezza?”), il dio dei guaranì, aveva creato la terra sopra quattro palme, una ad ogni lato. Quindi aveva creato l’uomo immortale (karaì, in guaranì) maschio e femmina. Tutto andava bene, fino a quando il serpente contaminò la terra originaria, togliendo all’uomo la sua immortalità. Il castigo di Tupà non si fece attendere e il dio mandò un diluvio. Da quel momento, il Karaì, l’uomo maschio e femmina, cominciò la grande peregrinazione alla ricerca delle terra originaria che aveva perduto. La ricerca avveniva mediante tre gesti: il caminare (erano seminomadi), il ballare e il cantare. Quando giunsero i primi missionari, in particolare i francescani e i gesuiti, si resero conto della bellissima concezione del mondo che avevano i guaranì. Benché fossero cannibali e poligamici, i missionari (in particolare i gesuiti) capirono subito che il primo approccio non doveva essere morale, ma ontologico. Quindi l’evangelizzazione doveva rispettare due binari: il primo era la valorizzazione della loro concezione del mondo e, per questo, in nessuna chiesa gesuitica dell’epoca esiste un segno o un’immagine che rimandi al Vecchio Testamento. I gesuiti vollero valorizzare il “Genesi” dei guaranì, introducendoli a figure come quelle di Gioacchino ed Anna, i genitori della Madonna, simboli del passaggio tra l’Antico e il Nuovo. Il secondo binario su cui si mossero i missionari fu quello di mettere in maggior risalto l’avvenimento cristiano rispetto alla morale.
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Che cosa vuol dire meditazione? *** Vuol dire presa di coscienza di una verità in modo tale che essa si dispieghi davanti agli occhi, così che tu possa penetrarla; che non sia cioè una carta inchiodata sul muro, sul muro dei tuoi occhi, cioè sul muro del tuo cuore, ma siano delle parole vive dentro le quali tu possa penetrare. Noi possiamo penetrare soltanto le parole vive, cioè le parole che ci dicono coloro che con noi vivono, partecipano alla nostra vita. Luigi Giussani, in “Si può vivere così” ed. Rizzoli |
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Ivan Medek, l’apostolo del dissenso *** Europa dell’Est • A 83 anni uno storico oppositore del regime comunista cecoslovacco racconta in un libro la lotta per la libertà condotta con Havel che poi lo volle come suo braccio destro • Cattolico convinto, fu tra i primi firmatari di «Charta 77» • Espulso dal Paese, ritornò solo nel 1989 • Scrive del primo presidente della Repubblica ceca: «È stato sempre una persona coraggiosa, sia in prigione, sia al potere. Non ha la pelle dura, ma per il nostro popolo ha fatto più di qualsiasi altro» di Roberto Beretta Tratto da Avvenire del 22 luglio 2009 È stato uno dei 5 invitati alle seconde nozze di Václav Havel nel 1997, quando il drammaturgo e fondatore di «Charta 77» ha sposato in segreto l’attrice Dasa Veskrnova, pochi mesi dopo la scomparsa della prima moglie Olga Havlova – molto amata dai praghesi. Ed è stato per quasi 6 anni, dal 1993 al 1998, il braccio destro del presidente ceco al Castello di Praga, come suo fedelissimo capo di gabinetto. Eppure pochi immaginerebbero che Ivan Medek – oltre che anticomunista a tutta prova, tra i primi fimatari di «Charta 77», dissidente a lungo perseguitato dal regime e costretto ad espatriare dal 1978 alla caduta del Muro – sia anche un cattolico, anzi un convertito: perché non è del tutto scontato pensare che l’intellettuale più «laico» del dissenso, il presidente agnostico Havel, abbia personalmente voluto al suo fianco un credente convinto come Medek. Eppure lo racconta il protagonista stesso, che oggi ha 84 anni e vive a Praga, in un libro intitolato «A gonfie vele» nel quale raccoglie alcune conversazioni radiofoniche autobiografiche e che la ricercatrice udinese Tiziana Menotti ha tradotto in italiano sia per la sua tesi di specialità, sia con la speranza di trovare un’editrice che faccia conoscere anche da noi la straordinaria esperienza di un uomo purtroppo poco conosciuto nel Belpaese. E invece Medek viene da una famiglia molto nota in Cecoslovacchia: la nonna materna di Ivan, rimasta vedova di Antonín Slavícek (il maggiore esponente dell’impressionismo ceco, morto suicida appena quarantenne), si era risposata con il pittore Herbert Masaryk, figlio di Tomáš Garrigue Masaryk primo presidente della Cecoslovacchia dalla fondazione delle Repubblica nel 1918 al 1935. Casa Medek dunque fu per tutti gli anni Venti uno straordinario foyer culturale, ma anche politico, assai vivace e accolse molti degli spiriti più creativi della nazione. Anche Rudolf Medek, padre di Ivan, arruolatosi nel 1917 come volontario per combattere gli austriaci in Russia, era poeta e scrittore. Né la vena artistica familiare si era esaurita lì: Mikuláš – fratello minore di Ivan, morto nel 1974 – è considerato uno dei maggiori rappresentanti della pittura contemporanea ceca. Ivan, nato nel 1925, ha talento da musicista: ha studiato al conservatorio fino al colpo di Stato filo-sovietico del 1948, poi ha fatto il manager nella Filarmonica ceca prima di essere licenziato per motivi politici, quindi ha lavorato presso una casa discografica, poi come inserviente in un ospedale, da lavapiatti in un’osteria: sempre più giù nella scala sociale ma sempre senza perdere la sua dignità e l’aristocratica ironia. Nel 1968 Medek ha partecipato pure ai fermenti della Primavera di Praga con Havel («Era il più giovane di noi ma aveva le idee molto chiare e assunse la direzione» del gruppo, testimonia). Nel frattempo però aveva incontrato il cristianesimo: «La conversione di Ivan Medek al cattolicesimo – scrive Tiziana Menotti – avvenuta negli anni Cinquanta acquisì vigore per la frequentazione di diversi sacerdoti che avevano resistito alle pressioni del regime per una Chiesa nazionale staccata dal Vaticano, pagando con la persecuzione e il carcere duro la loro fedeltà a Roma. Tra questi c’era Antonín Mandl, collaboratore del cardinale Beran e segretario dell’Azione cattolica cecoslovacca che, come molti altri prelati, aveva trascorso parecchi anni in prigione prima di essere rilasciato negli anni Sessanta». Padre Mandl introdusse Medek presso numerosi sacerdoti dissidenti, come l’abate e poeta Anastáz Opasek (arrestato nel 1949 con l’accusa di tradimento e spionaggio per il Vaticano e condannato all’ergastolo nel 1950), Ota Mádr, Josef Zverina, Antonín Bradna o il salesiano padre Mrtvý: «Dopo essere usciti di prigione si incontravano di tanto in tanto e a volte mi invitarono alle loro riunioni. Lì conobbi persone che non dimenticherò. Quasi cominciai a invidiare le loro esperienze del carcere. Nonostante le guardie spesso li avessero picchiati e fossero stati volgari con loro, essi avevano conservato una libertà radiosa, quale pochi avevano al di là del muro del carcere. L’attività di questi cristiani fu stimolante sotto tutti gli aspetti. Essi ad esempio aprirono discussioni pubbliche tra cristiani e marxisti. Era sempre pieno di gente, accadeva davvero qualcosa. Durante la normalizzazione queste attività furono vietate, ma un seme rimase e più tardi da esso nacquero vari gruppi indipendenti». Grazie a tali conoscenze, Medek diventa uno dei principali collegamenti tra dissenso laico e religioso: «Nel marzo 1968 – ricorda – Karel Pilík, un prete cattolico che come gli altri sacerdoti scarcerati non aveva il nulla osta dello Stato per l’esercizio dell’ufficio sacerdotale e lavorava come operaio, propose una petizione per rivendicare la distensione del rapporto tra lo Stato e la Chiesa, il ripristino delle scuole ecclesiastiche, l’insegnamento della religione, la nomina dei vescovi e così via. Stilammo la petizione e Pilík propose di farla firmare anzitutto ai vescovi. Io avevo a quel tempo un’automobile Škoda e andammo dai vescovi. Incominciammo con il vescovo Tomášek; non era ancora cardinale. Rifletté a lungo, ma alla fine firmò. Poi, uno dopo l’altro, facemmo visita agli altri vescovi. Moltissimi di loro avevano una paura terribile. Erano stati rilasciati dal carcere con la condizionale e non volevano ricadere in qualche violazione. Ma firmarono tutti. Poi andammo nei monasteri e alla fine facemmo firmare la petizione ai credenti. Raccogliemmo circa 336. 000 firme. Consegnammo la petizione, ma loro la bloccarono. Non se ne fece assolutamente nulla». Nel gennaio 1977 Medek è uno dei primi fra i 1900 firmatari di «Charta 77»: «Me la portò un amico al caffè nel dicembre 1976. Disse che avevano riflettuto se farmelo firmare, perché per me poteva significare la fine dell’esistenza. Dissi che lo sapevo, ma firmai. A volte, dopo Natale, ci riunivamo nell’appartamento di Havel e ordivamo piani. Lì si decise chi sarebbe stato il portavoce e quando sarebbe seguita la riunione successiva, doveva essere in gennaio. Solo che finimmo in trappola». Medek viene subito licenziato, ma fa causa alla ditta e durante il processo il suo avvocato chiede inutilmente che venga letto in aula il motivo del licenziamento, cioè «Charta 77»: un pretesto per rendere pubblico il documento. «Nel maggio 1978 – continua Medek – mi capitò un fatto spiacevole. Dopo un interrogatorio alla polizia segreta mi portarono via di sera con gli occhi bendati in un bosco.Mi pestarono un poco finché persi conoscenza, se ne andarono e mi lasciarono lì. Allora pensai che se volevo compiere davvero un lavoro proficuo, non potevo farlo in patria in quelle condizioni». Medek lascia dunque il Paese per trasferirsi a Vienna, dove lavora per le emittenti radiofoniche Voice of America e Radio Free Europa svolgendo un importante lavoro di controinformazione diretta alla Cecoslovacchia. Solo nel 1989 potrà tornare in patria: «All’incontro di fine anno di Charta 77 e dei suoi fautori incontrai Václav Havel, a quel tempo già presidente. Gli chiesi un’intervista. Il presidente mi ricevette al Castello il 14 gennaio. Mi chiese che cosa poteva fare per me. Dissi che ero venuto a chiedergli che cosa potevo fare io per lui». Infatti, dopo aver lavorato qualche tempo per il governo, Medek diventa – già anziano – il braccio destro di Havel. «Fu uno dei periodi più belli della mia vita. Václav Havel è una persona enormemente interessante e bisogna prenderlo così com’è. È anche una persona straordinariamente coraggiosa. Si è rivelato tale in tutti i momenti della sua vita: in prigione, durante gli interrogatori e durante il lavoro in ufficio. Inoltre è sensibile, vulnerabile: ciò non dovrebbe corrispondere al suo coraggio. Non ha la pelle dura. Ed è molto modesto. Quei 6 anni al Castello per me non significarono soltanto lavoro e spesso decisioni politiche complicate, ma soprattutto la possibilità di conoscere da vicino una persona di cui sono convinto che, per la nostra repubblica, abbia fatto più di qualsiasi altro». |
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La beatificazione di Newman per far risorgere l’Europa cristiana ***
Segno di contraddizione per la Modernità che rifiuta Dio di Paolo Gulisano Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 22 luglio 2009 John Henry Newman, nato in Inghilterra nel 1801 e morto nel 1890, uno dei più grandi pensatori cristiani degli ultimi secoli, convertito al Cattolicesimo, sarà presto annoverato tra i beati della Chiesa Cattolica. Si tratta di un avvenimento che lascerà il segno, e non solo nella Chiesa che è in Inghilterra, ma per tutta la Cristianità. Newman nell’800 positivista e scientista che aveva cominciato a rifiutare Dio fu un segno di contraddizione che aveva scosso l’Inghilterra sia cattolica che protestante. Da anglicano aveva dato vita al Movimento di Oxford, teso ad approfondire la ricerca teologica, specie nel campo della Patristica (la teologia del tempo in cui la Chiesa era ancora una e indivisa) e a confrontarsi con le sfide della modernità. Questa ricerca della verità lo aveva fatto infine approdare, quarantenne, al cattolicesimo. Un distacco, quello dall’anglicanesimo a vantaggio di Roma, che fece scalpore. Peraltro, divenuto cattolico, non mancarono a Newman altre contrarietà se non ostilità. Il suo genio teologico, la sua grande libertà con cui anteponeva il primato della coscienza ad ogni semplicistico dogmatismo suscitarono invidie e sospetti. Anche nella stessa gerarchia non mancò chi giudicava Newman non sufficientemente “romano”, non abbastanza polemico nei confronti di quell’anglicanesimo che aveva lasciato. Newman attraversò anche queste prove, sostenendo sempre che “diecimila difficoltà non fanno un dubbio, se io capisco bene la questione”. L’ex grande protagonista della vita culturale di Oxford venne messo in disparte nella sua nuova chiesa, dove gli si rimproverava di non attuare abbastanza conversioni. “Per me le conversioni non erano l’opera essenziale, ma piuttosto l’edificazione dei cattolici”, scrisse. Entrato a far parte della Congregazione di San Filippo Neri, si stabilì a Birmingham, fondandovi un Oratorio. Qui il grande pensatore, l’intellettuale brillante, si trovò accanto alla miseria degli slums, in una realtà ecclesiale dove pochi erano quelli che si erano potuti permettere un’istruzione, e proprio qui, e a partire da qui, la Grazia di Dio che era in lui cominciò a seminare a piene mani. “Il vero trionfo del Vangelo- aveva scritto- consiste in ciò: nell’elevare al di sopra di sé e al di sopra della natura umana uomini di ogni condizione di vita, nel creare questa cooperazione misteriosa della volontà alla Grazia… I santi: ecco la creazione autentica del Vangelo e della Chiesa. ” Oggi la Chiesa indica proprio in Newman una di queste figure di santità. Che cosa significa la beatificazione di Newman nella realtà britannica ed anglosassone? Vuol dire riproporre ancora una volta un modello di santità fondato sulla sequela di Cristo. Significa non rassegnarsi all’idea di un mondo che sembra totalmente secolarizzato, significa – per il mondo britannico- offrire una via d’uscita alla crisi gravissima dell’anglicanesimo. “La Chiesa Cattolica è per i santi e per i peccatori, per le persone rispettabili è sufficiente la Chiesa Anglicana”: così aveva scritto Oscar Wilde in procinto di convertirsi al Cattolicesimo. Oggi la Chiesa Anglicana ha perso anche questo aplomb di rispettabilità formale: tra pastori smarriti che cercano di inseguire le varie mode ideologiche a vescovi che dichiarano pubblicamente di non credere nei fondamenti della Fede cristiana a reverende donne, in tutta questa confusione c’è una parte non trascurabile di fedeli anglicani che non si ritrovano più in questa chiesa, che tra l’altro alla morte della Regina Elisabetta II avrebbe formalmente come capo il panteista Carlo. La beatificazione di Newman potrebbe rappresentare un momento di riflessione per questo mondo anglicano smarrito. La sua teologia, che quando era in vita appariva “liberale”, in realtà fu sempre profondamente sensibile alla tradizione e rispettosa dell'autorità magisteriale della Chiesa. Le obiezioni cessarono quando fu elevato alla porpora cardinalizia da Leone XIII alla soglia degli ottant’anni, un riconoscimento dovuto per la sua opera e per la nobiltà della sua figura. Venne altresì nominato Fellow onorario del Trinity College di Oxford, un riconoscimento accademico straordinario, se si pensa che era dai tempi della Riforma, tre secoli prima, che un tale riconoscimento del massimo istituto accademico inglese non veniva più dato ad un cattolico. Nonostante la mitezza, quasi la fragilità della sua persona. Il volto magro e solcato di rughe profonde in cui splendevano due occhi intrisi di ideale che avevano scrutato per anni in quella difficile Inghilterra dell’epoca vittoriana, John Henry Newman fu un apostolo e un profeta. Quando si spense a Birmingham nel 1890, la Chiesa cattolica in Inghilterra era in piena rifioritura, dopo tre secoli di persecuzione e emarginazione. Newman lasciò il segno in generazioni di cattolici britannici, tra i quali numerosissimi convertiti. Tutta la grande cultura cattolica anglosassone gli è in qualche modo debitrice: senza Newman non avremmo avuto Chesterton, Belloc, Tolkien, Bruce Marshall e tanti altri ancora. Il suo pensiero, la sua Fede coniugata alla Ragione sono più che mai attuali, e per questo motivo la sua beatificazione suscita in certi ambienti fastidio e irritazione. Il mondo anglosassone è veramente incredibile: mantiene sempre un impostazione puritana, e mentre da una parte promuove e diffonde la cultura del libertinismo sessuale, dall’altra appena la Chiesa cattolica prova a far emergere qualcosa di buono, bello e santo, trova il modo di attaccarla duramente. Lo si è visto quando recentemente - proprio in vista del buon esito del processo di beatificazione - si è reso necessario riesumare il corpo di Newman, provocando così diverse reazioni, in particolare da parte della lobby omosessuale inglese, secondo cui egli non dovrebbe essere separato dal suo grande amico e collaboratore, padre Ambrose St John, insieme al quale Newman era stato sepolto, in accordo con le sue volontà testamentarie. L'implicazione di tali proteste è chiara: Newman avrebbe voluto essere seppellito con il suo amico perché legato a lui da qualcosa di più di una semplice amicizia. Si adduca sostegno di questa tesi ciò che il cardinale scrisse alla morte di padre Ambrose, suo confratello nell’ordine oratoriano e stretto collaboratore:“Ho sempre pensato che nessun lutto fosse pari a quello di un marito o di una moglie, ma io sento difficile credere che ve ne sia uno più grande, o un dolore più grande, del mio”. In questa frase c’è semplicemente un riferimento al senso di una perdita, non certamente un’equiparazione di stato di vita. Newman inoltre fu sempre un sostenitore decisissimo della castità e del celibato sacerdotale, tanto che lo definiva “uno stato superiore di vita, al quale la maggioranza degli uomini non possono aspirare”. I maliziosi hanno addirittura visto nel motto di Newman, cor ad cor loquitur, “il cuore parla al cuore”, un criptato riferimento ai suoi sentimenti per Padre Ambrose, ignorando grossolanamente che questa è un’espressione di san Francesco di Sales. In realtà quella tra Newman e St. John fu la storia di una grande amicizia fondata sul comune amore per Cristo e la sua Chiesa. Quando Padre Ambrose morì, stava lavorando su indicazione di Newman alla traduzione di un testo teologico a sostegno del Dogma dell’infallibilità papale: una strana occupazione per una improbabile “coppia di fatto” ecclesiastica. Ma la cultura libertina e pansessualista sembra non volere ammettere che possano esistere rapporti di amicizia puri, gratuiti: sembra che non riesca a concepire il bello morale che Cristo ha manifestato. Anche per questo beatificare Newman è un segno della Chiesa per salvare e far risorgere l’Europa Cristiana. Sulla sua tomba il grande convertito aveva voluto che fossero incise queste parole: Ex umbris et imaginibus ad veritatem. Andiamo verso la verità passando attraverso ombre e immagini. Questo è il destino dei cristiani nei nostri tempi difficili.
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L'avventura dello sguardo *** L'arte di William Congdon in un romanzo epistolare di Alfredo Tradigo Tratto da L'Osservatore Romano del 5 luglio 2009 William Congdon, il pittore dei crocifissi (ne ha realizzati oltre centottanta) e delle lune su Assisi. Il grande artista americano (1912-1988) convertito al cattolicesimo si confessa. In un romanzo epistolare appena pubblicato, a ventuno anni dalla sua morte, racconta in prima persona l'itinerario artistico e spirituale della sua vita. Una vita on the road, sempre in viaggio da una città all'altra del mondo, da un simbolo religioso all'altro, alla ricerca di un luogo, di una Patria, di un'immagine che diano senso e unità a ciò che vede: alla realtà che per un artista è essenzialmente ciò che gli sta dinanzi. Come il sant'Agostino de Le confessioni, o come il Thomas Merton de La montagna dalle sette balze, Congdon rivela se stesso in trentadue lettere scritte nel 1995 all'amico Pigi Bolognesi che gli chiede spiegazione dei suoi quadri. William Congdon. L 'avventura dello sguardo (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2009, pagine 218, euro 16) verrà presentato a Rimini il 23 agosto nei padiglioni della trentesima edizione del Meeting per l'amicizia tra i popoli che avrà come titolo "La conoscenza è sempre un avvenimento". Ed è proprio l'avventura della conoscenza che emerge dalla lettura di Congdon. "Nel gesto di far nascere l'immagine di un quadro io sperimento l'accadere di qualcosa di vero e duraturo, di salvato radicalmente diverso dal caos che dominava il resto della mia vita e della vita che vedevo intorno a me", scrive. L'arte, dunque, strumento di conoscenza e di azione. Anche di salvezza, potremmo azzardare. Superando estetismo ed edonismo, i mali del secolo XX. Congdon inizia a raccontare per tappe e ogni sua lettera corrisponde a un periodo e a un'opera. Alla fine degli anni Quaranta espone con successo alla galleria Betty Parsons assieme con i maestri dell'action painting, movimento artistico newyorkese a cui rimase fedele sempre. Per lui New York è la città che esplode, la Babele rappresentata in Explosion del 1948. Lasciandosi alle spalle una carriera estremamente redditizia. Congdon, occidentale e protestante, punta verso Oriente, verso i grandi simboli redentivi del passato: Venezia, la Grecia e il Partenone; Roma e il Colosseo. La sua arte interpreta il luogo, lo trasforma, lo rende parte di se stesso e del suo viaggio interiore. "Se c'è un artista in cui le città del mondo si rivelano nel significato più profondo quell'artista è William Congdon", spiega Giovanni Testori che lo ha conosciuto. E lui, "folgorato dall'Acropoli", riparte inquieto e assetato verso Ceylon e l'India: "L'Oriente indiano mi si presentava come una possibilità di salvezza dall'ego borghese". Attratto dal "suo silenzio e la sua verità" dipinge nel 1954 il bianchissimo tempio di Taj Mahal, mausoleo eretto nel XVIi secolo da un sovrano indù per la moglie morta. Tutto ciò però non gli basta: "L'Oriente indiano mi aveva affascinato ma non soddisfatto". Il suo animo è inquieto e viaggia da un albergo all'altro, da una meta all'altra, solitario e senza posa. Dipinge e riparte verso sempre nuovi simboli religiosi - o della natura - in cui specchiarsi. Nuove visioni lo acquietano: "Il destino di ogni viaggio non è perdersi ma, infine, ritornare da dove si è partiti più ricchi". Tornare a se stessi. "Senza ritorno non c'è viaggio". Nel 1955 è in Algeria, nelle oasi di Ghardaia, Ouargala e Touggourt dove imprime il proprio piede nel colore a olio denso e pastoso di Sahara 12 annota: "Quando cammini in una città non lasci impronte. Nel deserto non è così: il peso del tuo corpo lascia sulla sabbia un'orma indelebile". In Africa legge sant'Agostino, san Giovanni della Croce, santa Teresa d'Avila. E scopre la ferita del peccato che è in ogni uomo. La ferita dell'io. Ancora si muove freneticamente, inseguito dal senso della morte e dai suoi simboli. Dopo aver cercato invano se stesso nelle città del mondo, approda a Venezia e dipinge la piazza San Marco un centinaio di volte in varie riprese per scoprirvi - misteriosamente - il segno della croce. Siamo nel 1960, un anno dopo la sua conversione. Da quel momento il Crocifisso non lo abbandonerà più. Venezia è la città della morte. Scrive: "La mia arte è sempre scattata di fronte al mistero della morte". La stessa morte dei suoi primi schizzi giovanili: volti trasfigurati dall'orrore della guerra nel campo di concentramento di Bergen Belsen dove morì Anna Frank, e dove Congdon prestava servizio nel 1945 come volontario nella Croce Rossa. La stessa morte nel vulcano spento dell'isola greca di Santorini (1955), nel cratere del Colosseo, nel condor abbattuto in Guatemala (1957); nelle macchine nere e nelle larve umane che scorrono nelle strade di Bombay (1973). In un piccione ucciso con un colpo di fucile (1968) vede la fine di Bob Kennedy. All'impasto dei colori dei suoi quadri aggiunge lo smog di Milano raccolto su un davanzale. Dopo la conversione ricomincia a viaggiare ma in nessun luogo Congdon trova quella risposta definitiva che invece incontra nelle persone. All'eremo di San Lorenzo, Congdon apre un atelier e incontra gli amici del Gruppo adulto in cui entrerà in seguito. Jacques Maritain e Thomas Merton scrivono per lui l'introduzione al suo libro Nel mio disco d'oro. Incontra Olivier Clément nel 1981 in occasione della sua prima mostra al Meeting di Rimini. Vent'anni passati ad Assisi (1959-1979) e poi gli ultimi vent'anni in "quello strano convento di laici che vivono nel mondo" che è la casa dei Memores Domini (1979-1998). Isolato, sepolto nella nebbia, lavora nel piccolo atelier affacciato sulla corte del monastero benedettino della Cascinazza e sui campi della bassa milanese. Qui Congdon obbedisce all'ora et labora benedettino, prega e dipinge "cocciutamente". Davanti alla nebbia e ai campi trova pace e compimento il suo sguardo d'artista, l'avventura della conoscenza, la matura sintesi della sua arte e fede. Nebbia che vela, svela, rivela l'immagine. Terra e croce che si identificano come luogo del corpo del Cristo: "poiché per la fede ogni forma è riconducibile alla croce di Cristo, mi domando se non si possa dire che la croce di Cristo è la chiave di lettura dell'immagine di qualsiasi cosa". Così trova compimento in Congdon il tema del crocifisso. Il crocifisso scompare e diventa terra e cielo. Diventa lui stesso uomo e artista. Impasto di terra e cielo. E cita ancora Testori: "Direi che Congdon questa terra l'abbia come mangiata, l'abbia palpata, l'abbia accarezzata con una vastità e nello stesso tempo con una comprensione e adesione che altri pittori non sono riusciti a raggiungere". E ancora Olivier Clément, nel 1981, scrive su "L'Osservatore Romano": "Le ultime pitture di Congdon, quelle della bassa milanese, sono a un tempo straordinariamente forti e straordinariamente pacificate (e pacificanti): tutta l'ampiezza, tutta la gioia della terra offerta al cielo". |
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La vacanza *** «Quello che uno vuole lo si capisce da come utilizza il suo tempo libero. Quello che una persona - giovane o adulto - veramente vuole lo capisco non dal lavoro, dallo studio, cioè da ciò che è obbligato a fare, dalle convenienze o dalle necessita sociali, ma da come usa il suo tempo libero. Se un ragazzo o una persona matura disperde il tempo libero, non ama la vita: è sciocco. La vacanza, infatti, è il classico tempo in cui quasi tutti diventano sciocchi. Al contrario, la vacanza è il tempo più nobile dell'anno, perché è il momento in cui uno si impegna come vuole col valore che riconosce prevalente nella sua vita oppure non si impegna affatto con niente e allora, appunto, è sciocco. » Luigi Giussani - Tracce luglio 2000 |
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Nemmeno i nazisti erano negazionisti *** Höß durante il processo di Norimberga
« Ho 46 anni e sono membro del NSDAP dal 1922; membro delle SS dal 1934, e SS-Waffen dal 1939. Fui membro della Unità di Guardia delle SS, conosciuta come SS-Totenkopfverbände dal 1º dicembre 1934. Fui amministratore dei campi di concentramento dal 1934, servendo a Dachau fino al 1938. Assistente a Sachsenhausen dal 1938 agli inizi del 1940, fui poi promosso Comandante ad Auschwitz. » « Rimasi nel campo di Auschwitz fino al 1º dicembre 1943 e stimo che minimo 2,5 milioni di vittime siano state giustiziate e pertanto avvelenate con il gas e poi bruciate, e un minimo di 500 mila morirono di stenti, per un totale di circa 3 milioni di morti... Questa cifra rappresenta all'incirca il 70 o 80% di tutti i prigionieri che passarono per Auschwitz, i rimanenti venivano selezionati e usati per i lavori delle industrie dei campi di concentramento; includendo la morte di circa 20.000 russi, prigionieri di guerra internati a Auschwitz dagli ufficiali della Wehrmacht. Le vittime restanti includono circa 10.000 ebrei tedeschi e un gran numero di cittadini, per lo più ebrei, provenienti da Olanda, Francia, Belgio, Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Grecia e da altri paesi. Noi giustiziammo circa 400.000 ebrei ungheresi ad Auschwitz nell'estate del 1944. » « Le esecuzioni di massa con il gas ebbero inizio agli inizi del 1941 e continuarono fino al 1944. Visionai personalmente queste esecuzioni fino a dicembre del 1943 e questo al servizio delle mie funzioni alla sovrintendenza dei campi di concentramento della WVHA; tutte le gasazioni avvenivano per ordine diretto del RSHA(Reichssicherheitshauptamt), quindi a totale sua responsabilità. Pertanto gli ordini di genocidio li ricevetti dal RSHA. » dalla testimonianza di Rudolf Wöss comandante del campo di sterminio di Auschwitz, al processo di Norimberga,15 Aprile 1946,fu impiccato |