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Eccomi

Utente: giacabi

chi sono
Sono un ex vagabondo che ha avuto la grazia, durante il suo vagabondare di incontrare degli amici di Gesù che gli hanno mostrato la Bellezza della vita, quello che il suo cuore da sempre cercava. Ora sono diventato un pellegrino con lo sguardo rivolto alla “Roccia splendente” anche se spesse volte riabbasso lo sguardo verso terra col rischio di perdermi in vicoli ciechi; ma appena rialzo la testa vedo gli amici e la meta, di nuovo la realtà riprende forma e colore.



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venerdì, 31 luglio 2009

Il falso desiderio

***

  Che il desiderio soddisfatto porti sazietà,e la sazietà la noia, e la noia il disgusto, troppi sono gli esempi perché si possa dubitarne”.

Julien Green  “Verso l’invisibile” (Rusconi 1973)

Postato da: giacabi a 15:54 | link | commenti
green

***

  “L’uomo dedito al piacere fa di certi esseri strumenti sessuali, li riduce a una funzione, li semplifica al massimo. Non sono più anime unite a corpi, ma corpi e basta, e spesso parti di corpi”.

Julien Green  “Verso l’invisibile” (Rusconi 1973)

Postato da: giacabi a 15:48 | link | commenti
green

martedì, 28 luglio 2009

Così il cristianesimo è diventato Parola, parole

***

«Noi cristiani nel clima moderno siamo stati staccati non dalle formule cristiane, direttamente, non dai riti cristiani, direttamente, non dalle

leggi del decalogo cristiano, direttamente. Siamo stati staccati dal fondamento umano, dal senso religioso [dal nostro umano]. Abbiamo una

fede che non è più religiosità. Abbiamo una fede che non risponde più

come dovrebbe al sentimento religioso; abbiamo una fede cioè non consapevole, una fede non più intelligente di sé. Diceva un mio vecchio

autore, Reinhold Niebuhr: “Nulla è tanto incredibile come la risposta

ad un problema che non si pone”. Cristo è la risposta al problema, alla sete e alla fame che l’uomo ha della verità, della felicità, della bellezza e dell’amore, della giustizia, del significato ultimo. Se questo non  è vivido in noi, se questa esigenza non è educata in noi, che ci sta a fare Cristo? Cioè, che ci sta a fare la Messa, la confessione, le preghiere, il catechismo, la Chiesa, preti e Papa? Sono trattati ancora con un certo rispetto a seconda delle aree di vita del mondo, sono conservati per un certo periodo di tempo per forza d’inerzia ma non sono più risposte ad una domanda, perciò non hanno più lunga sopravvivenza [una data di scadenza, appunto]. [...] Così il cristianesimo è diventato Parola, parole».

L. Giussani, «La coscienza religiosa nell’uomo moderno», Centro Culturale “Jacques Maritain”, pro manuscripto, Chieti 1986, p. 15.

Postato da: giacabi a 14:49 | link | commenti
cristianesimo, giussani

lunedì, 27 luglio 2009

Gesù protegge i peccatori alla Silvio

***

Ci sono giornali e intellettuali che strattonano la Chiesa esigendo la condanna del peccatore. Si rassegnino: Berlusconi è corazzato da quel Gigante che attraversa le pagine dei Vangeli e che è la Misericordia fatta carne. Non è "protetto dai preti" (per qualche losco interesse), ma da Gesù stesso (come ciascuno di noi peccatori).

E i preti devono essere loro stessi il volto di Gesù che attende e perdona il peccatore. Chi è stato, nella nostra generazione, l'immagine più perfetta di questo Salvatore che spalanca le braccia a fiumi di peccatori in cerca di perdono? Padre Pio. Icona di Cristo perfino nella carne (perché quei segni dei chiodi indicano che Gesù inchiodò alla croce la giustizia di Dio e fece vincere la "follia" della sua sconfinata misericordia). Per questo l'idea di andare a San Giovanni Rotondo da padre Pio è la migliore: non so se Berlusconi ci ha pensato davvero, ma è, in assoluto, il posto del mondo dove più è atteso. È casa sua e casa mia. La Chiesa è, ad immagine di Maria, "refugium peccatorum".

È il paradosso che si riflette poeticamente nei più grandi scrittori cristiani. Non a caso «la creazione più alta in cui si incarna, nei romanzi di Dostoevskij, la santità è paradossalmente una prostituta», nota don Barsotti. Cioè Sonja di "Delitto e castigo". Non il santo monaco Zosima, ma Sonja.

Il fariseo pretende sempre di accusare di incoerenza i peccatori che si affidano a Dio. Ma non si crede in Gesù Salvatore perché noi siamo perfetti, si crede perché lui è perfetto. Tanto più si ha il diritto di gettarsi fra le braccia del Salvatore quanto più noi siamo dei disgraziati. Un personaggio della "Sposa bella" di Bruce Marshall, uno che mostra di apprezzare la bellezza femminile e si dice cattolico, risponde al moralista che lo contesta: «È proprio qui che ti sbagli… Quasi tutti pensano che i loro peccati li abbiano privati del diritto di credere. Ma questo equivarrebbe a dire che la rivelazione cristiana è vera in maniera inversamente proporzionale ai propri vizi.

Nel Medioevo, la gente era cristiana anche nel peccato: il timore di essere accusata di incoerenza non la faceva cadere nell'errore di credere nella propria virtù».

Credere nella propria virtù, pronti a lapidare il peccatore, è quanto c'è di più anticristiano, mentre le ferite del peccato facilmente diventano le feritoie attraverso cui Dio, che non si rassegna a perdere nessuno dei suoi figli, ci raggiunge con il suo abbraccio.

Così Charles Péguy, un grande convertito del Novecento, memore delle pagine evangeliche sul pubblicano e il fariseo (e delle polemiche di Paolo e Agostino sulla Legge), scrive queste pagine provocatorie: «Le persone morali non si lasciano bagnare dalla grazia. Ciò che si chiama la morale è una crosta che rende l'uomo impermeabile alla grazia. Si spiega così il fatto che la grazia operi sui più grandi criminali e risollevi i più miserabili peccatori».

Infatti sul Calvario si convertì il "ladrone" (un brigante), mentre scribi e farisei, osservanti di tutti i 600 precetti della Legge, additavano Gesù come un maledetto da Dio. «È per questo» prosegue Péguy «che niente è più contrario a ciò che si chiama… la religione, come ciò che si chiama la morale. E niente è così idiota che confondere così insieme la morale e la religione».

Attenzione, Péguy – col suo linguaggio poetico - non sta facendo l'elogio dell'immoralità. Ma condanna l'ideologia della morale, cioè il giacobinismo, il moralismo farisaico e la pretesa di salvarsi da sé. Non è che Gesù fosse indifferente al peccato che anzi gli faceva una tristezza infinita. Ne aveva orrore, ma si struggeva di compassione per i peccatori. Era venuto per loro. Letteralmente. Nel Vangelo Gesù mostra una pietà infinita per i più miserabili peccatori, li perdona sempre, li risolleva sempre (li considera i più poveri), mentre sfodera parole di fuoco solo contro i "giusti", i rigoristi, i moralisti e gli "onesti" del suo tempo. I peccatori umiliati (resi umili dalla propria scandalosa debolezza) si salvano, dice una sua parabola, mentre i "giusti", insuperbiti dalla loro presunta rettitudine, no.

Scrive don Divo Barsotti: «È il tuo peccato che lo chiama; nulla più efficacemente della tua miseria lo attrae, purché tu gliela doni… In un istante i tuoi peccati sono distrutti, non sono più. Egli solo è». Per Gesù l'unico peccato che non si può perdonare è quello contro lo Spirito Santo, cioè quello dell'ideologia o dell'opposizione lucida e teorizzata contro Dio. Il peccato del pensiero oggi dominante che si erge deliberatamente contro Dio. Com'è stato, nel recente passato, il comunismo.

Perciò Pio XI nella Divini Redemptoris (citata dal Concilio) proclamava: «Il comunismo è intrinsecamente perverso e non si può ammettere in nessun campo la collaborazione con esso».

Gilbert K. Chesterton in una pagina memorabile fa dire a un suo personaggio (evidente simbolo della Chiesa): «Noi sosteniamo che i delinquenti più pericolosi sono proprio quelli dotati di cultura, che il furfante più temibile è il filosofo moderno assolutamente privo di principi. Al suo confronto, bigami e tagliaborse sono esseri essenzialmente morali e il mio cuore palpita per loro. Essi non rinnegano il vero ideale dell'uomo, lo cercano in modo sbagliato, ecco tutto».

Invece i "filosofi", gli ideologi pretendono di teorizzare e trasformare il Male in Bene e viceversa.

Da duemila anni, la Chiesa è – per volontà del suo Maestro e Signore - la casa del peccatori, l'abbraccio del loro Padre misericordioso. Tutto nella Chiesa è fatto per i peccatori. Le grandi Cattedrali e il sublime gregoriano, le immense tele di Caravaggio e l'Agnus Dei di Mozart, la grandiosa teologia di Tommaso d'Aquino e il Giudizio universale di Michelangelo. Quello che c'è di più sacro sulla terra, cioè i sacramenti, sono fatti per i peccatori. Sono per loro. Infatti sono i gesti fisici (legati sempre a segni fisici) della presenza di Gesù che abbraccia, risolleva, cura, medica, consola, rafforza, chiama. Il Concilio ripete che la Chiesa è il primo, grande sacramento della salvezza. La Chiesa è la casa dei peccatori perché gli esseri umani sono i figli del Re. Anche quando sono in catene (nel peccato) sono i figli del Re, possono invocarlo e vengono da lui soccorsi. E gli angeli sono a loro servizio.

Chi invece contesta la regalità di Dio, quello non è figlio. Non può essere perdonato, perché non vuole l'abbraccio del Padre, ma lo odia e ne combatte lucidamente la presenza, le opere, la volontà, la bontà.

Invece – come spiega Agostino nelle "Confessioni" - nella debolezza del peccare talvolta si manifesta proprio la sete che ogni creatura ha di Dio. Spesso il peccato nasce dalla solitudine, dalla paura della morte, dall'incertezza di esistere che induce ad aggrapparsi alle creature, alla loro effimera bellezza creata. E così inconsapevolmente l'uomo mostra quanto ha sete e fame di Dio, la fonte della Bellezza, la vera Felicità, la vera Vita.

Un altro grande convertito del nostro tempo, Olivier Clément, osservando la generazione della "rivoluzione sessuale", negli anni Settanta, scriveva: «Nel peccato, e soprattutto nel peccato in quanto ricerca dell'innocenza mediante l'inferno, si delinea tutto il paradosso dell'uomo… Dovremmo essere in grado di discernervi la sete dell'infinito, la nostalgia della libertà e della comunione, la sofferenza di colui che cerca l'assoluto nelle realtà della terra, quelle realtà che non possono salvare, ma che attendono di essere salvate».

Clément parla di uomini in cerca di «un'eterna adolescenza» e conclude: «Nella grande e spesso folle prova della libertà dobbiamo distinguere la persona nel suo trasalimento ancora cieco e nel suo destino insaziabile, con la certezza che nella parte più profonda dell'inferno Cristo – per sempre vincitore di esso – attende colui che l'Apocalisse chiama "l'uomo di desiderio"». Perché Cristo è il solo medico della nostra malattia mortale.

di Antonio Socci

24/07/09

 

Postato da: giacabi a 14:46 | link | commenti
socci

domenica, 26 luglio 2009

 Marciana

grazie della tua testimonianza

***

 

 dal blog di: annavercors

 

 

Dedicatórias da Marciana

Ho trovato un blog - credo portoghese - con i pensieri di Marziana tradotti dall'originale e, con l'aiuto di google, ho cercato di renderli in Italiano. Perciò chiedo venia se la traduzione non sarà esattissima! 

(Grazie a Paulo che mi ha aiutato a correggere la traduzione!)

Dedicatórias da Marciana 27


Senhor, cubra meu espírito com a fragrância das flores, para que eu nunca seja tentada a me afastar de Ti.

Signore, copri il mio spirito col profumo dei fiori perché non mi accada di separarmi mai da Te
 

Dedicatórias da Marciana 26


Compadeça-te de teus irmãos em desgraça; ajuda-os a levantar sua cruz.

Abbi pietà dei tuoi figli infelici: aiutali a portare la loro croce.
 

Dedicatórias da Marciana 25


Enche teu coração de amor, ternura e humildade; não dá espaço à arrogância e à soberba.

Riempi il tuo cuore d'amore,
di tenerezza  e di umiltà; non ospitare nel tuo cuore arroganza e superbia
 

Dedicatórias da Marciana 24


Diante do arrogante, sê humilde; diante do soberbo, use da simplicidade... asseguro-te que triunfarás.

Davanti all'arrogante, sii umile; davanti al superbo, sii semplice... ti assicuro che trionferai

Dedicatórias da Marciana 23


Use como escudo a humildade e o amor... nunca serás vencido.

Usa come scudo l'umiltà e l'amore ...
  non potrai mai essere vinto.

Dedicatórias da Marciana 22


A perversidade envenena o espírito, enquanto que a simplicidade, a humildade, o altruísmo de nada possuir embeleza a alma.

La perfidia avvelena lo spirito, mentre la semplicità, l'umiltà, la povertà generosa abbellisce l'anima.

Dedicatórias da Marciana 21


Sê como as aves que louvam a vida, com seu canto, em cada amanhecer.

Sii come gli uccelli che lodano la vita con il loro canto in ogni alba


 

Dedicatórias da Marciana 20

.
A meu amoroso Pai: Tu me deste o presente mais maravilhoso da minha vida, Senhor... Sentir o deleite nas noites coalhadas de estrelas, um campo banhado de flores e o abraço carinhoso de meus seres queridos. Obrigada por merecer tantos prodígios de meu Deus.

O Padre amoroso, Tu mi hai fatto dono di questa mia meravigliosa vita. Sentire la gioia di una notte stellata, di un campo inondato di fiori, dell'abbraccio tenero degli amici. Grazie infinite di questi prodigi del mio Dio!

Dedicatórias da Marciana 19


Senhor, tem misericórdia daquelas que estão mortos ainda em vida.

Signore, abbi pietà di coloro che sono morti pur essendo in vita

Dedicatórias da Marciana 18


Obrigada, Senhor, por me ter dado o dom de ser uma obra de arte a minha vida.

Grazie, Signore, per aver trasformato la mia vita in un'opera d'arte.

Dedicatórias da Marciana 17


Embeleza meu espírito assim como adornas as plantas de flores, Senhor.

Abbellisci il mio spirito così come adorni le piante con i fiori, Signore

Dedicatórias da Marciana 16


Não encontrarás a felicidade em um castelo onde não há amor.

Non troverai la felicità in una casa dove non
 c'è l'amore.

Dedicatórias da Marciana 15


Que tristeza me dá aquele que não vê as maravilhas que Deus lhe deu para viver.

Quale tristezza per me sono coloro che non vedono le meraviglie che Dio ha regalato alal nostra vita.

Dedicatórias da Marciana 14


Deus me trouxe para o mundo no dia mais bonito do ano, 20 de setembro. É por isso que meu coração só tem primaveras.

Dio mi ha fatto nascere il giorno più bello della'nno, il 20 settembre. Ecco perché il muio cuore è solo primavera

 

Dedicatórias da Marciana 13


Não é a dor de minha doença minha aflição, mas o sofrimento e o abandono de meus irmãos.

Non è il dolore della mia malattia la mia angoscia, ma la sofferenza e l'abbandono dei miei fratelli

 

Dedicatórias da Marciana 12


Se vês em teu caminho a arrogância, a inveja e o rancor, dá a volta para não cruzares com eles.

"Se vedi nel tuo cammino l'arroganza, l'invidia e l'amarezza, allontanati per non esserne coinvolta".

 

Dedicatórias da Marciana 11


És manso como a água cristalina. És terno como o pássaro com sua cria no ninho. És sagaz como uma criança brincalhona.

Sei come l'acqua cristallina. Sei tenero come un passero nel suo nido. Sei sagace come un bimbo birichino

 

Dedicatórias da Marciana 10


Senhor, Tu sabes que tenho dois irmãos amados, um se chama Amor e o outro Humildade. Não permitas que sejam feridos.

Signore, tu sai che ho due fratelli amati; uno si chiama Amore, l'altro Umiltà. Non permettere che siano feriti dal male
 

Dedicatórias da Marciana 09


Sê como a água cristalina - transparente - e te iluminarás como um belo amanhecer.

Sii come acqua cristallina - che è trasparente - e ti illuminerai come una bella alba
 

Dedicatórias da Marciana 08


Meu coração está transbordante de ternura, amor e alegria. Não existe lugar para o ódio nem para o rancor.

Il mio cuore è traboccante di tenerezza, amore e gioia. Non c'è spazio per l'odio e il rancore

 

Dedicatórias da Marciana 07


Senhor, faz-me cada vez mais humilde, para que minha vida seja bela como um campo em primavera.

Signore, rendimi umile, perché la mia vita diventi bella come un campo primaverile
 

Dedicatórias da Marciana 06


Não tenhas medo dos conceitos que te atribuam, se tiveres Jesus em teu coração.

Non temere il giudizio degli altri se hai Gesù nel tuo cuore
 

Dedicatórias da Marciana 05

Minha aflição se aliviará dando amor e ternura a meus irmãos.

Il mio dolore è meno duro quando offro amore e tenerezza ai miei fratelli.
 

Dedicatórias da Marciana 04


Murcharão as minhas pétalas, mas meus pensamentos perdurarão para sempre, porque estão cheios de amor e de ternura.

Appassiranno i miei petali, ma i miei pensieri dureranno per sempre perché sono pieni di tenerezza e amore.
 

Dedicatórias da Marciana 03


Senhor, faz de mim um instrumento para aliviar a dor dos meus irmãos.

Signore fa' di me uno strumento per alleviare il dolore dei miei fratelli.
 

Dedicatórias da Marciana 02


Não permitas, Senhor, que estas mágicas mãos que Tu me deste pintem outra coisa, mas apenas as belas paisagens do Teu Éden.

Non permettere, Signore, che queste magiche mani che mi hai regalato dipingano altro che le meraviglie del tuo Paradiso terrestre

 

Dedicatórias da Marciana 01

 

Obrigada, Senhor, por me ter colocado no Teu Éden, adornado de céus estrelados, do trinar das aves e do campo banhado de flores.

 Grazie, Signore, perché mi hai regalato il tuo Paradiso terrestre, scintillante di stelle in cielo, del cinguettio degli uccelli e di fiori di campo bagnati di rugiada. 
postato da AnnaV alle ore luglio 21, 2009|

Marziana è morta

E' con struggimento che leggo e condivido questa lettera di P. Aldo: 

‘Non e’ il dolore della mia malattia che mi afflligge ma la sofferenza e l’abbandono dei miei fratelli che vivono nel mondo, per la strada, bambini, anzíani, ammalati.’
Questa e’ l’ultima espressione di Marciana pronunciata alcuni giorni fa, quando gia’ in fin di vita stava aspettando la morte.

Era gia’ un scheletro, ma il suo cuore batteva forte, lei con il cuore innamorato del suo Gesu,’ gia’ desiderava vederlo.

 E’morta il giorno della Madonna del Carmine alle 22. C’erano suo papa’ a fianco e le infermiere. Quando sono arrivati era appena spirata.

Sorella Sonia ( la giovane suora di clausura che e’ l’anima della clinica ) stava suonando l’arpa , il papa’ singhiozzava e io, con il cuore spezzato, piangevo. Ma oggi non voglio parlare di quanto accaduto e di come abbiamo visuto i due giorni in cui l’abbiamo vegliata (ne riparlero’) ma offrirvi la sua testimonianza lasciata per iscritto dietro ogni suo quadro dipinto.

Amici, capite che anche il cancro, il dolore sono una circostanza positiva, come ci dice Marciana. Anzi per Marciana e’ stata la circostanza pu’ bella che Dio le ha dato. Sentit cosa mi ha scritto il 1 luglio 2009 sopra un pezzo di carta igiénica l’ultima volta che era stata alcune ore nel suo  povero ‘rancho’. L’ha scritto sulla carta igiénica tanto era povera.

Dio mio, che fede !  che bello quanto Carron ci ripete sulla bellezza delle circostanze, anche quella del cancro!

Amici, ascoltate Marciana e che dal cielo cambi il nostro cuore: 

Al mio carissimo Padre Aldo.

Il mio viaggio e’ próssimo alla fine e non voglio andarmene senza dirle che ho passato i giorni piu’ belli della mia vita in questa clinica; ho incontrato i miei fratelli e sorelle ammalati come me ai quali ho voluto tanto bene. Mi duole sapere che ho ancora pochi giorni per stare con loro. La prego Padre per l’incarico che le do’: abbia cura di loro, perche’ so che donera’ il meglio di se’, che e’ tanto amore. Ed io da questo momento mi prendero’ cura di lei.”

                                                             Marciana Elizabeth 

Ho pi
anto dalla gioia e dal dolore nel leggere queste parole su questo pezzo di carta……..ma che santita’, come ogni sua affermazione nelle dediche scritte da lei dietro i suoi quadri: 

“E’ tranquillo come l’acqua cristallina, è tenero come un uccello con la sua cucciolata nella sua nidiata, è sagace come un bimbo 

“Dio mi ha messo nel mondo il giorno più bello dell’anno, 20 settembre, è per quello che nel mio cuore soltanto c’é primavera”.
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Come sapete Marziana dipingeva e potete vedere due suoi dipinti QUI. E  di seguito ne aggiungo un altro:

Ecco la foto di Marziana nello splendore dei suoi quindici anni:




Ecco una delle frasi di Marziana (che potrete leggere QUI)

No permitas Señor que estas mágicas manos que tú me diste, pinte otra cosa, sino los más bellos paisajes de tu Edén.

postato da AnnaV alle ore luglio 21, 2009 12:13 | link | commenti 

Marziana sta morendo:"Chi mi ama, mi ritroverà nei miei fratelli ammalati, nei bimbi, negli anziani abbandonati e con i poveri"

Padre Aldo ci scrive:
Cari amici
          Marziana sta morendo. Nella sua borsetta il papa' ha trovato questo [biglietto] : 

Il mío viaggio.

A tutti quelli che mi hanno conosciuto. Sto aspettando il mio treno senza ritorno, con le valigie piene di bei ricordi vissuti. In questa valigia non porto angoscia, nè odio nè rancore, soltanto cose belle: l’amore di miei cari, degli amici e le carezze ricevute nelle notti d’inverno.

Alla mia partenza non voglio pianti, ma l’addio con un semplice fazzoletto.

Chi mi ama, mi ritroverà nei miei fratelli ammalati, nei bimbi, negli anziani abbandonati e con i poveri senza pane. 

                                                                                    Marziana Elizabeth.

20-01-2009

 

Allego la foto della mostra dei suoi quadri fatta domenica. Come vedete la morte è vinta dalla gioia di vivere. 


postato da AnnaV alle ore luglio 10, 2009 14:53 |

Marziana

Si può vivere così? P. Aldo dal Paraguay ci testimonia di sì:

Cari amici,
 

La vita è un miracolo continuo da queste parti.
Ancora una volta è Marziana la protagonista. E’ ormai alla fine e nella sua poca capacità di intendere e ancora meno di parlare, ha manifestato il desiderio che domenica 5 di luglio possiamo organizzare davanti alla chiesa con 40 dei suoi quadri dipinti in questi ultimi mesi, due dei quali fatti la settimana passata, una mostra per i nostri amici. Dio voglia che sia ancora viva, perché come mostra la foto che vi mando di questa mattina è ormai vicina al suo Gesù. Dio mio, quanto lo ama.
Questa mattina dandole la comunione (un pezzettino piccolo d’ostia) le ho chiesto «Marziana, come stai?» e lei «molto bene Padre».
Ho guardato le sue mani ormai pelle ed ossa, la bellezza delle unghie smaltate di colore uva, i capelli ben raccolti, tutto il suo corpo già uno scheletro, indicano la coscienza della sua femminilità, curata in tutti dettagli, pronta per incontrare Gesù. Anche le unghie dei piedi sono perfette e ben smaltate.

Amici «io sono Tu che mi fai». Ecco Marziana vive di questa certezza. Per lei quanto Carron ci ripete è la sua carne. Seguissimo noi Carron come lei lo segue.

Personalmente passo il giorno nella clinica, ripetendo a tutti quanto lui ci insegna, in particolare seguendo quanto dice nella scuola di comunità che un amico mi invia.
Amici, questo miracolo sarebbe impensabile senza questa libertà di seguire quanto Carron ci dice.
Chissà qualcuno sarà stanco di sentirsi dire da me queste cose, a me poco interessa, però la verità di questa mia insistenza è perchè tocco con mano, vedo i miracoli che questa figliolanza produce.
E se non crediamo al miracolo di chi fra i dolori del cancro sta morendo con il sorriso sulla bocca, non dovremmo credere più a nessuno.
Aggiungo le «frasi» che Marziana ha scritto dietro ogni quadro. Davvero sconvolgenti e commoventi. 
 

Ciao
P. Aldo.

E’ tranquillo come l’acqua cristallina, è tenero come un uccello con la sua cucciolata nella sua nidiata, è sagace come un bimbo.

 

 

 

 

 

 

 

Dio mi ha messo nel mondo il giorno più bello dell’anno, 20 settembre, è per quello che nel mio cuore soltando c’é primavera 

 

postato da AnnaV alle ore giugno 30, 2009 14:05
 

Marziana con metastasi in tutto il corpo: “la vita é bella...padre sto molto bene”.

La mail di P. Aldo:

Cari amici

di ritorno dalla Bolivia, dove sono stato a rivedere l'esperienza di fede iniziata dai gesuiti 300 anni fa nella selva della Chiquitania e ancora oggi visibile nella gente che, nonostante la teologia della liberazione, segue vivendo il quotidiano come il modo piú bello e concreto della personale relazione con Cristo.          

Ho visto bimbi sporchi, affamati, suonare il violino, il contrabbasso, l'organo a pedali, originario. Ho visto questi bimbi dai 5 ai 10 anni, macilenti suonare il violino guardando lo spartito de “La donna é mobile” di Verdi. Capite, che commozione! Nella selva, dove ci sono solo capanne e una chiesa bellissima frutto della fede dei gesuiti e degli indios, a tre navate, attorniata di casupole di fango e paglia.  Non strade ma viottoli. Come nel Medio Evo: un popolo generato dalla fede che vive in capanne povere, disgustose, fra le quali spicca la maestosità e bellezza della Chiesa.
Stando con questi bambini pensavo a quanto il Papa ha detto ai funerali di Giussani: “nella sua casa c'era poco pane ma molta musica”. Come nella selva Chiquitana: i bambini non hanno pane ma suonano il violino, il contrabbasso, il flauto, l'arpa, la viola. Ciò che da voi é una scuola per chi può economicamente, qui é un fatto che ogni bimbo vive. Si può stare senza mangiare, ma non senza il violino.
Dio mio, davvero nella selva ho incontrato il movimento, un movimento come quello di Marcos e Cleuza, come questo di San Rafael, un movimento dove quello che é chiamato la “spazzatura” del mondo, vive commosso, aspettando la morte. Aspettandola con la musica o dipingendo come la testimonianza che vi mando documenta. Quanto Carron ci diceva agli Esercizi, parlando della positività delle circostanze, che per me sono il sorriso, la tenerezza di Dio, lo vivo con passione ogni giorno e ne esperimento la bellezza, come quei bambini indio, che suonano il violino, dentro delle circostanze per noi impensabili.

Due circostanze in particolare, in questi giorni mi hanno educato a vedere la positività della realtà:
1- oggi, una giovane mamma con due figli, da alcuni anni emigrata solo in Spagna, é rientrata, in coma, con un aereo che la pietá cristiana di alcune suore le hanno pagato. E' arrivata viva per miracolo ed ora é già nella nostra clinica. L'arrivo é stato doloroso per i suoi due bimbetti che l'avevano visto partire per la Spagna, in cerca di fortuna, sana. Che potevo dirli? Abbracciarli e fare loro sentire la tenerezza di Gesù che, anche se in condizioni “finali” ha permesso loro di rivederla viva.
Certo le domande sono tante...una giovane mamma obbligata a emigrare, la durezza del soggiorno in Spagna, i bambini lontani, soli ed infine la malattia e il coma...Uno non può non chiedersi dove é la positività in tutto questo. E allora mi torna in mente la scuola di comunità  li dove Giussani parla del “desiderio de un bene arduo”, della la “inevitabile incertezza”, del “cammino che é caratterizzato dalla fatica” e “la forza di Gesù”. Come dire che il positivo di questa situazione é per me vivere queste parole  del Giuss, vivere la certezza che Cristo é il senso di tutto (malattie e salute) e per questo il cammino é lo stesso di Gesù  nel calvario. E' una certezza, pieno di rabbia a volte, di oscurità, come Gesù  nel Getsemani, ma é una certezza per cui anche la rabbia della impotenza e delle solitudine diventa “Non la mia, ma la Tua volontà sia fatta” o “nelle Tue mani affido il mio spirito”. “La tua grazia vale più che la vita”. Tutte le settimane preghiamo così nelle “ore”, ma qui é l'attimo che ci “obbliga” a riconoscere questa verità.
Allora se la grazia, Cristo, vale più della vita, capite il perché non esiste dolore, sofferenza, che non sia positivo.
Allora capite perché questa donna l'abbiamo accolta dalla Spagna, come si accoglie Gesù, in coma.
“La tua grazia vale più che la vita”. Il nostro ospedale é la memoria di questo. 

2- Marziana, una bella ragazza che sta morendo di cancro, 20 anni. Vi allego la sua testimonianza.
Se Dio non fa un miracolo i suoi giorni sono contati. Eppure é felice, nella certezza di essere al traguardo. Guardate gli ultimi quadri dipinti in questi giorni, con una fatica enorme, con gli occhi pieni di letizia anche se pieni di dolore.
Metastasi totale, dolori enormi. Non é la morfina a calmare i dolori ma la fede più forte del granito.
Ripete: “la vita é bella...padre sto molto bene”.
Dipinge con fatica, sostenuta dal papà e dipinge con colori vivi, dipinge la realtà. Non é astratta la sua pittura perché lei vive la realtà, vive il cancro, vive ogni circostanza con l'intensità del colore dei lapacho (piante tropicali) gialli, bianchi e rosa quando fioriscono.
Per lei la pittura o descrive la realtà o non lo é, perché la malattia che vive non é astratta, é concreta, concretissima e non permette di sognare, di fuggire dalla concretezza delle fitte terribili della metastasi ossea. I suoi quadri sono bellissimi perché affermano ciò che esiste, la realtà e in questa coscienza lo sguardo di Marziana gridano, dipingendo ciò che vive: Lui esiste.
Sentite ciò che mi ha scritto e alcune frasi scritte con due dediche dietro i  2 quadri di cui vi mando le foto. 

“Mi chiamo Marziana Elizabeth Estigarribia, ho 20 anni di etá, sono stata abbandonata dalla mia mamma quando sono nata. Sono ho cresciuta con la mia nonna paterna, con lei ho avuto una infanzia bella e non mi aveva mai fatto mancare niente, finché lei e morta. Per prima volta avevo sperimentato il dolore più grande della mia vita, con la mia “mamma” morta (come chiamavo la mia nonna). Sono andata a casa del mio babbo e lui mi continuava a dare tutto il calore che noi essere umani abbiamo bisogno nella nostra vita.
Il mio calvario: alcuni giorni prima di Natale 2008 si hanno manifestato i primi sintomi della mia malattia. Passato Capodanno, mi  sono fatta alcune analisi con cui mi hanno scoperto il male (epatocarcinoma). Siamo stati in ospedali pubblici e privati, e ora  siamo rimasti senza nessuna risorsa, il mio babbo non poteva lavorare più e le mie medicine costavano di più per il mio trattamento.
Mio padre nella sua disperazione cominciò a vendere i miei quadri che avevo dipinto per saldare le mie spese. Però la mia situazione era ogni volta più critica.
Alla sera pregavamo insieme a Dio e alla Madonna chiedendole aiuto per la mia salute e per tutti i bisognosi. Il Signore ci ha ascoltato e guidato fino a questa Clinica dove sono circondata da gente meravigliosa. Grazie a loro sto migliorando e chiedo a Dio che mi dia forza di continuare a fare cose belle fino al ultimo momento della mia vita.
Il mio affetto speciale al Padre Aldo per avermi offerto tanto amore nel momento più difficile della mia vita. Che Dio infonda su di lui abbondanti benedizioni per continuare ad aiutare gli ammalati.
Che Dio vi benedica.” 

FOTO 1: Amici... ed è qui che soffre aspettando la morte... cioè la vida nella sua pienezza

FOTO 2: “Le cose belle e sincere nascono dal cuore e non muoiono mai”

FOTO 3: “Che tristezza mi dà colui che non vede le meraviglie che Dio regala per vedere”

 

Postato da: giacabi a 22:31 | link | commenti

Gli indios di Rimini

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Come i guaranì quattrocento anni fa. Come i malati con tre giorni di vita. Il titolo del Meeting raccontato da un sacerdote in missione in Paraguay

di Padre Aldo Trento

 articolo di Tempi

Siamo nel 1609, 400 anni fa, quando i gesuiti hanno dato inizio al “sacro esperimento”, come sono state chiamate più tardi le Riduzioni gesuitiche. Durante 150 anni circa nella foresta subtropicale è nato un nuovo modo di guardare la realtà. O meglio, gli indios guaranì hanno finalmente potuto conoscere ciò che da centinaia di anni stavano cercando: la terra senza il male. Di che cosa si trattava? La storia è andata così: Tupà (in guaranì Tu è “meraviglia”, “stupore”; pà è una domanda: “Chi ha fatto questa bellezza?”), il dio dei guaranì, aveva creato la terra sopra quattro palme, una ad ogni lato. Quindi aveva creato l’uomo immortale (karaì, in guaranì) maschio e femmina. Tutto andava bene, fino a quando il serpente contaminò la terra originaria, togliendo all’uomo la sua immortalità. Il castigo di Tupà non si fece attendere e il dio mandò un diluvio. Da quel momento, il Karaì, l’uomo maschio e femmina, cominciò la grande peregrinazione alla ricerca delle terra originaria che aveva perduto. La ricerca avveniva mediante tre gesti: il caminare (erano seminomadi), il ballare e il cantare.

Quando giunsero i primi missionari, in particolare i francescani e i gesuiti, si resero conto della bellissima concezione del mondo che avevano i guaranì. Benché fossero cannibali e poligamici, i missionari (in particolare i gesuiti) capirono subito che il primo approccio non doveva essere morale, ma ontologico. Quindi l’evangelizzazione doveva rispettare due binari: il primo era la valorizzazione della loro concezione del mondo e, per questo, in nessuna chiesa gesuitica dell’epoca esiste un segno o un’immagine che rimandi al Vecchio Testamento. I gesuiti vollero valorizzare il “Genesi” dei guaranì, introducendoli a figure come quelle di Gioacchino ed Anna, i genitori della Madonna, simboli del passaggio tra l’Antico e il Nuovo. Il secondo binario su cui si mossero i missionari fu quello di mettere in maggior risalto l’avvenimento cristiano rispetto alla morale.

 

Postato da: giacabi a 21:21 | link | commenti
ptrento

Che cosa vuol dire meditazione?

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Vuol dire presa di coscienza di una verità in modo tale che essa si dispieghi davanti agli occhi, così che tu possa penetrarla; che non sia cioè una carta inchiodata sul muro, sul muro dei tuoi occhi, cioè sul muro del tuo cuore, ma siano delle parole vive dentro le quali tu possa penetrare.

Noi possiamo penetrare soltanto le parole vive, cioè le parole che ci dicono coloro che con noi vivono, partecipano alla nostra vita.

Luigi Giussani, in “Si può vivere così” ed. Rizzoli

 

Postato da: giacabi a 17:48 | link | commenti
giussani

sabato, 25 luglio 2009

Ivan Medek, l’apostolo del dissenso

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Europa dell’Est • A 83 anni uno storico oppositore del regime comunista cecoslovacco racconta in un libro la lotta per la libertà condotta con Havel che poi lo volle come suo braccio destro • Cattolico convinto, fu tra i primi firmatari di «Charta 77» • Espulso dal Paese, ritornò solo nel 1989 • Scrive del primo presidente della Repubblica ceca: «È stato sempre una persona coraggiosa, sia in prigione, sia al potere. Non ha la pelle dura, ma per il nostro popolo ha fatto più di qualsiasi altro»

di Roberto Beretta

Tratto da Avvenire del 22 luglio 2009

È stato uno dei 5 invitati alle seconde nozze di Václav Havel nel 1997, quando il drammaturgo e fondatore di «Charta 77» ha sposato in segreto l’attrice Dasa Veskrnova, pochi mesi dopo la scomparsa della prima moglie Olga Havlova – mol­to amata dai praghesi. Ed è stato per quasi 6 anni, dal 1993 al 1998, il braccio destro del presidente ceco al Castello di Praga, come suo fedelissimo capo di gabinetto. Eppure pochi immaginerebbero che Ivan Medek – oltre che anticomunista a tutta prova, tra i primi fi­matari di «Charta 77», dissidente a lungo perseguitato dal regime e costretto ad espatriare dal 1978 alla caduta del Muro – sia anche un cattolico, anzi un convertito: per­ché non è del tutto scontato pen­sare che l’intellettuale più «laico» del dissenso, il presidente agnosti­co Havel, abbia personalmente voluto al suo fianco un credente convinto come Medek. Eppure lo racconta il protagonista stesso, che oggi ha 84 anni e vive a Praga, in un libro intitolato «A gonfie vele» nel quale raccoglie alcune conversazioni radiofoniche autobiografiche e che la ricercatrice udinese Tiziana Menotti ha tradotto in italiano sia per la sua tesi di specialità, sia con la speranza di trovare un’editrice che faccia conoscere anche da noi la straordinaria espe­rienza di un uomo purtroppo poco conosciuto nel Belpaese.

E invece Medek viene da una famiglia molto nota in Cecoslovacchia: la nonna materna di Ivan, rimasta vedova di Antonín Slavícek (il maggiore esponente dell’impressionismo ceco, morto suicida appena quarantenne), si era risposata con il pittore Herbert Masaryk, figlio di Tomáš Garrigue Masaryk primo presidente della Cecoslovacchia dalla fondazione delle Repubblica nel 1918 al 1935. Casa Medek dunque fu per tutti gli anni Venti uno straordinario foyer culturale, ma anche politico, assai vi­vace e accolse molti degli spiriti più creativi della nazione. Anche Rudolf Medek, padre di Ivan, arruolatosi nel 1917 come volontario per combattere gli austriaci in Russia, era poeta e scrittore.

Né la vena artistica familiare si era esaurita lì: Mikuláš – fratello minore di Ivan, morto nel 1974 – è considerato uno dei maggiori rappresentanti della pittura contemporanea ceca. Ivan, nato nel 1925, ha talento da musicista: ha studiato al conservatorio fino al colpo di Stato filo-sovietico del 1948, poi ha fatto il manager nella Filarmonica ceca prima di essere licenziato per mo­tivi politici, quindi ha lavorato presso una casa discografica, poi come inserviente in un ospedale, da lavapiatti in un’osteria: sempre più giù nella scala sociale ma sempre senza perdere la sua dignità e l’aristocratica ironia. Nel 1968 Me­dek ha partecipato pure ai fermen­ti della Primavera di Praga con Havel («Era il più giovane di noi ma aveva le idee molto chiare e assunse la direzione» del gruppo, testimonia). Nel frattempo però aveva incontrato il cristianesimo: «La conversione di Ivan Medek al cattolicesimoscrive Tiziana Menotti avvenuta negli anni Cinquanta acquisì vigore per la frequentazione di diversi sacerdoti che avevano resistito alle pressioni del regime per una Chiesa nazionale staccata dal Vaticano, pagando con la persecuzione e il carcere duro la loro fe­deltà a Roma. Tra questi c’era Antonín Mandl, collaboratore del cardinale Beran e segretario dell’Azione cattolica cecoslovacca che, come molti altri prelati, aveva trascorso pa­recchi anni in prigione prima di essere rilasciato negli anni Sessanta». Padre Mandl introdusse Medek presso numerosi sacerdoti dissidenti, come l’abate e poeta Anastáz Opasek (arrestato nel 1949 con l’accusa di tradimento e spionaggio per il Vaticano e condannato all’ergastolo nel 1950), Ota Mádr, Josef Zverina, Antonín Bradna o il salesiano padre Mrtvý: «Dopo essere usciti di prigione si incontravano di tanto in tanto e a volte mi invitarono alle loro riunioni. Lì conobbi persone che non dimenticherò. Quasi cominciai a invidiare le loro esperienze del carcere. Nonostante le guardie spesso li avessero picchiati e fossero stati volgari con loro, essi avevano conservato una libertà radiosa, quale pochi a­vevano al di là del muro del carcere. L’attività di questi cristiani fu stimolante sotto tutti gli aspetti.

Essi ad esempio aprirono discussioni pubbliche tra cristiani e marxisti. Era sempre pieno di gente, accadeva davvero qualcosa.

Durante la normalizzazione queste attività furono vietate, ma un seme rimase e più tardi da esso nacquero vari gruppi indipendenti». Grazie a tali conoscenze, Medek diventa uno dei principali collegamenti tra dissenso laico e religioso: «Nel marzo 1968 – ricorda – Karel Pilík, un prete cattolico che come gli altri sacerdoti scarcerati non aveva il nulla osta dello Stato per l’esercizio dell’ufficio sacerdotale e lavorava come operaio, propose una petizione per rivendicare la distensione del rapporto tra lo Stato e la Chiesa, il ripristino delle scuole ecclesiastiche, l’insegna­mento della religione, la nomina dei vescovi e così via.

Stilammo la petizione e Pilík propose di farla firmare anzitutto ai vescovi. Io avevo a quel tempo un’automobile Škoda e andammo dai vescovi. Incominciammo con il vescovo Tomášek; non era ancora cardinale. Rifletté a lungo, ma alla fine firmò. Poi, uno dopo l’altro, facemmo visita agli altri vescovi.

Moltissimi di loro avevano una paura terribile. Erano stati rilasciati dal carcere con la condizionale e non volevano ricadere in qualche violazione. Ma firmarono tutti. Poi andammo nei monasteri e alla fine facemmo firmare la petizione ai credenti. Raccogliemmo circa 336. 000 firme. Consegnammo la petizione, ma loro la bloccarono.

Non se ne fece assolutamente nulla». Nel gennaio 1977 Medek è uno dei primi fra i 1900 firmatari di «Charta 77»: «Me la portò un amico al caffè nel dicembre 1976. Disse che avevano riflettuto se farmelo firmare, perché per me poteva significare la fine dell’esistenza.

Dissi che lo sapevo, ma firmai. A volte, dopo Natale, ci riunivamo nell’appartamento di Havel e ordivamo piani. Lì si decise chi sarebbe stato il portavoce e quando sarebbe seguita la riunione successiva, doveva essere in gennaio. Solo che finimmo in trappola».

Medek viene subito licenziato, ma fa causa alla ditta e durante il processo il suo avvocato chiede inutilmente che venga letto in aula il motivo del licenziamento, cioè «Charta 77»: un pretesto per rendere pubblico il documento. «Nel maggio 1978 – continua Medek – mi capitò un fatto spiacevole. Dopo un interrogatorio alla polizia segreta mi portarono via di sera con gli occhi bendati in un bosco.Mi pestarono un poco finché persi conoscenza, se ne andarono e mi lasciarono lì. Allora pensai che se volevo compiere davvero un lavo­ro proficuo, non potevo farlo in patria in quelle condizioni». Medek lascia dunque il Paese per trasferirsi a Vienna, dove lavora per le emittenti radiofoniche Voice of America e Radio Free Europa svolgendo un importante lavoro di controinformazione diretta alla Cecoslovacchia.

Solo nel 1989 potrà tornare in patria: «All’incontro di fine anno di Charta 77 e dei suoi fautori incontrai Václav Havel, a quel tempo già presidente. Gli chiesi un’intervista. Il presidente mi ricevette al Castello il 14 gennaio. Mi chiese che cosa poteva fare per me. Dissi che ero venuto a chiedergli che cosa potevo fare io per lui». Infatti, dopo aver lavorato qualche tempo per il governo, Medek diventa – già anziano – il braccio destro di Havel. «Fu uno dei periodi più belli della mia vita.

Václav Havel è una persona enormemente interessante e bisogna prenderlo così com’è. È anche una persona straordinariamente coraggiosa. Si è rivelato tale in tutti i momenti della sua vita: in prigione, durante gli interrogatori e durante il lavoro in ufficio. Inoltre è sensibile, vulnerabile: ciò non dovrebbe corrispondere al suo coraggio. Non ha la pelle dura. Ed è molto modesto. Quei 6 anni al Castello per me non significarono soltanto lavoro e spesso decisioni politiche complicate, ma soprattutto la possibilità di conoscere da vicino una persona di cui sono convinto che, per la nostra re­pubblica, abbia fatto più di qualsiasi altro».

 

Postato da: giacabi a 07:06 | link | commenti
comunismo, testimonianza

venerdì, 24 luglio 2009

La beatificazione di Newman per far risorgere l’Europa cristiana

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Segno di contraddizione per la Modernità che rifiuta Dio

di Paolo Gulisano

Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 22 luglio 2009

 

John Henry Newman, nato in Inghilterra nel 1801 e morto nel 1890, uno dei più grandi pensatori cristiani degli ultimi secoli, convertito al Cattolicesimo, sarà presto annoverato tra i beati della Chiesa Cattolica.

 

Si tratta di un avvenimento che lascerà il segno, e non solo nella Chiesa che è in Inghilterra, ma per tutta la Cristianità.

 

Newman nell’800 positivista e scientista che aveva cominciato a rifiutare Dio fu un segno di contraddizione che aveva scosso l’Inghilterra sia cattolica che protestante.

Da anglicano aveva dato vita al Movimento di Oxford, teso ad approfondire la ricerca teologica, specie nel campo della Patristica (la teologia del tempo in cui la Chiesa era ancora una e indivisa) e a confrontarsi con le sfide della modernità. Questa ricerca della verità lo aveva fatto infine approdare, quarantenne, al cattolicesimo. Un distacco, quello dall’anglicanesimo a vantaggio di Roma, che fece scalpore.

Peraltro, divenuto cattolico, non mancarono a Newman altre contrarietà se non ostilità. Il suo genio teologico, la sua grande libertà con cui anteponeva il primato della coscienza ad ogni semplicistico dogmatismo suscitarono invidie e sospetti. Anche nella stessa gerarchia non mancò chi giudicava Newman non sufficientemente “romano”, non abbastanza polemico nei confronti di quell’anglicanesimo che aveva lasciato.

Newman attraversò anche queste prove, sostenendo sempre che “diecimila difficoltà non fanno un dubbio, se io capisco bene la questione”.

L’ex grande protagonista della vita culturale di Oxford venne messo in disparte nella sua nuova chiesa, dove gli si rimproverava di non attuare abbastanza conversioni. “Per me le conversioni non erano l’opera essenziale, ma piuttosto l’edificazione dei cattolici”, scrisse.

Entrato a far parte della Congregazione di San Filippo Neri, si stabilì a Birmingham, fondandovi un Oratorio. Qui il grande pensatore, l’intellettuale brillante, si trovò accanto alla miseria degli slums, in una realtà ecclesiale dove pochi erano quelli che si erano potuti permettere un’istruzione, e proprio qui, e a partire da qui, la Grazia di Dio che era in lui cominciò a seminare a piene mani.

“Il vero trionfo del Vangelo- aveva scritto- consiste in ciò: nell’elevare al di sopra di sé e al di sopra della natura umana uomini di ogni condizione di vita, nel creare questa cooperazione misteriosa della volontà alla Grazia… I santi: ecco la creazione autentica del Vangelo e della Chiesa. ”

Oggi la Chiesa indica proprio in Newman una di queste figure di santità. Che cosa significa la beatificazione di Newman nella realtà britannica ed anglosassone? Vuol dire riproporre ancora una volta un modello di santità fondato sulla sequela di Cristo.

Significa non rassegnarsi all’idea di un mondo che sembra totalmente secolarizzato, significa – per il mondo britannico- offrire una via d’uscita alla crisi gravissima dell’anglicanesimo. “La Chiesa Cattolica è per i santi e per i peccatori, per le persone rispettabili è sufficiente la Chiesa Anglicana”: così aveva scritto Oscar Wilde in procinto di convertirsi al Cattolicesimo.

 

Oggi la Chiesa Anglicana ha perso anche questo aplomb di rispettabilità formale: tra pastori smarriti che cercano di inseguire le varie mode ideologiche a vescovi che dichiarano pubblicamente di non credere nei fondamenti della Fede cristiana a reverende donne, in tutta questa confusione c’è una parte non trascurabile di fedeli anglicani che non si ritrovano più in questa chiesa, che tra l’altro alla morte della Regina Elisabetta II avrebbe formalmente come capo il panteista Carlo. La beatificazione di Newman potrebbe rappresentare un momento di riflessione per questo mondo anglicano smarrito.

La sua teologia, che quando era in vita appariva “liberale”, in realtà fu sempre profondamente sensibile alla tradizione e rispettosa dell'autorità magisteriale della Chiesa.

Le obiezioni cessarono quando fu elevato alla porpora cardinalizia da Leone XIII alla soglia degli ottant’anni, un riconoscimento dovuto per la sua opera e per la nobiltà della sua figura. Venne altresì nominato Fellow onorario del Trinity College di Oxford, un riconoscimento accademico straordinario, se si pensa che era dai tempi della Riforma, tre secoli prima, che un tale riconoscimento del massimo istituto accademico inglese non veniva più dato ad un cattolico.

Nonostante la mitezza, quasi la fragilità della sua persona. Il volto magro e solcato di rughe profonde in cui splendevano due occhi intrisi di ideale che avevano scrutato per anni in quella difficile Inghilterra dell’epoca vittoriana, John Henry Newman fu un apostolo e un profeta. Quando si spense a Birmingham nel 1890, la Chiesa cattolica in Inghilterra era in piena rifioritura, dopo tre secoli di persecuzione e emarginazione.

Newman lasciò il segno in generazioni di cattolici britannici, tra i quali numerosissimi convertiti. Tutta la grande cultura cattolica anglosassone gli è in qualche modo debitrice: senza Newman non avremmo avuto Chesterton, Belloc, Tolkien, Bruce Marshall e tanti altri ancora.

Il suo pensiero, la sua Fede coniugata alla Ragione sono più che mai attuali, e per questo motivo la sua beatificazione suscita in certi ambienti fastidio e irritazione. Il mondo anglosassone è veramente incredibile: mantiene sempre un impostazione puritana, e mentre da una parte promuove e diffonde la cultura del libertinismo sessuale, dall’altra appena la Chiesa cattolica prova a far emergere qualcosa di buono, bello e santo, trova il modo di attaccarla duramente.

Lo si è visto quando recentemente - proprio in vista del buon esito del processo di beatificazione - si è reso necessario riesumare il corpo di Newman, provocando così diverse reazioni, in particolare da parte della lobby omosessuale inglese, secondo cui egli non dovrebbe essere separato dal suo grande amico e collaboratore, padre Ambrose St John, insieme al quale Newman era stato sepolto, in accordo con le sue volontà testamentarie.

L'implicazione di tali proteste è chiara: Newman avrebbe voluto essere seppellito con il suo amico perché legato a lui da qualcosa di più di una semplice amicizia. Si adduca sostegno di questa tesi ciò che il cardinale scrisse alla morte di padre Ambrose, suo confratello nell’ordine oratoriano e stretto collaboratore:“Ho sempre pensato che nessun lutto fosse pari a quello di un marito o di una moglie, ma io sento difficile credere che ve ne sia uno più grande, o un dolore più grande, del mio”. In questa frase c’è semplicemente un riferimento al senso di una perdita, non certamente un’equiparazione di stato di vita.

Newman inoltre fu sempre un sostenitore decisissimo della castità e del celibato sacerdotale, tanto che lo definiva “uno stato superiore di vita, al quale la maggioranza degli uomini non possono aspirare”. I maliziosi hanno addirittura visto nel motto di Newman, cor ad cor loquitur, “il cuore parla al cuore”, un criptato riferimento ai suoi sentimenti per Padre Ambrose, ignorando grossolanamente che questa è un’espressione di san Francesco di Sales.

In realtà quella tra Newman e St. John fu la storia di una grande amicizia fondata sul comune amore per Cristo e la sua Chiesa. Quando Padre Ambrose morì, stava lavorando su indicazione di Newman alla traduzione di un testo teologico a sostegno del Dogma dell’infallibilità papale: una strana occupazione per una improbabile “coppia di fatto” ecclesiastica.

Ma la cultura libertina e pansessualista sembra non volere ammettere che possano esistere rapporti di amicizia puri, gratuiti: sembra che non riesca a concepire il bello morale che Cristo ha manifestato.

Anche per questo beatificare Newman è un segno della Chiesa per salvare e far risorgere l’Europa Cristiana. Sulla sua tomba il grande convertito aveva voluto che fossero incise queste parole: Ex umbris et imaginibus ad veritatem. Andiamo verso la verità passando attraverso ombre e immagini. Questo è il destino dei cristiani nei nostri tempi difficili.

Postato da: giacabi a 20:30 | link | commenti
newman

giovedì, 23 luglio 2009

L'avventura dello sguardo

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L'arte di William Congdon in un romanzo epistolare

di Alfredo Tradigo

Tratto da L'Osservatore Romano del 5 luglio 2009

 

William Congdon, il pittore dei crocifissi (ne ha realizzati oltre centottanta) e delle lune su Assisi.

Il grande artista americano (1912-1988) convertito al cattolicesimo si confessa. In un romanzo epistolare appena pubblicato, a ventuno anni dalla sua morte, racconta in prima persona l'itinerario artistico e spirituale della sua vita. Una vita on the road, sempre in viaggio da una città all'altra del mondo, da un simbolo religioso all'altro, alla ricerca di un luogo, di una Patria, di un'immagine che diano senso e unità a ciò che vede: alla realtà che per un artista è essenzialmente ciò che gli sta dinanzi. Come il sant'Agostino de Le confessioni, o come il Thomas Merton de La montagna dalle sette balze, Congdon rivela se stesso in trentadue lettere scritte nel 1995 all'amico Pigi Bolognesi che gli chiede spiegazione dei suoi quadri.

William Congdon. L 'avventura dello sguardo (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2009, pagine 218, euro 16) verrà presentato a Rimini il 23 agosto nei padiglioni della trentesima edizione del Meeting per l'amicizia tra i popoli che avrà come titolo "La conoscenza è sempre un avvenimento". Ed è proprio l'avventura della conoscenza che emerge dalla lettura di Congdon. "Nel gesto di far nascere l'immagine di un quadro io sperimento l'accadere di qualcosa di vero e duraturo, di salvato radicalmente diverso dal caos che dominava il resto della mia vita e della vita che vedevo intorno a me", scrive. L'arte, dunque, strumento di conoscenza e di azione. Anche di salvezza, potremmo azzardare. Superando estetismo ed edonismo, i mali del secolo XX.

Congdon inizia a raccontare per tappe e ogni sua lettera corrisponde a un periodo e a un'opera. Alla fine degli anni Quaranta espone con successo alla galleria Betty Parsons assieme con i maestri dell'action painting, movimento artistico newyorkese a cui rimase fedele sempre. Per lui New York è la città che esplode, la Babele rappresentata in Explosion del 1948.

Lasciandosi alle spalle una carriera estremamente redditizia. Congdon, occidentale e protestante, punta verso Oriente, verso i grandi simboli redentivi del passato: Venezia, la Grecia e il Partenone; Roma e il Colosseo. La sua arte interpreta il luogo, lo trasforma, lo rende parte di se stesso e del suo viaggio interiore.

"Se c'è un artista in cui le città del mondo si rivelano nel significato più profondo quell'artista è William Congdon", spiega Giovanni Testori che lo ha conosciuto. E lui, "folgorato dall'Acropoli", riparte inquieto e assetato verso Ceylon e l'India: "L'Oriente indiano mi si presentava come una possibilità di salvezza dall'ego borghese". Attratto dal "suo silenzio e la sua verità" dipinge nel 1954 il bianchissimo tempio di Taj Mahal, mausoleo eretto nel XVIi secolo da un sovrano indù per la moglie morta.

Tutto ciò però non gli basta: "L'Oriente indiano mi aveva affascinato ma non soddisfatto". Il suo animo è inquieto e viaggia da un albergo all'altro, da una meta all'altra, solitario e senza posa. Dipinge e riparte verso sempre nuovi simboli religiosi - o della natura - in cui specchiarsi. Nuove visioni lo acquietano: "Il destino di ogni viaggio non è perdersi ma, infine, ritornare da dove si è partiti più ricchi". Tornare a se stessi. "Senza ritorno non c'è viaggio".

Nel 1955 è in Algeria, nelle oasi di Ghardaia, Ouargala e Touggourt dove imprime il proprio piede nel colore a olio denso e pastoso di Sahara 12 annota: "Quando cammini in una città non lasci impronte. Nel deserto non è così: il peso del tuo corpo lascia sulla sabbia un'orma indelebile". In Africa legge sant'Agostino, san Giovanni della Croce, santa Teresa d'Avila. E scopre la ferita del peccato che è in ogni uomo. La ferita dell'io.

Ancora si muove freneticamente, inseguito dal senso della morte e dai suoi simboli. Dopo aver cercato invano se stesso nelle città del mondo, approda a Venezia e dipinge la piazza San Marco un centinaio di volte in varie riprese per scoprirvi - misteriosamente - il segno della croce. Siamo nel 1960, un anno dopo la sua conversione. Da quel momento il Crocifisso non lo abbandonerà più.

Venezia è la città della morte. Scrive: "La mia arte è sempre scattata di fronte al mistero della morte". La stessa morte dei suoi primi schizzi giovanili: volti trasfigurati dall'orrore della guerra nel campo di concentramento di Bergen Belsen dove morì Anna Frank, e dove Congdon prestava servizio nel 1945 come volontario nella Croce Rossa. La stessa morte nel vulcano spento dell'isola greca di Santorini (1955), nel cratere del Colosseo, nel condor abbattuto in Guatemala (1957); nelle macchine nere e nelle larve umane che scorrono nelle strade di Bombay (1973). In un piccione ucciso con un colpo di fucile (1968) vede la fine di Bob Kennedy. All'impasto dei colori dei suoi quadri aggiunge lo smog di Milano raccolto su un davanzale.

Dopo la conversione ricomincia a viaggiare ma in nessun luogo Congdon trova quella risposta definitiva che invece incontra nelle persone. All'eremo di San Lorenzo, Congdon apre un atelier e incontra gli amici del Gruppo adulto in cui entrerà in seguito. Jacques Maritain e Thomas Merton scrivono per lui l'introduzione al suo libro Nel mio disco d'oro. Incontra Olivier Clément nel 1981 in occasione della sua prima mostra al Meeting di Rimini.

Vent'anni passati ad Assisi (1959-1979) e poi gli ultimi vent'anni in "quello strano convento di laici che vivono nel mondo" che è la casa dei Memores Domini (1979-1998). Isolato, sepolto nella nebbia, lavora nel piccolo atelier affacciato sulla corte del monastero benedettino della Cascinazza e sui campi della bassa milanese. Qui Congdon obbedisce all'ora et labora benedettino, prega e dipinge "cocciutamente". Davanti alla nebbia e ai campi trova pace e compimento il suo sguardo d'artista, l'avventura della conoscenza, la matura sintesi della sua arte e fede. Nebbia che vela, svela, rivela l'immagine. Terra e croce che si identificano come luogo del corpo del Cristo: "poiché per la fede ogni forma è riconducibile alla croce di Cristo, mi domando se non si possa dire che la croce di Cristo è la chiave di lettura dell'immagine di qualsiasi cosa".

Così trova compimento in Congdon il tema del crocifisso. Il crocifisso scompare e diventa terra e cielo. Diventa lui stesso uomo e artista. Impasto di terra e cielo. E cita ancora Testori: "Direi che Congdon questa terra l'abbia come mangiata, l'abbia palpata, l'abbia accarezzata con una vastità e nello stesso tempo con una comprensione e adesione che altri pittori non sono riusciti a raggiungere". E ancora Olivier Clément, nel 1981, scrive su "L'Osservatore Romano": "Le ultime pitture di Congdon, quelle della bassa milanese, sono a un tempo straordinariamente forti e straordinariamente pacificate (e pacificanti): tutta l'ampiezza, tutta la gioia della terra offerta al cielo".

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congdon

martedì, 21 luglio 2009

La vacanza

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«Quello che uno vuole lo si capisce da come utilizza il suo tempo libero. Quello che una persona - giovane o adulto - veramente vuole lo capisco non dal lavoro, dallo studio, cioè da ciò che è obbligato a fare, dalle convenienze o dalle necessita sociali, ma da come usa il suo tempo libero. Se un ragazzo o una persona matura disperde il tempo libero, non ama la vita: è sciocco. La vacanza, infatti, è il classico tempo in cui quasi tutti diventano sciocchi. Al contrario, la vacanza è il tempo più nobile dell'anno, perché è il momento in cui uno si impegna come vuole col valore che riconosce prevalente nella sua vita oppure non si impegna affatto con niente e allora, appunto, è sciocco. »

 Luigi Giussani - Tracce luglio 2000

Postato da: giacabi a 14:06 | link | commenti
giussani

domenica, 19 luglio 2009

Nemmeno i nazisti erano negazionisti

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Höß durante il processo di Norimberga

 « Ho 46 anni e sono membro del NSDAP dal 1922; membro delle SS dal 1934, e SS-Waffen dal 1939. Fui membro della Unità di Guardia delle SS, conosciuta come SS-Totenkopfverbände dal 1º dicembre 1934. Fui amministratore dei campi di concentramento dal 1934, servendo a Dachau fino al 1938. Assistente a Sachsenhausen dal 1938 agli inizi del 1940, fui poi promosso Comandante ad Auschwitz. »

 « Rimasi nel campo di Auschwitz fino al 1º dicembre 1943 e stimo che minimo 2,5 milioni di vittime siano state giustiziate e pertanto avvelenate con il gas e poi bruciate, e un minimo di 500 mila morirono di stenti, per un totale di circa 3 milioni di morti... Questa cifra rappresenta all'incirca il 70 o 80% di tutti i prigionieri che passarono per Auschwitz, i rimanenti venivano selezionati e usati per i lavori delle industrie dei campi di concentramento; includendo la morte di circa 20.000 russi, prigionieri di guerra internati a Auschwitz dagli ufficiali della Wehrmacht. Le vittime restanti includono circa 10.000 ebrei tedeschi e un gran numero di cittadini, per lo più ebrei, provenienti da Olanda, Francia, Belgio, Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Grecia e da altri paesi. Noi giustiziammo circa 400.000 ebrei ungheresi ad Auschwitz nell'estate del 1944. »

 « Le esecuzioni di massa con il gas ebbero inizio agli inizi del 1941 e continuarono fino al 1944. Visionai personalmente queste esecuzioni fino a dicembre del 1943 e questo al servizio delle mie funzioni alla sovrintendenza dei campi di concentramento della WVHA; tutte le gasazioni avvenivano per ordine diretto del RSHA(Reichssicherheitshauptamt), quindi a totale sua responsabilità. Pertanto gli ordini di genocidio li ricevetti dal RSHA. »

dalla testimonianza di Rudolf Wöss comandante del campo di sterminio di Auschwitz, al processo di Norimberga,15 Aprile 1946,fu impiccato

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